Il meglio e il peggio di sequel, prequel, remake e reboot

È tempo di riciclaggi cinematografici. Nel giro di pochi anni i produttori di Hollywood e non solo hanno riscaldato minestre di ogni tipo, proponendoci sequel, prequel, revival, remake e reboot di ogni sorta. Abbiamo visto i seguiti di “Jurassic Park”, “Indiana Jones”, “Il Signore degli Anelli”, “Spiderman”, “Star Wars”, “Star Trek”, “I fantastici 4” e una serie di orripilanti versioni in live-action di certi film Disney di successo. Pare si preparino anche i sequel di “Indipendence Day”, “Alla ricerca di Nemo” e persino Mel Brooks ha annunciato di voler fare un seguito di “Balle spaziali” (gosh!).
In un’epoca in cui basta che un film abbia successo nel primo weekend per garantire un guadagno ai produttori, si punta al titolo di richiamo e chissenefrega del resto. I fan di un determinato franchising verranno a vedere il film in ogni caso.

Io non sono contrario al concetto di sequel/prequel/reboot in sé, quanto al fatto che si ricicli qualsiasi cosa purché abbia un discreto numero di fan ancora in vita.
L’altro giorno stavo chiacchierando con alcune persone riguardo al flop al botteghino del reboot di “Gosthbusters” e una di queste ha detto una cosa sacrosanta:
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Il meglio e il peggio di sequel, prequel, remake e reboot

Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

Una delle tappe della storia dei brutti film generazionali che spesso viene dimenticata, insieme alle avventure cinematografiche di Harry Potter, è rappresentata dai rifacimenti in live-action dei classici film d’animazione della Walt Disney.

Il capostipite di questi sciagurati film, sovente prodotti dalla Disney stessa, è probabilmente “Alice in Wonderland”. Era il 2010 quando uscì questo film di Tim Burton, con Johnny Depp tra i protagonisti. All’epoca i due non si erano ancora trasformati nella parodia di loro stessi, tutti li ricordavano per film magnifici come “Edward Mani-di-forbice” o “Ed Wood” e tutti, per questo motivo, erano entusiasti all’idea di una versione di “Alice nel Paese delle Meraviglie” diretta da un tale regista e interpretata da un tale attore. Il risultato sarebbe stato senza dubbio clamoroso!
E infatti lo fu. Fu una clamorosa schifezza. Eppure Tim Burton sembrava il miglior candidato per girare un film sul capolavoro di Lewis Carroll. Deve essere per questo che Dio sceglie sempre i peggiori.

“Alice in Wonderland” si potrebbe definire il manifesto del cinema per hipster: pieno di riferimenti a quanto sia bello essere paxxarelli, in realtà è un’ode al politicamente corretto, pieno di discorsi sul valore della diversità, in realtà è un manuale sul conformismo, sotto un travestimento da film originale nasconde quanto di più ordinario si possa chiedere da un film.
Non solo, dopo questa pellicola (che al botteghino non andò malaccio) la Walt Disney decise di produrre altri filmacci per hipster basati sui propri classici degli anni d’oro, come “Maleficent” e “Cenerentola”. Il rispolvero dei vecchi successi, del resto, è una cosa tipica delle case di produzione in crisi. Alla Disney, purtroppo, si accodarono altri produttori, producendo robaccia come “Biancaneve e il cacciatore”.
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Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney