Cose che non tornano in “Harry Potter”

Il 26 giugno del 1997 uscì nel Regno Unito “Harry Potter e la pietra filosofale”, primo libro della serie “Harry Potter”, che ha reso celebre e schifosamente ricca la sua creatrice J. K. Rowling. Sono passati esattamente vent’anni da quel giorno e per l’occasione ho pensato di pubblicare questo elenco di tutti i buchi di trama e le incongruenze che ho notato nella saga (mi riferisco alla saga cartacea, gli imbarazzanti film che ne sono stati tratti nemmeno li considero). Continua a leggere “Cose che non tornano in “Harry Potter””

Cose che non tornano in “Harry Potter”

Mabbona co’ ‘sta cazzata del Sol Invictus

Ci sono due modi di essere pirla a Natale: il primo è andare in giro a cianciare di improbabili “radici cristiane” in nome delle quali pretendere l’imposizione di simboli e riti cristiani nei luoghi pubblici, mentre il secondo consiste nel sostenere che il Natale sia una festa pagana copiata da varie festività tra cui quella del Sol Invictus.

Se da un lato questo secondo genere di pirlaggine è meno grave del primo in quanto meno presente nei luoghi della politica (dal Parlamento ai programmi di approfondimento giornalistico), dall’altro è più grave in quanto più stupido.

Sol Invictus 1

Perché sono discorsi stupidi

Sorvoliamo sul fatto che gran parte dei parallelismi che vengono fatti in questo periodo tra le varie festività legate al solstizio di inverno siano inesatti (tanto per dirne una, non è vero che la natività di Krishna viene festeggiata il 25 dicembre), il motivo per cui questi discorsi sono stupidi è un altro.
L’intelligenza è la capacità di stabilire collegamenti tra le informazioni in proprio possesso. Esempio: so che ieri in quel punto del mio giardino è caduto un semino (informazione 1), so che il giorno dopo nello stesso punto è cresciuta una piantina (informazione 2), collego le due informazioni e ipotizzo che i semini facciano crescere le piantine.

Ma quelli che raccontano che il Natale è la versione moderna dei saturnali romani o della natività di Attis esattamente dove vogliono andare a parare?
Quantomeno dietro i discorsi di chi straparla di radici cristiane c’è una sorta di ragionamento (in Italia ci sono tanti cristiani, il cristianesimo gioca un ruolo importante nella nostra Storia, quindi vogliamo i simboli cristiani nelle scuole pubbliche), anche se è un ragionamento sbagliato (in un luogo pubblico non possono essere imposti simboli di appartenenza ad un gruppo, per quanto questo sia vasto e per quanto sia stato importante nella storia). Quando, invece, uno viene a dirmi “Il Natale cristiano deriva da una festa pagana” mi viene spontaneo rispondergli: “E… quindi?”.
Generalmente non ottengo risposta. Proverò, tuttavia, a formulare delle ipotesi.

IPOTESI 1:
“il Natale cristiano deriva da una festa pagana,
quindi la Chiesa ci nasconde qualcosa”

Forse quelli che ogni anno ci rivelano che il Natale è la festa del Sol Invictus stanno cercando di dirci che tutto il cristianesimo è tutta una montatura?

In realtà il fatto che la data del 25 dicembre sia stata scelta in base a festività precedenti dedicate a divinità o personaggi mitologici che avevano qualche affinità con Gesù non è mai stato un segreto. Io l’ho imparato al catechismo e all’epoca questa informazione non mi venne data come qualcosa di sensazionale o scandaloso.
In effetti è un’informazione che potete trovare in qualsiasi libro di religione per le scuole elementari, come ad esempio questo.

Sol Invictus 2
“Gli antichi egizi erigevano grandi stele per rappresentare i raggi del sole che illuminano e riscaldano la terra. Gli atzechi ogni mattina facevano sacrifici umani per ridare il sangue al sole. I romani nel solstizio di inverno celebravano la festa della Nascita del Sole Invincibile. Gli abitanti del Nord Europa bruciavano tronchi di albero adorni di rami e di nastri per ottenere che il sole brillasse di nuovo…” dalla descrizione del libro su libreria universitaria

Teniamo presente poi che in senso strettamente religioso il Natale non è la festività più importante. È solo un giorno come un altro in cui festeggiare la nascita di Gesù. È molto più importante la Pasqua, che ne celebra la resurrezione. E che la Pasqua si celebri in una data simbolica penso che non ci sia neanche bisogno di dirlo, visto che cade ogni anno in un giorno diverso.

