Intervista a Marzio Giossi, un tipico gentiluomo bergamasco

Ecco a voi la seconda intervista rilasciatami in occasione della “Madame Butterfly” di qualche tempo fa.

Incontrai Marzio Giossi in camerino, e l’impressione che ricevetti fu quella di un distinto signore abituato a quella dignitosa etichetta di cui i miei ospiti lombardi sanno essere maestri ma che sembra ormai appartenere, purtroppo, al secolo passato. Giossi, difatti, per questo spettacolo ha giocato in casa, essendo Bergamo la sua madrepatria.
Specializzato nel repertorio verdiano, ha fatto del ruolo di Rigoletto il proprio cavallo di battaglia. Ecco cosa ci siamo detti.

Due o tre cose che ami ricordare di te.

Per prima cosa, vorrei essere ricordato come una persona semplice. Seconda cosa: vorrei essere ricordato come una persona che ha voluto dare un messaggio positivo, e a volte non è semplice, nell’ambiente del teatro. Terza cosa: la grande passione che ho per il mio lavoro… dal punto di vista professionale, altrimenti una cosa bella che ho fatto nella mia vita è la mia famiglia.

Oggi giochi in casa. È un vantaggio? Un piacere?

Prima di tutto un grande privilegio. Sono nato a Bergamo, anche se nato da venticinque anni a Bologna. Qui ho fatto i miei studi e cantare nel teatro dove sono cresciuto, musicalmente, per me è una grande emozione. Ma, come ho detto, è anche un privilegio, perché qui a Bergamo ho visto spettacoli che hanno veramente fatto la storia del teatro. Vidi un “Belisario” con Gencer e Bruson, per esempio, un “Barbiere di Siviglia” con Panerai e Alva, addirittura una “Wally” con la Olivero, Cappuccilli nel “Simon Boccanegra”… Devo ringraziare il direttore artistico per avermi chiamato. È già tre volte che mi chiama, finalmente stavolta ce l’abbiamo fatta. L’anno scorso dovevo essere qui con “Rigoletto” (prima con Malatesta ma ci fu un cambio di titolo) mentre, invece, ci fu una coincidenza di date con Parigi, dove mi trovavo per “Il Trovatore”. Poi ci fu una proposta per una “Traviata” l’anno prima, ma anche lì successe la stessa cosa con una “Lucia di Lammermoor” ad Avignone, però andai in Giappone con la tournée.

Tu sei un verdiano. Quali sono le differenze e le analogie con la vocalità pucciniana?

Non ne trovo molte, onestamente. Noi dobbiamo usare la nostra tecnica a servizio di quello che cantiamo; a volerla trovare, potrebbe esserci giusto una differenza. Verdi richiede un legato che, a volte, Puccini non richiede. Con questo non voglio dire che Puccini va cantato slegato, ma la frase verdiana è famosa per essere quella lunga, col fiato lungo, i colori… Puccini, per la corda del baritono, non ha scritto delle gran frasi. Diciamo che un baritono, con Verdi, va a nozze, ma io non sacrifico nulla, se canto Puccini. La voce è quella, punto.
Per esempio, l’aria che molti ritengono sia una delle più brutte, cioè “Di Provenza il mare, il suol”; io ritengo sia una delle arie più difficili che Verdi abbia scritto, insieme a “Il balen del suo sorriso”. Puccini non arriva mai a scrivere cose così difficili, per il baritono. Se hai una buona tecnica e una buona forma ne vieni sempre fuori. Uno che canta “Rigoletto” può cantare anche “La fanciulla del West”. Uno che è nato per “La fanciulla del West”, però, anche se, magari, ha una tecnica più buona, non riesce a cantare “Rigoletto”.

Ci sono cantanti che cantano tutto, altri che si specializzano. Cosa pensi di questo e quanto è importante specializzarsi per un cantante?

