“Un ballo in maschera” al Teatro Donizetti

Eccoci arrivati alla fine della Stagione Lirica 2013 del Teatro Donizetti. O, per meglio dire, quasi alla fine, perché, oltre alle cinque opere che ne compongono il calendario canonico, la stagione di quest’anno ha il serbo molte altre sorprese.
Ovviamente i balletti. Quelli che saranno rappresentati a metà dicembre saranno Il corsaro e La bella addormentata nel bosco.
Poi c’è il Teatro delle Novità. Il 30 ottobre è andato in scena il dittico composto dalle due opere contemporanee L’aumento e La macchina (che ho già recensito) e il 24 di questo mese andrà in scena La finta semplice di Michele Varriale, che recensirò. Due giorni dopo, il 26 novembre, sarà in teatro per un altro evento imperdibile: il recital di Leo Nucci.

Una stagione densa di appuntamenti, quindi. Andiamo a vedere come è andato uno dei più importanti: la messa in scena di Un ballo in maschera.

Ma prima devo scusarmi ancora una volta con voi per il ritardo con cui pubblico questo articolo. Sono stato distratto da due disavventure giornalistiche.
La prima è stata l’inaugurazione di una nuova rubrica per un sito, la seconda… forse ve la dirò un giorno, al momento affrontare l’argomento mi mette di cattivo umore.

Prima di recarmi a vedere quest’opera avevo raccolto varie voci di corridoio. Sapete, sono uno che presta orecchio alle maldicenze. Tutte mi parlavano di una musica bellissima e di una regia orrenda. Naturalmente se la regia è orrenda la musica bellissima serve a poco, perciò mi dispiacque molto sentire certi commenti. Rimasi anche abbastanza perplesso quando scoprii che il regista era di Ivan Stefanutti, che non è uno che firma regie orrende. Dopo aver visto la regia in questione con i miei occhi, comunque, ecco cosa ne penso.

È molto meno brutta di quello che si dice. Zoppica, è innegabile. E non tanto per la scelta di ambientare l’opera negli anni ’50 o giù di lì (la storia dovrebbe, in teoria, svolgersi nel 1600), quanto per la natura veramente pacchiana di alcuni elementi che abbiamo visto sul palco. Sto pensando soprattutto alla scena di Ulrica, che tra il teschio metallico che fa capolino dall’alto, la schiera di cristallo e le ballerine con gli spuntoni sulla schiena fa pensare più alla cameretta di una teenager wicca che all’antro di una maga. Più piacevole la scena del ballo in maschera, almeno vista dalla prima galleria. I coloratissimi costumi (anch’essi a cura di Stefanutti), tutti insieme, fanno un effetto niente male. Tuttavia più da vicino, lontano dal vortice delle danze (come nelle ultimissime pagine del libretto) hanno un aspetto deprimente.
“Regia”, però, non significa solo “scene” e “costumi”, ma anche entrate, uscite, movimenti scenici. In questo senso devo dire che non ho visto un brutto lavoro o un lavoro svolto male… solo, un lavoro poco sicuro. Non afferro bene dove si voglia andare a parare. Anche quello spostamento di date da 1600 a “da qualche parte nel ventesimo secolo” che pure non mi ha traumatizzato troppo non vedo che senso abbia, così come il Lucca Comics in casa di Ulrica, o il Congresso delle Nazioni Unite al palazzo di Riccardo. Realismo? Attualizzazione? Filologia, nel senso che ai tempi quest’opera aveva un significato politico e si è voluto riproporlo? Boh. Si possono fare delle ipotesi, ma lasciano il tempo che trovano. Stefanutti, forte di una grande preparazione tecnica, non fa danni, ma neanche crea qualcosa che vien voglia di vedere e rivedere.

