Perché “La maledizione della prima luna” è un bel film e i suoi sequel no

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In questi giorni esce al cinema “La vendetta di Salazar”, facente parte del franchise “I pirati dei Caraibi”, iniziato nel 2003 con il film “La maledizione della prima luna”.

Quest’ultimo è uno dei film d’avventura più belli che abbia mai visto. Un sapiente mix di azione e umorismo, ironia e sentimento, con un cast indovinatissimo. Il resto del pubblico è d’accordo con me, infatti il successo è stato tale da dare vita a ben quattro sequel, nessuno dei quali particolarmente riuscito. Si salva giusto il secondo, a patto di non prenderlo troppo sul serio, ma solo per il ritmo molto incalzante e una buona dose di fan-service che non guasta mai.

Vi siete mai chiesti, tuttavia, cos’abbia in più “La maledizione della prima luna” rispetto ai seguiti che ha generato? Io ho una mia idea in proposito e vado a esporvela. Continua a leggere “Perché “La maledizione della prima luna” è un bel film e i suoi sequel no”

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Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

Una delle tappe della storia dei brutti film generazionali che spesso viene dimenticata, insieme alle avventure cinematografiche di Harry Potter, è rappresentata dai rifacimenti in live-action dei classici film d’animazione della Walt Disney.

Il capostipite di questi sciagurati film, sovente prodotti dalla Disney stessa, è probabilmente “Alice in Wonderland”. Era il 2010 quando uscì questo film di Tim Burton, con Johnny Depp tra i protagonisti. All’epoca i due non si erano ancora trasformati nella parodia di loro stessi, tutti li ricordavano per film magnifici come “Edward Mani-di-forbice” o “Ed Wood” e tutti, per questo motivo, erano entusiasti all’idea di una versione di “Alice nel Paese delle Meraviglie” diretta da un tale regista e interpretata da un tale attore. Il risultato sarebbe stato senza dubbio clamoroso!
E infatti lo fu. Fu una clamorosa schifezza. Eppure Tim Burton sembrava il miglior candidato per girare un film sul capolavoro di Lewis Carroll. Deve essere per questo che Dio sceglie sempre i peggiori.

“Alice in Wonderland” si potrebbe definire il manifesto del cinema per hipster: pieno di riferimenti a quanto sia bello essere paxxarelli, in realtà è un’ode al politicamente corretto, pieno di discorsi sul valore della diversità, in realtà è un manuale sul conformismo, sotto un travestimento da film originale nasconde quanto di più ordinario si possa chiedere da un film.
Non solo, dopo questa pellicola (che al botteghino non andò malaccio) la Walt Disney decise di produrre altri filmacci per hipster basati sui propri classici degli anni d’oro, come “Maleficent” e “Cenerentola”. Il rispolvero dei vecchi successi, del resto, è una cosa tipica delle case di produzione in crisi. Alla Disney, purtroppo, si accodarono altri produttori, producendo robaccia come “Biancaneve e il cacciatore”.
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