IPOTESI 2:
“il Natale cristiano deriva da una festa pagana,
quindi Gesù non è mai esistito”

Dovremmo forse pensare che il fatto che la nascita di Gesù venga festeggiata in corrispondenza del solstizio di inverno dimostra che Gesù sia un personaggio inventato? Premetto che non sono cristiano ma dal punto di vista dello storico questo ragionamento è tutt’altro che valido.
L’uso di una data convenzionale per festeggiare la nascita di un personaggio, semmai, dimostra che quel personaggio è esistito realmente. Solo dei personaggi immaginari sappiamo tutto. La vita di un personaggio reale deve essere ricostruita attraverso delle fonti che sono per forza di cose frammentarie.

Tanto per fare un esempio qualche giorno fa, il 17 dicembre, si è festeggiata la nascita di Beethoven. In realtà il 17 dicembre è una data convenzionale: quella indicata dall’atto di battesimo del compositore. C’è anche chi festeggia il 16 dicembre, immaginando che il giorno del battesimo sia stato quello immediatamente successivo al giorno della nascita.

Se invece stessimo parlando di un personaggio immaginario – tipo Harry Potter – basterebbe che l’autrice dei libri si svegliasse un mattino e scrivesse la prima scemenza che gli viene in mente riguardo al personaggio sul suo blog perché questa diventi “vera”.

Sol Invictus 3

IPOTESI 3:
“il Natale cristiano deriva da una festa pagana,
quindi i cristiani hanno cercato di appropriarsi
delle festività altrui”

Questo non è né vero né falso, in realtà. È vero che il cristianesimo, come molte altre religioni, si è appoggiato a tradizioni e miti preesistenti ma questo di per sé non significa nulla.
Le religioni non sono soggette a copyright. Sono (e soprattutto erano in passato) espressione di un sistema di credenze e valori condivisi da un gruppo di individui. È perfettamente normale che per spiegare una nuova religione si ricorra a delle analogie. In special modo quando queste analogie sono valide.
Infatti molti intellettuali medievali non hanno disdegnato di paragonare la mitologia greco-romana al cristianesimo (Petrarca si riferisce a Dio chiamandolo “vivo Giove”, ovverosia “dio vivente”) proprio perché immaginare la prima come una “anticipazione” del secondo non solo non sviliva il cristianesimo ma addirittura lo avvalorava; il fatto che tutte le religioni e le filosofie delle epoche precedenti coincidessero con quanto scritto nel Vangelo in questione era proprio la dimostrazione che il Vangelo era un testo valido.

Insomma, solo due o tre parole per dirvi di piantarla di tirare fuori questa storia del Sol Invictus tutti gli anni. Da sola è una storia che non significa assolutamente niente e allegata ad altre informazioni significa ancora meno.
Sul fatto che Bertone e altra gente come lui andrebbe messa in galera, invece, penso che siamo tutti d’accordo.

Mabbona co’ ‘sta cazzata del Sol Invictus

Cronistoria del trash romantico-generazionale: “Hunger Games”

Qualche mese fa, quando seppe che stavo scrivendo una cronistoria del trash romantico-generazionale, un mio amico mi disse: “Devi assolutamente metterci dentro ‘Hunger Games’!”. Avendo ben altro a cui pensare e conoscendo “Hunger Games” solo di fama non gli diedi retta ma in seguito decisi di fare un tentativo. Tantopiù che il mio amico conosceva la saga in questione solo dai film che ne erano stati tratti e questo mi fece venire un dubbio: che “Hunger Games”, come “Harry Potter”, fosse una bella saga letteraria trasformata in una roba indegna da qualche infame cinematografaro? L’idea di confrontarmi con una saga cinematografica senza conoscere nulla dell’equivalente letterario mi attizzava. Decisi così di dare un’occhiata al primo film.