Molti critici bocciano la parte musicale. Io, dal canto mio, l’ho trovata una delle più belle sentite quest’anno al Donizetti.
Mario Malagnini (Riccardo) l’ho trovato adattissimo al ruolo, seducente e brillante. Basti pensare che, appena ha concluso il suo La rivedrà nell’estasi, il pubblico è esploso in un boato di applausi, vincendo la ritrosia dei compostissimi babbi che vorrebbero gli applausi solo alla fine e che, come sapete, considero inferiori alle più basse forme di vita, persino a Capezzone.
In effetti tutta la serata è stata all’insegna dell’entusiasmo. Anche la greca Dimitra Theodossiou (Amalia) ha ricevuto degli anticonvenzionali applausi a scena aperta dopo il suo Morrò ma prima in grazia, e quando il coro cantava “Ah, che baccano sul caso strano” dietro di me c’era una che cantava con loro. Voi dite quello che vi pare, ma io l’ho trovato adorabile. Ovviamente i dispensatori di “Ssssh!” di cui sopra non si sono fatti intenerire al punto di lasciar passare anche un “Brava!” urlato a Oscar a metà dalla sua aria nell’ultimo atto, ma pazienza. Anche i Paolo Scavalcacinghie hanno bisogno dei loro spazi.
Dicevamo della Thedossiou. Applauditissima, come dicevo, sia a scena aperta che alla fine dello show. Applausi meritati, anche se a me personalmente sono piaciuti molto di più i due protagonisti maschili.
Igor Golovatenko (Renato) è stato infatti probabilmente il migliore della serata. Una prestazione più sottile di quella degli altri due protagonisti la sua, anche considerato il ruolo ben più ambiguo e psicologicamente più complesso, e che quindi strappa applausi meno spontanei, ma ottima.
Giovanna Lanza (Ulrica) non ha offerto la prestazione terrificante (nel senso buono, ovviamente) che ci si aspetta da questo ruolo, ma penso che la più volte citata scenografia pacchina della sua scena non abbia aiutato.
Paola Cigna (Oscar) non l’ho sentita e su di lei non mi pronuncio. Nello stesso ruolo ho sentito Gabriella Costa, insostituibile in queste occasioni.
Qualche fischio al direttore d’orchestra Stefano Romani, che in effetti non ha brillato per sentimento.

Nel complesso, uno spettacolo che non lascia l’amaro in bocca. Anzi, uno spettacolo che diverte per qualche ora, ma che non lascia molta voglia di rivederlo.

E dopo quest’ultima considerazione vi do appuntamento a venerdì per l’attesissima Finta semplice.

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“Un ballo in maschera” al Teatro Donizetti

“Il furioso all’isola di Santo Domingo”. Applausi scroscianti al Donizetti

L’11 e il 13 ottobre è andata in scena al Donizetti di Bergamo l’opera Il furioso all’isola di Santo Domingo. Si tratta di un’opera poco nota, a cui il pubblico bergamasco ha reagito molto bene.

Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo racconta la storia di un uomo che impazzisce per una delusione d’amore e si riduce a vivere da selvaggio su un’isola delle Antille. Qui il poveretto è da un lato compatito e dall’altro temuto dai paesani.
Per un gioco del caso, però, la ragazza che ha fatto impazzire il furioso fa naufragio sulla stessa isola, e i due si rappacificheranno.

La regia di quest’opera semiseria è stata affidata a Francesco Esposito (supportato da Maria Cerveira) che, partendo da un progetto inedito di Emanuele Luzzati (adattato e reso fruibile per la scena da Michele Olcese) trasporta lo spettatore in una sorta di teatro dei burattini, fatto di alberi di cartone, piante esotiche e onde marine.
Hanno fatto il loro dovere anche i costumi di Santuzza Calì (supportata da Paola Tosti), che, solo apparentemente improvvisati, sembrano davvero usciti da un disegno di Luzzati.
Da non dimenticare il lavoro di Bruno Ciulli, assistente alle luci, che in un’opera del genere viene davvero messo alla prova. Deve infatti rappresentare ora un giorno di sole su una spiaggia caraibica, ora una tranquilla serata, ora la notte più fonda. Buono il risultato.

Tutte scelte registiche che sono state premiate e che dimostrano, tra l’altro, che una regia attinente al testo non è necessariamente sinonimo di immobilità e mancanza di inventiva. L’inventiva in questo spettacolo c’è, e non ho avvertito nessuna noia né personalmente né intorno a me guardandolo.
Io personalmente non sono uno che disprezza le regie particolari, ma credo che di base si tratti di capire il materiale che si sta affrontando. Penso che si sia capito lo spirito di testo in particolare, che, tra l’altro, è molto bello.
Certo, forse avrei preferito che fosse un tantinello più corto. Anche perché molte scene tendono a ripetersi, come ad esempio i buffi siparietti tra il furioso Cardenio e il servo Sazh Katzroy… cioè… volevo dire… Kaidamà.
Ma era anche il gusto dell’epoca, e non ci lamentiamo.