Domanda bella. Io sono del parere che non si canti tutto, a meno che tu non si sia un fenomeno (Callas, Sutherland, Pavarotti…). Anzi, neanche i fenomeni hanno cantato tutto; Pavarotti di Wagner, ad esempio, ha cantato gran poco.
Per esempio, io sono un baritono (così mi dicono, e io mi rendo conto che hanno ragione) né drammatico e né leggero. Sono un lirico e posso spaziare, a volte, in un repertorio che non è precisamente il mio. “La gioconda”, “Otello”…
Tanti mi dicono “Perché non canti ‘Tosca’?”. Perché Scarpia non è nella mia vocalità. Potrei farlo, ma sarei uno dei tanti. E non è giusto dare questa impressione bisogna essere quello che si è. “Tosca” non l’ho mai accettata, “Il Tabarro” non l’ho mai accettato, “La fanciulla del West” non l’ho mai accettato… ci sono cose che non fanno parte del mio repertorio.
Cantare tutto può aiutare a scoprire la vocalità, o è una cosa che si lascia allo studio, e una produzione non sarà mai una lezione di canto?
Un cantante in carriera deve essere maestro di sé stesso e rendersi conto di quello che può o non può fare. Scoprire una vocalità… può essere, ma, se uno nasce violoncello, rimane violoncello. Io sono nato come Figaro, per esempio, come Marcello… già Malatesta era un ruolo spinto, per me. Dopo, nell’andare avanti negli anni, maturando la mia tecnica… mi sono permesso il lusso di affrontare dei ruoli che, magari, non sarebbero congeniali alla mia vocalità. Però sono sempre stato anche molto rigido con me stesso. Ho sempre detto anche dei grandi “No”. Al Puccini verista dico di no, come dico di no (o di sì malvolentieri) alle “Cavallerie Rusticane”, per esempio.

Parliamo di “Sì” detti mal volentieri. Bisogna affrontarne tanti? Quanto è padrone delle scelte che fa un cantante.

È un problema… se sai che canterà con te un cast stellare… più che “Sì” dici “Perché no?”. Oppure puoi dirlo là dove ci sono risorse economiche di alto livello… ma dentro di te hai sempre quel campanellino che ti fa pensare “Ma come andrà?”.
C’è anche da dire, però, che chi dice un “Nì” lo fa perché sa che al 90% quello che ti chiedono lo puoi fare.
Recentemente mi è capitato di sentire un Trovatore (non dico né dove né come) che sembrava il conte de “Le Nozze di Figaro”… e non è bello.

Come si gestisce un personaggio secondario come Sharpless rispetto a un Rigoletto?

A mio avviso non esistono personaggi secondari. Malatesta, Sharpless, Marcello… sono tutti primi baritoni, e sono tutti sono stati cantati dai più grandi baritoni del mondo. Certo, arrivare a cantare “Rigoletto” è un po’ l’apice della carriera di un baritono e, ovviamente, le soddisfazioni che hai cantando “Rigoletto” o Verdi in generale non le hai cantando i ruoli che hai chiamato secondari. Sono d’accordo se mi dici che Rigoletto è il ruolo padre dei baritoni, ma non sono d’accordo con te se chiami Malatesta o altri “ruoli secondari”.
Ho lavorato di più nel “Don Pasquale” fatto a Ginevra che per cantare “Rigoletto”! Mi si è aperto un mondo completamente diverso, perché in un’opera buffa c’è tanto da fare.

Un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscito a realizzare ed uno che vorresti realizzare adesso, invece.

Come cantate ho sempre avuto il sogno di fare una carriera duratura, e non fare tre o quattro anni per poi finirla lì, come succede oggi. Questo sogno è stato realizzato, perché sono ventisette anni che canto e, fortunatamente per me, mi dicono che ho ancora un timbro da ragazzino (meno male!).
Un altro sogno realizzato è stato quello di venire a cantare nella mia città, finalmente e un sogno che non ho ancora realizzato è stato arrivare al massimo del teatro mondiale, cioè la Scala.