Noia, noia e ancora noia

Resistetti per trenta minuti, trascorsi i quali decisi di mollare tutto per sopraggiunta noia. Nei giorni seguenti, tuttavia, il senso del dovere (di cronaca) si fece sentire: ormai avevo incominciato e dovevo andare fino in fondo! Così fu che ritornai alla carica. Il secondo assalto durò meno del primo: arrivato al minuto 50 del primo film crollai a terra esausto. Decisi di chiamare rinforzi (guardare i film trashosi in due è sempre più facile che guardarli da soli)! Chiamai un mio amico e gli chiesi di vedere il resto del film insieme a me. Dopo una trattativa da fare invidia a quella di Cavour coi francesi prima della seconda guerra di indipendenza riuscii a convincerlo (solo che si rifiutò di vedere la prima metà del film e dovetti riassumergliela).

Come avrete capito, “Hunger Games” è un film pallosissimo, con un’idea di partenza banale, uno sviluppo prevedibile, un’ambientazione scialba e dei personaggi assolutamente dimenticabili.

La trama è molto semplice. Ci troviamo in un futuro distopico, nello stato di Panem, che sorge in una porzione del territorio attualmente occupato dagli Stati Uniti d’America. Al centro della nazione c’è la capitale Capital City, i cui abitanti vivono nel lusso, mentre nel resto del territorio, diviso in distretti, la gente muore di fame.
Come punizione per una rivolta avvenuta molti anni prima gli avvenimenti narrati, ogni anno ogni distretto deve fornire un ragazzo e una ragazza che dovranno scannarsi a vicenda dentro un’arena durante uno show televisivo finché non ne sopravviverà solo uno (sono gli “hunger games” del titolo).

Protagonista della saga è Katniss Everdeen, interpretata da Jennifer Lawrence. Jennifer Lawrence è la cosa più inespressiva del globo. E ho detto “la cosa” non “la persona” in quanto esistono cose ben più espressive di lei, come questa sedia.

Hunger Games 1
Nel primo film la protagonista si ritrova a dover prendere parte ai giochi di cui sopra e… basta, in realtà.
Davvero, c’è lei che partecipa a questi giochi e alla fine li vince, tutto qua. Ma il problema non è tanto questo (molti capolavori si reggono su una trama anche più stringata), il problema è che nel corso del film non si respira alcuna tensione, non ti senti partecipe delle paure o dei tormenti della protagonista, non hai mai paura che non ce la farà a salvarsi.
E non usate scuse del tipo “Eh, ma è ovvio che alla fine ce la farà a salvarsi, mica guardi un film così per avere il finale a sorpresa.” perché non sto parlando di finali a sorpresa, sto parlando della capacità che dovrebbe avere il regista di coinvolgerti fino a farti dimenticare che stai guardando un film per ragazzini dal lieto fine annunciato. Ricordo quando, negli anni in cui uscì, a casa mia si guardava “Titanic” a tutte le ore del giorno e della notte, e ricordo ancora mia cugina che (dopo aver visto il film innumerevoli volte) durante il naufragio esclamava (scherzando ma non troppo) “Dai che magari stavolta si salvano!”. Un buon film dovrebbe sospendere l’incredulità al punto tale da farti esclamare una cosa del genere.

Il motivo principale per cui nel primo “Hunger Games” non si respira un minimo di tensione è che nessuno dei personaggi oltre a quelli principali viene approfondito. Nell’arena vediamo combattere figure indistinte e anonime di cui a volte ci viene detto il nome, solo che ce lo dimentichiamo subito, un po’ come quando ci viene presentato un tizio di cui non ci importa granché. Il fatto che tutti i personaggi siano degli anonimi bellocci, poi, decisamente non aiuta a distinguerli.

Hunger Games 2

In occasione dei giochi Katniss conosce anche un ragazzo di nome Peeta e sembra che tra i due debba nascere qualcosa di tenero. Peeta è l’altro personaggio che nel film viene inquadrato più di cinque volte e questo ci fa capire che anche lui sopravviverà. Questo, dal momento che secondo il regolamento gli Hunger Games devono avere un solo vincitore, stimola per qualche minuto l’attenzione dello spettatore, che si chiede come farà esattamente a cavarsela.
Purtroppo la trovata attraverso la quale viene salvata la vita del ragazzo non è un granché, e decisamente non è in grado di risollevare il film da sola. Tantopiù che il problema di come farà Peeta a salvarsi viene trattato giusto negli ultimi cinque minuti di film.