Dal punto di vista musicale, almeno per me, tutto bene. Qualcuno ha commentato che un’opera come questa “meriterebbe ben altre voci“. Può darsi, ma non ha importanza. I cantanti hanno fatto tutti il loro dovere e non mi va di fargli le pulci.

Mi è dispiaciuto vedere un teatro non troppo pieno, cosa che capita spesso quando si fanno opere poco note o addirittura inedite. Ad esempio, per La serenata al vento dell’anno scorso, opera mai andata in scena prima di allora, il teatro era vuoto (e sì che i biglietti costavano poco o niente).
Mi è dispiaciuto perché a me vedere opere inedite piace. Non credo abbia molto senso andare a teatro solo per vedere Tosche e Traviate. Purtroppo molti di noi vivono ancora nell’erronea convinzione che l’Opera appartenga al passato, e che vedere cose diverse non abbia senso. Poi, però, come in questo caso, davanti a una cosa nuova fatta bene si va in brodo di giuggiole.

Mi secca dare ragione a Tremonti, anche quando si tratta di un’imitazione, ma credo che Corrado Guzzanti abbia ragione quando, imitandolo, si lamenta perché i teatri lirici “ci fanno vedeve tutti gli anni la stovia di quel povtatove di handicap, e quella baldvacca che tutti gli anni mi va a movive di tisi” (traduzione: “perché dovremmo dare soldi a questi che ci fanno vedere sempre le stesse cose?”).

Di chi è la colpa? Di un pubblico arroccato sui suoi gusti? Dei teatri che non propongono novità? Di chi taglia soldi alla cultura?
Personalmente penso che l’atteggiamento del pubblico sia infantile, quando questo vuole vedere sempre le stesse cose (ricorda un po’ i bambini che quando scoprono Biancaneve vogliono vederselo tutti i giorni), ma credo anche che il pubblico abbia diritto a questo atteggiamento. È il teatro che deve proporgli cose nuove da apprezzare.
Al più si può rimproverare chi non va a cercarsi cose nuove, o chi le snobba quando glie le mettono davanti. Ma anche questo è un atteggiamento che si perde se qualcuno ti educa a perderlo. In soldoni, non si acquisisce l’abitudine a confrontarsi con cose nuove quando è già un miracolo arrivare a vedere i classici.
E, aggiungerei, quando anche questi classici vengono fatti senza alcun criterio. Non sto parlando di cantanti che cantano come macchinette e fondali dipinti, sto parlando di messe in scena che abbiano un senso.
Quindi si torna sempre al discorso dei fondi che non ci sono. Per un teatro, mettere in scena un’opera da zero è un costo enorme, che porta a un guadagno infinitamente più basso rispetto a quello che si realizza con un “Trovatore”. Un costo che spesso non corrisponde a un guadagno. I fondi pubblici servono proprio ad ammortizzare le inevitabili perdite a cui si va incontro con un investimento così poco sicuro. La prossima volta che il classico comunista sfigato si lamenta perché non ci sono soldi, ricordatevi che si riferisce a questo.

“Il furioso all’isola di Santo Domingo”. Applausi scroscianti al Donizetti

“Maria di Rudenz” al Donizetti. Piccola riflessione sulla presenza scenica dei cantanti

Salve, affezionatissimi. Volevo prima di tutto scusarmi per il ritardo con cui pubblico questo articolo, ma sono stato sommerso di impegni giornalistici.
Bene, ore che mi avete perdonato, passiamo ai fatti.

Il 20 e il 22 settembre è andata in scena a Bergamo la Maria di Rudenz di Donizetti, opera che parla di ciò che succede “quando gli uomini non ascoltano il grido della ragione”.
Così c’era scritto sul programma di sala, perlomeno. A me è sembrata solo una scazzottata senza né capo né coda. E mi sta bene così, sinceramente. Meglio una bella scazzottata che un brutto spettacolo.