Canti in un repertorio dove la tentazione di urlare è forte. Come si concilia la necessità del volume della voce con la necessità della raffinatezza del canto?

Bisogna trovare un equilibrio sia vocale che orchestrale. Più orchestrale che vocale, oserei dire, nel senso che l’orchestra, nell’Opera, accompagna, non dovrebbe coprire la voce. Poi sta nella testa, nell’intelligenza e nella tecnica del cantante il non urlare tutto.
A volte nell’impostazione tecnica di una voce si sente tutto, si dà un po’ più di mordente, tanto da dare l’impressione di un urlo. Ad esempio, se prendi in mano lo spartito de “La Traviata” e guardi la dinamica del ruolo di Germont (in particolare l’aria), vedi che è tutta piena di forcelle, di crescendo, di calando… tutto sul passaggio del baritono. Di un rischioso pauroso! Mi son sentito dire più di una volta che “Di Provenza il mare, il suol” non è una bella aria e soprattutto la cabaletta fa schifo. Perché? Perché pochi guardano la dinamica di questa romanza; i più pensano solo a arrivare in fondo. Stessa cosa per “Cortigiani, vil razza dannata”; dove bisogna saper cantar piano. Sta anche nella sensibilità del cantante non voler far sempre sentire solo la voce.

Bene. Lo spettacolo inizia tra poco e, se rimango ancora, finisce che ti distraggo.

Vedrai che sarò concentratissimo! Un saluto!

Alla prossima.

 

Intervista a Marzio Giossi, un tipico gentiluomo bergamasco

Intervista a Donata D’Annunzio Lombardi

In questa notte gelida e nebbiosa, il pensiero corre al fatto che non ho ancora pubblicato le due interviste fatte in occasione della Madame Butterfly di qualche tempo fa. Lo farò ora.

La prima cantante di cui pubblico l’intervista è la primadonna della serata Donata D’Annunzio Lombardi, a cui si deve gran parte del successo della serata, che è stata, come già detto, toccante e commovente come ci si aspetta da un titolo del genere.
Poco dopo lo spettacolo, a cena, ho fatto qualche domanda alla cantante.

Quale pensi che sia il momento più difficile della carriera di un cantante?

Penso sia l’inizio e la fin: l’inizio perché bisogna dimostrare di esistere, la fine perché bisogna garantire e mantenere la propria identità artistica, ovvero ciò che si è costruito in una vita intera.
Ci sono cantanti che cantano tutto e altri che si fissano su un repertorio. Cosa pensi di questo? Quando è importante la specializzazione per un cantante?
Credo sia una questione soggettiva. Ci sono persone che protendono ad un eclettismo artistico, voglio dire, che naturalmente si trovano a loro agio a vivere un più vasto repertorio; altri, invece, che prediligono rimanere negli argini di un vocalismo più pertinente alla loro natura, diventando per questo degli indispensabili “specialisti”.
Nel primo caso, credo, si è spinti da una maggiore curiosità e senza dubbio generosità, che però spesso si pagano nel tempo con una più breve longevità vocale.
Vale un nome per tutti: Maria Callas, che ha eseguito, con la sua immensa arte, tutto ciò che è stato scritto nel mondo dell’Opera. La possibilità di fare una carriera più varia e di spaziare nel repertorio dipendono moltissimo dalla qualità ed elasticità della voce che si possiede; molto dalla tecnica che si è maturata e, ovviamente, dal “cervello”, perché non dobbiamo dimenticarci che il canto è soprattutto uno stato mentale.

Come ti collochi in questa catalogazione?

Come una cantante con una voce al servizio del cervello e non una con un cervello al servizio della voce; un’artista da sempre innamorata del melodramma.
Per quanto riguarda il discorso sul repertorio, non ho una voce particolarmente definita; sono curiosa per natura e quindi mi piace sperimentare. Ho cantato dal barocco fino al ‘900 prediligendo Mozart, Bellini e Puccini.