Altra cosa che rende noioso il film è che si svolge in un mondo noioso. Panem è un ammasso indistinto di scenografie sgradevoli dai colori attenuati (e non sono manco scenografie sgradevoli con un senso come in “1984” o altri film distopici meglio riusciti, sono sgradevoli e basta) e l’arena non è diversa dal più generico ambiente ostile che possiate avere in mente (anzi, probabilmente voi avete in mente qualcosa di molto più ostile). La nostra eroina non si troverà mai ad affrontare un pericolo particolare, un mostriciattolo strano, una creatura curiosa… insomma, qualcosa che ci faccia pensare “Chissà come se la caverà?”. La cosa più interessante che ho visto sono state delle api che iniettano un veleno allucinogeno, cosa che porta alla sequenza psichedelica più blanda della storia del cinema.

Se l’ambientazione è noiosa gli attori non sono da meno. Stendendo un pietoso velo sugli inespressivi protagonisti, il cast di contorno (che pure ho sentito osannare) è anche peggio. Davvero, sarà che essendo italiano sono cresciuto con gente come Gigi Reder e Andrea Roncato ma i caratteristi di “Hunger Games” sono terrificanti! Lo sono specialmente quando cercano di interpretare personaggi sopra le righe; ad esempio tra gli amici della protagonista ci sono un ubriacone e una tizia che ama vestirsi come Lady Gaga sui quali ho letto degli elogi incredibili ma che io trovo davvero di una povertà espressiva allucinante.
Per non parlare poi di uno dei cattivi più dimenticabili della storia del cinema, poco approfondito e completamente inadatto al ruolo di leader assolutista. A capo di un mondo del genere ti immagini un campione di doppiezza, un personaggio inquietante, uno che ti colpisca prima al livello inconscio e poi al livello conscio… questo sembra la versione annoiata del dottor Male di “Austin Power”.

Mi dicono dalla regia che “Hunger Games” avrebbe un’idea di base molto simile a quella di un romanzo chiamato “Battle Royale” (anche in quel libro da quel che ho capito c’è gente che si mena finché non ne rimane in piedi solo uno), tanto da scatenare accuse di plagio. Sinceramente non so se “Hunger Games” abbia abbastanza contenuto da essere accusato di plagio da chicchessia e non mi è ancora capitato di leggere “Battle Royale” ma sono abbastanza sicuro che in quel libro l’idea di partenza sia stata sviluppata molto meglio.

L’avventura continua…

Ad ogni modo, se la trama del primo film era quella che era, mi sono avvicinato al secondo più speranzoso. Ho pensato che, se la storia di una tizia anonima che combatte in un’arena anonima insieme a dei tizi anonimi non lasciava molto spazio all’immaginazione, nel secondo film la trama sarebbe andata avanti. Magari sarebbe stata ancora una trama in cui avrebbero avuto un ruolo gli hunger games o comunque in grado di giustificare un titolo come “Hunger Games”, ma comunque una trama diversa. E invece… rifanno la stessa maledetta cosa che hanno fatto nel primo! Davvero! Semplicemente decidono di riportare Katniss e Peeta nell’arena e farli combattere di nuovo con dei tizi anonimi, organizzando una sorta di Champions League con tutti i vincitori delle edizioni precedenti degli hunger games. Certo… perché aveva funzionato così bene la prima volta…!

Il secondo film ha tutti i difetti del primo ma bisogna dire che stavolta i personaggi sono un tantinello meno anonimi (restano sempre anonimi, ma un pochino meno). Viene anche approfondito un altro personaggio principale di nome Gale, che sarà più importante nei successivi due film, la cui caratteristica principale è quella di essere un po’ meno fesso dell’altro protagonista maschile.

Nel terzo ed ultimo capitolo della saga (diviso in due film per fare più soldi, cosa trovata normale da molti recensori ma che in realtà non è normale manco per il cazzo) i personaggi si stufano di gingillarsi nell’arena e decidono di organizzare una ribellione contro l’autoritario governo di Panem. Questa trovata ha scontentato molti fan della saga, secondo i quali gli hunger games dovevano restare al centro della scena. Di principio sarei d’accordo anch’io, se questi ultimi fossero stati fatti bene, ma visto che così non è stato tanto vale spostare l’attenzione su altre vicende più interessanti. Anzi, per come la vedo i primi due film si possono saltare a pié pari per passare direttamente al terzo.