Ma andiamo con ordine. Le vicende hanno inizio con la fuga d’amore in Italia di Maria, nobildonna svizzera, e Corrado. Quando Corrado scopre di essere stato tradito dalla sua amata, decide di ucciderla per poi togliersi la vita. Porta quindi la ragazza in una catacomba romana, lontano da occhi indiscreti. I due, però, vengono sorpresi da un terremoto; Maria rimane intrappolata mentre Corrado riesce a scappare.
Corrado, tuttavia, onde evitare di finire su “Donne di Fatto” (dilaniato dai rimorsi, secondo altre interpretazioni), decide di mandare una guida a cercare la ragazza.
Quindi torna al castello di Rudenz

No… un momento. Torna al castello dove viveva la ragazza che ha appena cercato di uccidere… dopo aver mandato una guida a cercarla? Sapendo che se dovesse salvarsi probabilmente ci tornerà?

Bòh. Sì, fa così. Comunque a Rudenz la cugina di Maria, Matilde, sta per diventare signora del castello. Così aveva disposto il padre di Maria il giorno della sua fuga, in caso sua figlia non avesse fatto ritorno entro un anno. Tornato al castello, Corrado si innamora di Matilde e decide di sposarla. Qui inizia il libretto di Cammarano.
Di Matilde è innamorato anche Enrico, fratello di Corrado, che si dispera in preda alla gelosia.
Il giorno delle nozze, però, Maria ricompare viva, vegeta e assetata di vendetta. Corrado viene cacciato via e Matilde viene rinchiusa in convento.

A questo punto Enrico prova a intercedere per Matilde presso Maria, confessando il suo amore per lei. Maria, che nonostante il passato ama ancora Corrado, intravede così una via per riprenderselo.

A proposito, che fine ha fatto l’amante di Maria dell’antefatto? Se amava Corrado, perché l’ha tradito? Si è pentita? Era tutto un malinteso?

Comunque Maria dice di essere disposta a salvare la vita a Matilde dandola in sposa a Enrico (che “più la merta né men l’ama” di Corrado) se le giurerà di esserle sempre fedele. Aggiunge anche qualcosa circa il padre di Corrado che era un assassino, ma poco importa.
Corrado, per tutta risposta, dà a Maria una coltellata. Maria, alla gente accorsa in suo soccorso, dice di essersi ferita da sé, così da scagionare il suo amato.
Corrado e Matilde, quindi, si apprestano per la seconda volta a sposarsi, e per la seconda volta vengono interrotti. Stavolta da Enrico, che sfida a duello il rivale e rimane da lui ucciso.

Ah, nel frattempo si è scoperto che i due non erano fratelli.

Comunque si presenta quindi Maria, sopravvissuta alla pugnalata di Corrado, e rivela di aver ucciso Matilde. Quindi si toglie le bende che avvolgono la ferita inflittagli dall’amato e muore dissanguata intonando un “Mi togliesti vita… e cielo! Ti perdono… e… t’amo… ancor.” che mi ricorda un po’ l’aria finale di Gemma di Vergy. Fine.

A me sembra una allegra scazzottata. A ogni modo… durante lo spettacolo è successa una cosa che mi ha fatto pensare.
Il tenore Ivan Magrì (uno dei cantanti di fiducia di Francesco Bellotto, che ha curato la regia) ha dovuto cantare seduto su una sedia a rotelle. Una voce prima dello show ha spiegato che la regia era stata modificata per l’occasione.
Ciò mi ha fatto notare una cosa che già avevo notato durante il recente Trovatore bergamasco, ma di cui non avevo parlato, dal momento che quell’opera era stata rappresentata in forma semiscenica.

Dopo aver sentito l’annuncio, ero già pronto a una messa in scena tipo quella puntata de I Simpson in cui Homer diventa un cantate d’Opera, ma siccome riesce a cantare solo da sdraiato tutte le opere che fa vengono sconvolte.
Viceversa, il fatto che Magrì abbia cantato per tutto il tempo da seduto è stato assolutamente irrilevante. Dubito che la regia sia stata modificata più di tanto. Se non me l’avessero detto, forse non ci avrei neppure fatto caso. Per il semplice motivo che qui ognuno fa il cazzo che gli pare, i cantanti si limitano a entrare in scena, cantare ed uscire. In piedi o seduti non fa alcuna differenza.
Ciò porta spesso a scene curiose. Vedi, ad esempio, cantanti che gridano “Mi lascia!” mentre la persona a cui lo dicono si trova a due metri da loro.
E questo mi sembra molto strano, perché ricordo di aver raccolto (tempo fa) una dichiarazione di Barilone (qui aiuto-regista) che si diceva d’accordo con me circa la necessità di non trascurare certi dettagli.