In un’intervista, hai parlato delle donne pucciniane come di donne distinte tra reali e ideali. Cioè ci sono quelle che rappresentano un amore concreto e quelle che rappresentano un simbolo amoroso. Se tanto mi dà tanto, l’idealista Cio-cio-san è una donna “simbolica”.

Tutt’altro! Il codice di Cio-Cio-San, affinché venga assecondata questa testardaggine amorosa verso Pinkerton, è del tutto pragmatico. Puccini ci regala l’immagine di una fanciulla risoluta, accanita e sognatrice, ma assolutamente vera e tangibile. Basti pensare a tutto il canto di conversazione del secondo atto. Forse Mimì, Liù, Turandot o Suor Angelica sono più vicine a metafore di un ideale femminile evocato; Butterfly, come ad esempio anche Musetta e Tosca, rappresenta così tanto il reale da essere capace di reinventarlo.

Interpretando uno dei ruoli che hai appena elencato ci si sente meno partecipi alla sua tragedia?

No. E’ necessario solo trovare un altro codice interpretativo, perché gli accenti e i moti dell’anima sono simbolici e meno “quotidiani”. Il canto e il fraseggio di queste creature diventano vera e propria elegia.

C’è un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscita a realizzare? Uno di adesso?

Uno che sono riuscita a realizzare è proprio vivere le donne di Puccini. Amo profondamente questo compositore.
Un sogno che ho adesso? Mi piacerebbe tornare a dedicarmi a Mozart: la Contessa de “Le Nozze di Figaro”; e poi vorrei ricantare La Traviata.

A proposito di Violetta. T’è capitato di cantare ruoli di personaggi, come Violetta o Butterfly, che stanno in scena quasi per tutta l’opera. Se dovessi consigliare una giovane cantante al suo debutto in un ruolo del genere.

Le consiglierei di automatizzare il più possibile la tecnica, prima di affrontare ruoli così impegnativi.

Arrivare a cantare senza pensarci, come quando si va in bicicletta?

Credo che cantare senza pensare sia impossibile…persino i tenori sono obbligati a pensare 😀 però un certo automatismo ci vuole. Usando la metafora della bici, la pedalata deve essere disinvolta, anche in salita. Se entriamo in scena e abbiamo un problema tecnico, la paura di rivelarlo sottrae molto all’interpretazione, a noi stessi e crea ansia per noi e per gli altri. Gigli diceva: “Una vita per studiare e una vita per cantare”. Aveva ragione, perché non c’è veramente mai il tempo, in tutta l’esistenza, per capire profondamente tutto. Non puoi immaginare quanti grandi cantanti mi hanno confidato di aver compreso i segreti di una buona tecnica solo in tarda età.

Dice una canzonetta francese, “Les filles on voudrait leur plaire/mais on n’ sait pas trop y faire/c’est une longue étude, un art/qu’on comprend quand c’est trop tard” (“Vorremo piacere alle ragazze, ma è un lungo studio, un arte che si impara quando è troppo tardi”). Vale anche per il canto?

E’ una bellissima frase. Ed è esattamente ciò che volevo intendere!
Questo è un lavoro che richiede uno studio profondo, un accanimento amoroso, matto e disperatissimo. Mai essere pigri, o questo lavoro non lo si può fare. Bisogna essere “Folli e affamati”, come diceva Steve Jobs.

Quanto un cantante è autonomo? Penso ai “sì” e ai “no” che si devono o non si possono dire.

Purtroppo, pochissimo, nel nostro sistema. A volte un “no” può valere dieci “sì”… ma bisogna essere intelligenti e capire fino a quanto ci si può spingere in questa autonomia. Chi ha il coraggio di salire sul palcoscenico deve combattere, purtroppo, ogni giorno contro determinate egemonie che tendono a sovrastarci e a cancellare la nostra individualità a favore di una omologazione…
Ma questo è un altro discorso, molto delicato e polemico, che meriterebbe più tempo.

