“La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima

È il 1937. Il compositore Aldo Finzi  partecipa al concorso indetto dal teatro alla Scala per una nuova opera da eseguirsi l’anno seguente e lo vince. L’opera vincitrice è “La serenata al vento”, opera buffa in tre atti che parla di figlie ribelli, genitori severi, matrimoni combinati, scandali… insomma, quelle cose lì.

L’opera, però, non viene eseguita, ed il premio non viene assegnato.
Il motivo? Aldo Finzi è ebreo, e questo è il periodo in cui stanno entrando in vigore le leggi razziali. Al compositore sarà vietato pertanto di far eseguire la propria musica, che, nonostante questo e le altre mille peripezie della sua triste e avventurosa vita continuerà a comporre. Pare che le ultime parole di Finzi siano state “Fate eseguire la mia musica”.

Il primo dicembre 2012, finalmente, “La serenata al vento” è stata messa in scena al Donizetti di Bergamo. È stata la prima assoluta, ospitata dal teatro bergamasco e realizzata dall’Opera Aeterna di Gerusalemme. Realizzazione di scene e costumi a cura degli studenti della Scuola di Teatro HaMartef. Continua a leggere ““La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima”

“La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima

Seconda settimana di vignette antifemministe: la condizione dell’antifemminista pt1

Volevo dedicare due articoli all’antifemminismo in sé, cioè alla condizione dell’antifemminista.
Come dissi già con una punta d’orgoglio, non è una condizione facilissima da sopportare. Per fare un esempio, pochi minuti prima di scrivere questo articolo ho linkato il precedente della stessa inchiesta a un’amica; se l’avete letto, sapete bene che il femminismo, con quell’articolo, c’entra… relativamente, eppure la mia amica ha storto il naso. La parola “antifemminista” non le piaceva.
E non è la prima volta che qualcuno, riconoscendomi come antifemminista, decida di non stare neppure a sentire quel che ho da dire. Naturalmente partire prevenuti è un diritto, forse una certa fama da eretico è anche quello che certi antifemministi cercano, ma cancellare un commento su un blog o in un forum a priori, solo perché viene da qualcuno… bhé… non so… personalmente mi ricorda quella volta che Emilio Fede non fece passare una telefonata che arrivò in diretta perché veniva da Di Pietro.

Se qualcuno sta per dirlo, no. Questo modus operandi non è neppure lontanamente paragonabile a quello di un tizio che mette alla porta uno scocciatore che si è comportato male in casa sua. Se i blog, i giornali o i telegiornali fossero circoli privati chiusi sia dall’interno per l’esterno sia dall’esterno per l’interno, le due cose potrebbero essere paragonabili, ma un giornale (online o meno) è un organo di informazione. Gli organi di informazione riguardano tutti; non si può scrivere sul “Corriere” che Mario Rossi è uno stronzo ed accusarlo di maleducazione se cerca di replicare.

Comunque sia, c’è stato un caso di censura molto particolare, qualche tempo fa. Il blog “Femminismo a Sud” pubblicò un articoloin cui giustificava la censura, definendola una cosa auspicabile. Io, a suo tempo, scrissi un articolo di risposta, e ora ve lo volevo riproporre.

I MONOLOGHI DELLA VAGINA

Che “Femminismo a Sud” non stravedesse per il dibattito io lo sapevo già da un po’, ma che si potesse arrivare a questo punto non me lo immaginavo.
“Obbligo di parlare anche con chi ti sta sul culo”? Ma noi, come esseri umani, abbiamo l’obbligo di parlare SOLO con chi ci sta sul culo! Persino quando parliamo con un nostro amico, o con noi stessi, la discussione va avanti grazie ai punti di contrasto, non certo grazie ai punti in comune.
Cosa c’entra che “ti sto sul culo”? Mica devi invitarmi a mangiare a casa tua!
Leggendo un articolo in cui si ricordano con nostalgia i bei tempi in cui “il ban era una pratica auspicata” (mentre, ora, la gente vuole esprimersi liberamente… dove andremo a finire?), ci si chiede come qualcuno possa mandarlo giù senza fiatare. Da che mondo è mondo, c’è un modo solo per spingere la gente a mandar giù qualsiasi cosa: parlarle di un pericolo imminente. Ed ecco quindi che commentatori le cui parole (in quanto, appunto, censurate) non possono essere valutate da chi legge diventano pedofili, stupratori, frustrati e maschilisti. “Mangiatori di bambini” se lo sono scordati ma, quando c’è la pedofilia, c’è tutto.

A sentire l’autrice dell’articolo qui sopra, pare che i blog femministi vengano riempiti di spam e pubblicità del viagra. In realtà, i commenti incriminati trattano gli stessi argomenti degli articoli, e questo, per come la vedo io, basta per dire che non si tratta di spam.
È evidente per chiunque conosca anche solo superficialmente i “commentatori compulsivi” di cui qui si parla (e che l’articolo si guarda bene dall’indicare con precisione) che i loro non sono commenti gratuiti e basati sul nulla, ma mettiamo pure che lo fossero. Cambia qualcosa?
Persino un giornalista di quinta categoria come me lo sa che, quando si parla con un commentatore, non si parla con lui, ma con tutti i lettori. Ammesso che quel commentatore lì parli perché è un sadico e ce l’ha con te, tu devi fregartene, perché non stai rispondendo a lui, ma a tutti.
Un blog non è “casa tua”, non è una rimpatriata tra amici, non è un club esclusivo, ma è un organo di informazione. Già posso accettare solo in determinate circostanze il fatto che si escluda qualcuno da una rimpatriata tra amici (il gruppetto di bambini coi vestiti firmati che non invita alle feste lo sfigato della scuola non mi ha mai fatto simpatia), ma che si pretenda di farlo in un organo di informazione no, eh…
Trovo inoltre commovente il candore con cui la giornalista, a un certo punto, si domanda se sia democratico o no far parlare solo coloro che si ha interesse a far parlare.