Ma più che la regia sembra che certi movimenti scenici li trascurino i cantanti. O meglio, sembra che nessuno abbia mai chiesto loro di fornire questa o quella interpretazione.
Non parlo solo di movimenti scenici, ma di caratterizzazione dei personaggi in generale. I costumi, sia pur eccellenti, dicevano poco dei personaggi, e così pure i vari loro attributi (intendo spade, pettinature, bende sugli occhi, bracci meccanici in grado di sparare razzi). Da questo punto di vista, devo dire che l’infortunio di Magrì è stato uno di quei mali che non vengono per nuocere. Vederlo in sedia a rotelle, considerato che interpretava il fratello più vulnerabile e introverso del protagonista scavezzacollo, quello che deve lottare per ciò che ha fatto di tutto per meritarsi, mentre Corrado ha un colpo di fortuna dopo l’altro (di lui si innamorano entrambi i personaggi femminili, tanto per dirne una) nonostante faccia di tutto per non meritarselo, mi ha aiutato a capire il personaggio.

Anche perché mi sembra che questa sia un’opera che non disdegna caratterizzazioni intense. Basti pensare a tutti i personaggi fighi che ne fanno parte: la suora sanguinante, il baritono subdolo, il già citato tenore sfortunato…
Maria Billeri (Maria) è stata la migliore in questo. Quando si rialza dopo il duetto con Corrado sembra davvero una donna che rialza dopo un focoso scambio di intese con l’amato. Quando ascolta la confessione Enrico, hai davvero l’impressione che sia dispiaciuta per lui.
Un’interpretazione fatta di gesti piccoli, ma adatti al personaggio. Oltre a questo, ha anche cantato benissimo.

“Il teatro non è il cinema”, si dirà. Sarà. Però è il teatro. A me personalmente veder recitare un attore in un’opera lirica fa piacere. Per citare un mio amico: “Vedi la Carmen di Grace Bumbry e capisci perché gli uomini le vadano dietro. Vedi quelle di oggi e pensi: ‘Boh…’.”.

Agli altri, invece, pare bastino le belle voci. Per il melomane esse sono ciò che sono le automobili che esplodono per il teenager che va al cinema. E le belle voci ci sono state. Vocalmente è stata la cosa più bella vista finora in questa stagione, e probabilmente lo sarà anche alla fine. Lo testimoniano le molteplici ovazioni di cui sono stato testimone. Sebastiano Rolli (già portato in trionfo dopo il “Trovatore”) idolo delle folle; ho cominciato a sentire gente che lo elogiava. Ivan Magrì applauditissimo; a un certo punto qualcuno ha anche provato a chiedere un bis, ma il tenore o non ha sentito o non ha voluto concederlo. Amatissimi anche tutti gli altri (ho già citato la primadonna).

Contestata da qualcuno (ma perlopiù ignorata) la scelta di raccontare la storia come un flashback di Corrado, che nell’idea del regista dopo gli eventi narrati si trova in manicomio.
Si tratta in effetti di una scelta volta a valorizzare un aspetto intimistico-psicologico che io francamente non ho visto. Una scelta sulle prime ha anche pregiudicato un tantino la mia comprensione della storia.
E credo che questo spieghi anche la mancata caratterizzazione di cui parlavo poc’anzi (caratteristica, tuttavia, di tutto il teatro lirico contemporaneo). Si è cercato di fare una lettura psicologica della vicenda invece di abbandonarsi al puro e semplice intrattenimento, il che, secondo me, è stato un peccato.

Immagine tratta da http://www.bergamo2019.eu/it/
Immagine tratta da http://www.bergamo2019.eu/it/
“Maria di Rudenz” al Donizetti. Piccola riflessione sulla presenza scenica dei cantanti

Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?

I più attenti di voi avranno notato che nel mio ultimo articolo, a dispetto del titolo, non c’è nessunissimo accenno alla “Square-Enix”, celebre ditta campione d’incassi nell’industria videoludica.
Bèh, ci sto arrivando. Essendo appena ricominciata la stagione lirica bergamasca, prossimamente pubblicherò una serie di recensioni (una per ogni spettacolo) e vorrei scrivere, a guisa di premessa, un articolo su cosa significa scrivere recensioni.

