Terza Settimana di Vignette Antifemministe: agli stalker, dove il rogo arse

NOTA: Questo articolo è il remake di un articolo di un anno fa, qui pubblicato in forma ridotta per venire incontro alle vostre capacità mentali. [cit.]

Molti dicono che non importa quali siano le ragioni di uno stalker. La violenza sulle donne va condannata sempre e comunque. Chi si dovesse azzardare a analizzare i fenomeni di violenza, quindi, o addirittura di aggiungere a termini come “violenza”, “stupro” o “molestia” espressioni come “sospetto”, “da dimostrare”, “presunto” sarebbe quindi un eretico e ogni sospetto nei suoi riguardi sarebbe lecito.

Esistono due tipi di stalking: quello costituito dalle molestie perpetrate allo scopo di rompere i coglioni e lo stalking di chi chiede qualcosa.
Il secondo è definito stalking dalla legge in vigore, ma non si può definire stalking“Stalking” è rompere i coglioni a qualcuno con gesti molesti o con parole a cui non si può rispondere. Per esempio, se io tirassi un sasso a qualcuno, o gli urlassi “Stronzo.”, sarei uno stalker. Come potrebbe difendersi questo? Al massimo potrebbe tirarmi un sasso a sua volta o urlarmi “stronzo” anche lui, occhio per occhio. Invece fare una domanda, un commento, un apprezzamento… dire parole o compiere gesti, insomma, a cui deve seguire una risposta, non è stalking.

Sarò reazionario, ma secondo me i discorsi, anche sotto forma di provocazione, sono leggermente più costruttivi della violenza, leggermente più civili e leggermente più intelligenti.
Secondo quale principio giudichiamo “intelligente e doverosa” una provocazione (come, per esempio, la costruzione del monumento a Giordano Bruno da cui prende il titolo questo articolo) e “illegale, illecita, immorale” un’altra? Rispondiamo a questa domanda e potremmo accusare qualcuno di stalking.

Ovviamente in Italia, dove la Lega dice “Padroni a casa nostra” al Nord e la Mafia dice “Fatti i cazzi toi” al Sud, con la legge anti-stalking ci andiamo a nozze. Che bello! Una legge che ci permette di curare il nostro orticello privato sparando a vista su chiunque si avvicini! Nella patria del campanilismo, quanti avranno pensato queste parole?
La legge anti-staling è deresponsabilizzante, e poteva trovare terreno fertile solo in un’epoca deresponsabilizzante.

Il femminismo fa sempre ciò che dice di voler evitare. Ed è proprio la legge anti-stalking, che dice di voler combattere una mentalità in cui la donna è oggetto del possesso, a essere basata su un’ottica in cui la donna appartiene all’uomo. Non è più, infatti, un confronto tra persone, il rapporto tra uomo e donna, ma un accordo tra parti. Una legge per la difesa della proprietà.
È giusto, infatti, difendere le donne, è giusto difendere tutti, ma che difesa è quella che tratta un essere umano come un territorio da difendere? La difesa del pesce grosso che suggerisce al pesce piccolo di non abboccare all’amo perché vuole mangiarselo lui? Quella non si chiama difesa, si chiama conquista, colonizzazione, missione di pace (in tempi più recenti). La vera difesa dei cittadini esige la loro partecipazione. Voi, invece, quando qualcuno chiede la vostra partecipazione, che fate? Lo accusate di stalking. Accusate di furto chi vi toglie le catene e salutate come liberatori quelli che vogliono colonizzarvi.

Concludo l’articolo dicendo che, anche se non si direbbe, sono ottimistaIl progresso gioca contro questa mentalità. Lo ha sempre fatto. Così come non siamo riusciti a negare che la Terra giri intorno al Sole bruciando gli eretici, perché mentre negavamo l’evidenza il progresso inventava i telescopi, non riusciremo a negare l’esistenza di un mondo oltre il nostro recinto, oltre i giri che ci costruiamo, oltre i legami di sangue e di patria su cui facciamo tanto affidamento, perché, mentre tentiamo di farlo, il progresso inventa mezzi di comunicazione sempre più potenti.

Tutela

 
Terza Settimana di Vignette Antifemministe: agli stalker, dove il rogo arse

Terza Settimana di Vignette Antifemministe: al pomeriggio in tir e alla sera in tiro

“Nessun servo può servire a due padroni:
o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno
e disprezzerà l’altro.”

(Luca 16, 13)

Qualche tempo fa, si sono svolti i mondiali di calcio femminile. Ovviamente è stata fatta un’enorme propaganda, intorno all’evento; parte di questa propaganda cercava di piazzare nelle menti degli ascoltatori un’immagine della calciatrice non più come armadio dalle gambe tozze, ma come simbolo di bellezza e femminilità. Venivano così creati articoli su quanto gnocca fosse questa o quella calciatrice, per poi strillare, il giorno dopo, rimproveri quali “Vergogna! Guardate le calciatrici per il fisico che hanno se non per come giocano!”.
Nacque ovviamente anche un certo scetticismo riguardo al patetico tentativo del giornalista di far apparire una calciatrice come un modello di femminilità, e sentii, in risposta a questo scetticismo, questo commento: “Se devo mettermi in tiro, lo faccio la sera! Il mondo non gira mica intorno agli uomini.”.

Non parliamo di “mettersi in tiro”, ma di femminilità, e di certo non parliamo di far girare il mondo intorno agli uomini.
Per alcuni di noi ci vogliono anni e anni di contemplazione della nostra vita, per arrivare a definire in noi stessi qualcosa che somigli a una sessualità. Tentando di farlo semplicemente schiacciando un bottone, muovendo una levetta dalla scritta “camionista” alla scritta “in tiro” si otterrà solamente… di mettersi, al massimo, “in tiro”, appunto. Io vorrei che le ragazze vedessero la loro femminilità come qualcosa di più profondo del semplice fatto che quella sera si sono messe i tacchi alti.

Altrimenti si finisce per fare due cose male nel tentativo di farle contemporaneamente, e, facendo le cose male, si fanno cose riduttive. Facendo cose riduttive, si finisce per far concretizzare quella stessa prospettiva che tanto faceva tremare la commentatrice di cui sopra; si diventa parti insignificanti di un mondo che gira intorno a qualcun altro.
Né calciatori, né emblemi di femminilità, ma figurine indistinte e indifferenti su uno schermo quando c’è la partita e sostituibili oggettini la sera, con un paio di tacchi abbastanza alti da non doversi chinare per vedere le tette e un bel paio di gambone ben tornite per sottoministrare movimenti pelvici da professioniste.

Una donna che potresti comprare all’IKEA, insomma.

Modelli di femminilità

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