C’è la tematica dei media che distorcono la realtà! E ‘sti c…

Storie ambientate in mondi distopici in cui la gente si ribella ne abbiamo già viste a bizzeffe ed immagino sia dura dire una parola nuova a proposito. “Hunger Games” ci prova introducendo il tema di come viene percepita la realtà attraverso i media. Gli stessi giochi del titolo altro non sono che un gigantesco reality e anche durante la rivolta i ribelli faranno un grande uso di spot, telecamere e messaggi promozionali per portare l’opinione pubblica dalla loro parte. In tutto ciò Katniss viene trasformata in una sorta di testimonial della rivolta.

Hunger Games 3

È un tema interessante (dico sul serio) ma il film lo sviluppa male.
Tanto per cominciare nel film non c’è nulla dell’ambiguità che una storia del genere sembra suggerire. Sai sempre chi sono i buoni e chi i cattivi e non ti viene mai il dubbio (legittimo) che la rivolta potrebbe essere una gran cazzata o che i tizi che usano Katniss per i loro spot potrebbero non essere suoi amici. Nel terzo film Peeta (che alla fine del secondo era scomparso) ricompare dicendosi convinto che i ribelli abbiano torto e questa potrebbe essere un’ottima occasione per osservare la cosa da un punto di vista diverso invece… niente. Alla fine si scopre SPOILER ALERT che i cattivi gli avevano fatto il lavaggio del cervello e… boh… si torna a ribellarsi tutti insieme.

Va poi detto che è difficile parlare dell’effetto che possono avere i media sulle masse quando queste masse non le mostri praticamente mai, se non per scopi puramente coreografici.
E poi parliamoci chiaro, quanto sono credibili dei cineasti che pretendono di parlare dei media che distorcono la realtà mostrandoci dei modelli di Abercrombie che combattono nel fango contro delle scimmie idrofobe senza nemmeno rovinarsi un po’ il trucco? Sarebbe stato fico, magari, se avessimo visto come in “The Truman Show” da una parte un mondo inverosimilmente perfetto (quello che il regime vuole mostrare ai cittadini) e dall’altra le atrocità della guerra rappresente in maniera sadicamente verosimile.
Così com’è mi sento di dire che il film ha di buono solo il fatto di mostrarci due eserciti contrapposti entrambi molto interessati alla propaganda, ma è un po’ poco.

Hunger Games 4

Una considerazione personale su Katniss

Vorrei concludere la recensione dicendo la mia sul personaggio principale della saga.

Trovo che sia uno dei personaggi più insignificanti mai creati. E non penso sia solo colpa dell’attrice inespressiva che la interpreta, è proprio il personaggio in sé a essere poco interessante: non ha delle caratteristiche che la distinguano dagli altri personaggi, degli interessi, un modo particolare di relazionarsi col resto del mondo, una vena ironica… nulla che possa renderla simpatica o antipatica allo spettatore e soprattutto nulla che giustifichi l’adorazione che tutti, nella saga, sembrano avere per lei. Davvero non si capisce per quale motivo tutti continuino a dirle cose come “Tu sei quella che ci guiderà alla vittoria.”, “Senza di te siamo perduti.” e via discorrendo. In effetti anche come guida di una rivolta io non le darei due lire. Tolto il fatto che sa tirare bene con l’arco che cos’ha che la renda così indispensabile per i ribelli e così temibile per i loro nemici?

È una cosa che fa riflettere. Ho l’impressione che al pubblico faccia piacere vedere questi personaggi insignificanti elevati allo status di grandi eroi. Questo da un certo punto di vista può anche avere senso: è molto più interessante seguire le avventure di un povero sfigato che di un eroe che riesce benissimo in qualsiasi cosa faccia. Solo che bisogna che tutti, da una parte e dall’altra dello schermo, riconoscano il suo status di povero sfigato. È anche questo che rende interessante il momento in cui egli, pur essendo un povero sfigato, riesce a farsi valere.
Katniss invece è un personaggio “Meh” che rimane un personaggio “Meh” e che tutti, non si sa perché, trattano come un personaggio “Wow!”.