Quando nasce il mestiere del critico? Nel film “La pazza storia del mondo”, Mel Brooks prova a rispondere a questa domanda.

In effetti il concetto di “recensione” nacque probabilmente quando l’arte iniziò a diventare un prodotto da consumare. E “consumare” vuol dire “pagare dei soldi”. Continua a leggere “Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?”

Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?

È ricominciata la stagione lirica al Donizetti, e la “Square-Enix” non ne imbrocca una da dieci anni

ll primo settembre è ricominciata la stagione lirica al “Donizetti” di Bergamo. 

Prima di recensire, vorrei innanzitutto ringraziare il teatro a titolo personale. Il giorno della prima, infatti, sono incappato in un indecoroso svenimento a seguito del quale mi sono perso la rappresentazione. Saputolo, in biglietteria, mi hanno subito procurato un biglietto per la rappresentazione successiva. Dice “Che c’entra con la qualità dello spettacolo?”. C’entra, c’entra. Non si valuta solo lo spettacolo ma anche la qualità del teatro, e per me un teatro che tratta così i suoi abbonati merita il suo encomio. Altrove sarei stato lasciato svenuto in bagno.

Tornando a noi, questa stagione lirica è iniziata un po’ in anticipo, rispetto alle stagioni precedenti, probabilmente per non trovarsi in ritardo con le varie celebrazioni previste quest’anno (i bicentenari di Verdi e Wagner ma anche il centocinquantenario della nascita di Simone Mayr, di cui è stata infatti rappresentata a giugno la Ginevra di Scozia).

È stato quindi il Trovatore di Giuseppe Verdi aprire le danze. L’opera è stata rappresentata in forma semiscenica con la regia di Luigi Barilone. Movimenti scenici ridotti al minimo e la scenografia ridotta a una serie di fondali (cinque in tutto). Questi fondali erano gigantografie (perlopiù in bianco e nero, più raramente a colori) che rappresentavano scene metropolitane. L’ambiente del primo atto era uno scorcio notturno di città con finestre illuminate, il campo degli zingari una tendopoli sotto un ponte, il convento una chiesa buia eccetera.
Un’idea (permessa dallo stile della rappresentazione) che mi è piaciuta, in quanto riesce ad attualizzare la vicenda senza scadere nel banale (i nazisti baritoni, per capirci) o nel ridicolo (i soprani sadomasochisti, per capirci), anche se ogni tanto si aveva l’impressione di trovarsi a una mostra fotografica.

Applauditissimo il direttore d’orchestra Sebastiano Rolli, che ha sostituito all’ultimo minuto il maestro Andreas Ryter. La sua direzione porta l’orchestra a partecipare attivamente allo spettacolo, seguendone lo svolgimento e non limitandosi al semplice ruolo di sottofondo.

All’altezza della situazione i cantanti. Gida Fiume (Leonora, interpretata invece da Roberta Pozzer nella pomeridiana di domenica) padronissima del mezzo, dal punto di vista attoriale mi ha un po’ disturbato per via del modo in cui accompagnava il canto con gesti delle mani e delle braccia, vizio tipico degli studenti più giovani in netto contrasto col suo essere professionista. Angelo Villari (Manrico) molto convincente per quando non mi sia sembrato al 100%. Dico “sembrato” in quanto non ho idea di quali siano le condizioni attuali della sua voce, sto semplicemente paragonandolo la sua ultima perfomance alle registrazioni che ho sentito in giro. Non sono del tutto convinto della scelta di Cristina Melis per il ruolo di Azucena. Gran bella voce e un cipiglio adatto al ruolo, ma ho trovato il suo timbro troppo chiaro per l’Azucena che ho in mente.

In definitiva, uno spettacolo che ha l’aria di aver avuto una gestazione breve, un parto prematuro, ma di quelli senza complicazioni né per il bambino né per la madre.

Prossimo impegno il 20 e il 22 settembre con la Maria di Rudenz di Donizetti.

È ricominciata la stagione lirica al Donizetti, e la “Square-Enix” non ne imbrocca una da dieci anni