Oggi come oggi, diciamolo, la voglia di comunicare è stata parecchio demonizzata, specialmente su internet. Non è passato molto tempo dal rogo dei libri di Filesonic e Megaupload, dalla distruzione di due archivi di materiale introvabile con la scusa del copyright, i tiranni del globo terraqueo vogliono la testa di Wikipedia e si sta parlando di chiusura di siti internet senza possibilità d’appello. Non mi sembra il momento per fare l’apologia della censura. Non mi sembra il momento di rivendicare la libertà di togliere la libertà al prossimo.
Libertà di non far parlare quelli che ci stanno antipatici? Ma come ti può VENIRE IN MENTE di dire una cazzata simile? Una persona seria si vergogna pure a pensarla una cosa del genere, questi ci hanno scritto su UN ARTICOLO!

In questo articolo c’è anche un appello alle donne che trovano commenti antifemministi sul web, che le invita a non rispondere. Per fortuna, è una battaglia persa in partenza, perché la gente, per sua natura, si impiccia, commenta e non si fa gli affari suoi.
Tuttavia voglio rivolgere anch’io un appello alle donne a cui si sono rivolti questi signori.
Parlate. Non sono forse le donne quelle accusate di parlare troppo? E allora parlate, ma non parlate da sole. Parlate con gli altri, parlate con tutti. Nessun commento è mai stato vano, nessuna parola è mai caduta nel vuoto. Se non vi ascolteranno i vostri interlocutori, vi ascolteranno altre persone, se non vi ascolteranno altre persone, vi ascolterete voi stesse. Una voce che parla sarà sempre migliore di una che tace, come una voce che canta sarà sempre migliore di una che parla.

Seconda settimana di vignette antifemministe: la condizione dell’antifemminista pt1

I monologhi della vagina

Ma alcuni dei Farisei, che erano tra la folla, dissero a Gesù: ‘Maestro, fai tacere i tuoi discepoli!’.
Gesù rispose: ‘Se tacessero loro, le pietre stesse si metterebbero a gridare!’.

(Luca 19, 39-40)

Oggi, in rete, ho trovato un articolo a cui voglio rispondere. Ha catturato la mia attenzione perché mi ha spinto a chiedermi come possa certa gente spendere soldi per gli allucinogeni quando nessun acido al mondo potrebbe far vedere a chi lo prende qualcosa di più onirico e surreale del testo di cui sto parlando. Lo pubblico qui integralmente perché (seriamente) credo ci sia il rischio che gli stessi autori, una volta riletto quello che hanno scritto, decidano di cancellarlo. Fino a quel momento, lo trovate qui. Continua a leggere “I monologhi della vagina”

I monologhi della vagina

Idiota imita cantante stonato

Oggi una cara amica mi ha fatto vedere il video di una ragazzina che canta una canzone di Marco Mengoni su YouTube con risultati imbarazzanti. Risultati così imbarazzanti che non vi mostro nemmeno il video per non contribuire al futuro trauma infantile della protagonista. Se avete un minimo di capacità di ricerca su Google, comunque, lo trovate subito.

Con una umanità che mai avrei creduto potesse essere di questo mondo, questa mia amica ha commentato la performance non con lancio di ghiande ma criticando costruttivamente. Le ha spiegato, cioè, che non ha senso cantare imitando il timbro di un cantante. “Quando parli” ha detto “hai una voce pulita, morbida, dolce. Perché non la usi anche quando canti?”.

Quello dell’imitazione è un problema celebre. “Di imitazione si può anche morire”, diceva Celletti.

L’imitazione, però, non è solo dei fan, dei poveri, del popolo che si inginocchia davanti a idoli peggiori di lui o ha il terrore di potenti che potrebbe sconfiggere solo alzando la testa. L’imitazione è anche delle etichette; l’imitazione verso i modelli di moda, verso i grandi classici scimmiottati.

Sempre oggi ho scoperto un’altra cosa imbarazzante. Pare che David Zard stia preparando una versione italiana di “Romèo et Juliette” di Presgurvic coi testi di Pasquale Panella. Trauma.
Sappiamo che oggi l’egemonia francese, in fatto di teatro musicale, esiste. Come potrebbe essere altrimenti, visto che tutto quello che riguarda l’Europa è nato da lì? Ma io ho idee mie su come si deve guardare al successo di qualcuno: se ne riconosce la bravura senza trascurare la propria e si cerca di fare tesoro dei suoi insegnamenti senza copiarlo.
Noi che abbiamo fatto? ll contrario. Abbiamo fatto finta che i francesi non esistano (tanto da proporre come nuovi spettacoli vecchi di dieci anni!) con spocchioseria quasi campanilistica, mentre nel frattempo ci scannavamo a vicenda per le loro briciole.

Di imitazione si può anche morire…

Idiota imita cantante stonato