Ho poi sentito dire che “Hunger Games” proporrebbe come protagonista un modello di ragazza combattiva. Tutte scemenze.
È vero, l’ambientazione è quella di una guerra civile ma in realtà la saga racconta il solito noioso triangolo amoroso tra tre adolescenti. Un po’ come nel nostrano “Le guerre del Mondo Emerso”, in cui protagonista in teoria era una guerriera, in pratica la sua preoccupazione principale era “farsi il tatuaggio”. Allo stesso modo Katniss passa il tempo a decidere a chi darla tra lo spasimante con la faccia da fesso e lo spasimante con la faccia un po’ più furba. Il suo ruolo di guerriera consiste nell’avere un ultrasiloso completino di pelle attillato.

Prima di parlare di eroine femministe e ragazze combattive bisognerebbe dare un’occhiata più da vicino a ciò di cui si sta parlando, o si finisce come il prete di “Arancia meccanica” che si convinceva che Alex fosse un bravo ragazzo perché leggeva la Bibbia ma non sapeva che la leggeva immaginandosi nel ruolo del tizio che fustiga Gesù.
Mi viene in mente una storiella che ho sentito raccontare una volta sua una zia che regala a sua nipote una caserma di soldatini. La bambina scompare in camera sua insieme al nuovo giocattolo e la zia coglie l’occasione per rifilare al parentado un pistolotto sui ruoli di genere che sono costruzioni artificiali e via discorrendo. Poco dopo la bambina fa ritorno e la zia le chiede: “Hai giocato con i tuoi soldatini?”. “Sì” risponde la bambina “Gli ho fatto mangiare la pappa e poi li ho messi tutti a nanna”.

Fan dei libri, fatevi sentire

Questi erano i primi tre film di “Hunger Games”. Il quarto è attualmente nelle sale.

Dei libri ho letto (dopo aver visto i film, come ho detto all’inzio) solo qualche pagina del terzo, che è l’unico che sono riuscito a farmi prestare, e posso dire solo questo: mi sembra ancora un prodotto scarso ma di livello comunque superiore a quello dei film. Questo per un unico semplice motivo: il libro è infinitamnete più scorrevole e più comprensibile del film.

Se qualche fan di “Hunger Games” dovesse leggere questa recensione gli sarei grato se avesse voglia di istruirmi circa le altre differenze tra libro e film e di spiegarmi cosa renda la versione cartacea di questa saga migliore della versione cinematografica (sempre che sia così), lo apprezzerei davvero molto. Anche insultandomi, se vi va, tanto a queste cose non ci faccio più caso più di tanto.

Cronistoria del trash romantico-generazionale: “Hunger Games”

Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti

Dopo tante critiche acide e livorose ai più svariati prodotti generazionali qualcuno potrebbe farsi la domanda: “Ma le robe che parlano di adolescenti e/o sono state scritte per gli adolescenti devono fare schifo per forza?”. La riposta è “no”. Ce ne sono anche alcune che non sono niente male, e oggi voglio presentarvene un paio. Continua a leggere “Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti”

Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti

Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: “50 sfumature”

Chi si ricorda l’inizio del film “Berlinguer, ti voglio bene”, in cui Benigni e i suoi compari stanno guardando un film pseudoerotico, evidentemente deludente? In questa scena un gruppo di amici si è recato al cinema nella speranza di vedere qualche tetta ed invece si ritrova a sorbirsi le seghe mentali del protagonista, le quali danno vita a uno show di un piattume tale che Benigni a un certo punto non riesce a trattenersi e si alza urlando “MA ALLORA L’È BUHO!”. Cliccate qui per vedere la scena completa.

Guardando “50 sfumature di grigio” la mia reazione è stata assolutamente identica. Ne sentivo parlare da mesi. Talvolta anche in termini spregiativi, in quanto sarebbe stata una pellicola immonda che celebrava la violenza sulle donne. Quando, una sera, io e un mio amico ci siamo messi a guardare il film (in streaming), avevo quasi paura. Aspettavo con ansia l’apparizione di questo ormai celebre mr. Gray, che stando ai PR doveva essere un incrocio tra Putin e Dart Fener, solo più cattivo. Mai pubblicità fu più ingannevole: la prima cosa che fa ‘sto fantomatico dominatore è fare dei regali costosi alla protagonista. La seconda è “salvarla” da un tizio che la sta infastidendo. Quando si incomincia a parlare di sadomaso, poi, assistiamo alla sagra dell’excusatio non petita: probabilmente impauriti dalle critiche ricevute (come spesso accade) ancora prima dell’uscita del film, gli sceneggiatori non fanno altro che ribadire per una buona ora e mezza come tutto ciò a cui il pubblico assiste sia sano, sicuro e consenziente. Anzi, sano e sicuro no, perché evidentemente l’attore che interpreta mr. Gray non è stato istruito a dovere sull’arte di frustare la gente e in un paio di occasioni rischia seriamente di danneggiare gli organi interni della protagonista, ma consenziente sì. Il film, praticamente, parla di un tizio che cerca di convincere una tizia a essere la sua schiava sessuale per due ore e mezza, senza però riuscirci. E a poco vale che ogni tanto la protagonista esclami, poco convinta, cose del tipo “come sono eccitata!” o “quanto è cattivo il mio fidanzato!”. Il pathos non c’è e non si vede. 50 sfumature 1 A proposito, fateci caso: i personaggi maschili di questi film diventano più inoffensivi man mano che si va avanti. Si parte da Step che mena e molesta gente, sfascia case e fa gare in moto, e si arriva al remissivissimo mr. Gray di “50 sfumature” passando per il Raul Bova bisteccone e sugar-daddy di “Scusa ma ti chiamo amore”. Il modo di dipingere il nucleo familiare è anch’esso sempre meno irriverente. Si va dalla famiglia con madre snob, sorella troia e padre fedifrago di “Tre metri sopra il cielo” a quella normalissima (anzi, decisamente stereotipata nella sua normalità) di “Scusa ma ti chiamo amore”. Mi dicono che nel libro il rapporto tra i due sia addirittura più soft. E che lo diventi sempre di più man mano che la saga va avanti. Ma sinceramente io mi sono limitato a guardare il (primo) film e quindi non posso affermarlo con certezza. Può anche darsi che le testimonianze che ho raccolto siano poco attendibili e che andando avanti la situazione migliori. Da quel che ho visto posso affermare c’è molta più tensione erotica in dieci minuti di “Melissa P.” che in tutta questa trilogia. E “Melissa P.” era una storiella pruriginosa per ragazzine. Con questo non vorrei che pensaste che sono il tipo che si dichiara deluso da un film se questo non contiene scene sensazionali, spinte, estreme… al contrario: per come sono fatto io, se un regista riesce a raccontarmi una storia drammatica, romantica, tragica, traumatica e via discorrendo nel modo meno sensazionalista possibile, e magari infilandoci un po’ di ironia, corro a complimentarmi con lui. Il problema è che qui non c’è nessuna delle due cose: non ci sono le scene estreme e non c’è la storia raccontata bene senza l’utilizzo di scene estreme. Se “Albakiara” era un tentativo di fare cinema estremo degenerato nel ridicolo e “Melissa P.” era un tentativo di raccontare una storia interessante non andato a buon fine, con “50 sfumature” gli autori non ci hanno neppure provato: si sono affidati unicamente alla spinta pubblicitaria e purtroppo gli è bastato per ottenere un successo da record al botteghino. Perché non bisogna dimenticare che “50 sfumature di grigio”, in America, ha incassato più di ottanta milioni nel primo weekend.

Del resto “50 sfumature” è una saga che nasce già vecchia. Se “Harry Potter” per un po’ di tempo è stato un buon libro e persino un film accettabile, se si possono trovare delle persone fermamente convinte del fatto che “Twilight” o “Tre metri sopra il cielo” siano dei capolavori, non ricordo un momento in cui abbia sentito parlare di “50 sfumature” come qualcosa di diverso da una roba commerciale. La “ragazza con gli occhi grandi” che citavo nella parodia di “Twilight”, lo spettatore in buona fede che crede davvero in quello che sta guardando e che forse è la chiave per scoprire quel briciolo di bontà che si nasconde sotto certe montagne di spazzatura, ahimè, non c’è più. Nel caso di “50 sfumature” le parodie del romanzo sono nate insieme al romanzo, e in alcuni casi prima ancora del romanzo stesso. Questo non solo perché – come saprete già – il romanzo è nato come una fanfiction di “Twilight”, e quindi portandosi dietro una brutta fama, no, è stato proprio studiato a tavolino in modo che lo prendessimo per il culo. Siamo davanti a un esempio di trash che vuole essere trash, perché ha capito che con il trash si fanno un sacco di soldi. Un po’ come lo scemo del villaggio di un famoso indovinello, che alla domanda “Preferisci che ti diamo una banconota da 5€ o una moneta da 20 centesimi?” rispondeva sempre “Una moneta da 20 centesimi.”. Sempre. Anche per venti-trenta volte consecutive. Credo che non ci sia niente di peggio del trash programmato, e infatti Diprè mi fa cagare. Il trash programmato è una presa in giro nei confronti del lettore o dello spettatore: è come sentire uno che sbaglia i congiuntivi apposta, dopo un po’ non ti fa più ridere, ti fa incazzare. È qualcosa di finto e patinato, così prudente e inaffidabile da risultare noioso. Un po’ come le scene di sesso di questo film.

50 sfumature 2

Conclusione

E con questo siamo arrivati alla fine di questa cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni. O quasi, perché seguirà una breve appendice di cui non voglio anticipare nulla. Sono certo, però, che il trash romantico/generazionale non si fermerà con “50 sfumature di grigio”. Peggio per lui, dico io! Quando ce ne sarà bisogno, vale a dire la prossima volta che uscirà una ciofeca, sarò qui per recensirla! E stavolta in tempo reale! Ciò significa che questa rubrica in futuro verrà aggiornata. Spero che apprezzerete. Nel frattempo, però, dobbiamo salutarci. Ci siamo riletti e rivisti insieme un sacco di prodotti di infima qualità diventati famosi solo grazie al marketing e agli scandali costruiti a tavolino. A questo punto è necessario porsi una domanda: questi libri e questi film sono davvero così brutti?

Sì.

Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: “50 sfumature”

Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

Una delle tappe della storia dei brutti film generazionali che spesso viene dimenticata, insieme alle avventure cinematografiche di Harry Potter, è rappresentata dai rifacimenti in live-action dei classici film d’animazione della Walt Disney.

Il capostipite di questi sciagurati film, sovente prodotti dalla Disney stessa, è probabilmente “Alice in Wonderland”. Era il 2010 quando uscì questo film di Tim Burton, con Johnny Depp tra i protagonisti. All’epoca i due non si erano ancora trasformati nella parodia di loro stessi, tutti li ricordavano per film magnifici come “Edward Mani-di-forbice” o “Ed Wood” e tutti, per questo motivo, erano entusiasti all’idea di una versione di “Alice nel Paese delle Meraviglie” diretta da un tale regista e interpretata da un tale attore. Il risultato sarebbe stato senza dubbio clamoroso!
E infatti lo fu. Fu una clamorosa schifezza. Eppure Tim Burton sembrava il miglior candidato per girare un film sul capolavoro di Lewis Carroll. Deve essere per questo che Dio sceglie sempre i peggiori.

“Alice in Wonderland” si potrebbe definire il manifesto del cinema per hipster: pieno di riferimenti a quanto sia bello essere paxxarelli, in realtà è un’ode al politicamente corretto, pieno di discorsi sul valore della diversità, in realtà è un manuale sul conformismo, sotto un travestimento da film originale nasconde quanto di più ordinario si possa chiedere da un film.
Non solo, dopo questa pellicola (che al botteghino non andò malaccio) la Walt Disney decise di produrre altri filmacci per hipster basati sui propri classici degli anni d’oro, come “Maleficent” e “Cenerentola”. Il rispolvero dei vecchi successi, del resto, è una cosa tipica delle case di produzione in crisi. Alla Disney, purtroppo, si accodarono altri produttori, producendo robaccia come “Biancaneve e il cacciatore”.
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Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

Cronistoria del trash romantico-generazionale: “Harry Potter” da Cuaròn in poi

Può un film essere così brutto da contaminare con la sua bruttezza l’opera letteraria da cui è tratto? Sì, se quel film è “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” di Alfonso Cuaròn!

Ma andiamo con ordine.
In realtà questa recensione non vuole parlare soltanto di questo film ma in generale della trasposizione cinematografica di “Harry Potter”, che è una delle peggiori mai realizzate. Continua a leggere “Cronistoria del trash romantico-generazionale: “Harry Potter” da Cuaròn in poi”

Cronistoria del trash romantico-generazionale: “Harry Potter” da Cuaròn in poi