Dei “no” che hai dovuto dire o dei “sì” di cui ti sei pentita?

I “sì” di cui mi sono pentita? Neanche uno. Dei “no” che ho dovuto dire? Idem! Sono abbastanza in pace con me stessa, anche se qualche volta… tirerei volentieri qualche pugno.

A chi?

All’incompetenza, alla superficialità, al pressapochismo, al narcisismo! Quando vedo il sopruso solo per la fioritura di un ego: allora divento una belva.

Sei una delle cantanti più in voga, al momento. Se ti chiedo tre nomi significativi di tue colleghe, quali mi dici?

Martina Serafin, la Netrebko, la Garanca, la Damrau e Maria Agresta.

Direi che non c’è altro da dire.

“La brevità… gran pregio”!

Infatti. Un saluto!

A presto!


Intervista a Donata D’Annunzio Lombardi

“Madame Butterfly” a Bergamo

Salve a tutti. Sono stato lontano dal blog, ultimamente, per questo non ci sono stati aggiornamenti.

Due settimane fa, a Bergamo, si è chiusa la stagione lirica con la “Madame Butterfly”. Presto pubblicherò interessanti interviste ai partecipanti.

Che dire dello spettacolo in sé? Sono rimasto molto soddisfatto.
La messa in scena di un’opera del genere, per valere qualcosa, deve commuovere e toccare, emozionare, far sentire la bellezza intorno a sé. Questa messa in scena c’è riuscita, difatti ho passato l’intervallo cinguettando per il teatro.

Gran parte del merito va al cast. Abbiamo sentito cantare bene, soprattutto da parte della primadonna Donata D’Annunzio Lombardi, che ha gestito il ruolo con sicurezza e professionalità.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso anche dal direttore d’orchestra Hirofumi Yoshida, che avevo sentito già dirigere in questo stesso teatro con tempi mosci e soporiferi. Per quest’opera, invece, ho sentito suoni orchestrali molto piacevoli.

Credo di non poter chiedere di meglio. A presto le interviste.

“Madame Butterfly” a Bergamo

Intervista a Valentina Vitti, alias Sandrina nella “Cecchina” del Teatro Donizetti

Uno dei personaggi più gustosi della “Cecchina” di Piccini è Sandrina, una delle serve che sputano veleno sulla povera protagonista.
Ho scambiato due chiacchere, in camerino, con l’attrice che l’ha interpretata la settimana passata al Donizetti, Valentina Vitti.

Cominciamo con una presentazione amichevole per rompere il ghiaccio.

Sono Valentina Vitti, ho ventott’anni e vengo da Palermo. Sono un soprano lirico leggero, e ho compiuto gli studi presso il conservatorio Vincenzo Bellini della mia città. Mi sono diplomata in canto nel 2007, e il prossimo spero di concludere la mia specializzazione in canto barocco sempre presso il Dipartimento di Musica Antica del conservatorio della mia città. Sto perfezionando i miei studi in un repertorio completamente diverso dal melodramma ottocentesco, ma ugualmente interessante, che sta avendo un certo sviluppo negli ultimi anni anche in Italia.

La risposta ci ricollega a questa domanda: come ti trovi nel repertorio che affronterai in questo spettacolo?

Diciamo che quest’opera, “La Cecchina, ossia la buona figliola” di Piccini, è ideale per la mia vocalità e per il tipo di studi che sto perfezionando, per cui mi trovo molto a mio agio. Anche con questo direttore d’orchestra, il maestro Montanari, che proviene da questo tipo di repertorio, ed è uno dei più importanti violinisti barocchi degli ultimi anni. Mi sono trovata benissimo, quindi penso sia il tipo di repertorio che vorrò approfondire, che mi porterà, spero, a un certo tipo di lavoro.

Tra dieci anni ti vedi a fare barocco?

Devo dire di sì. Sto cercando di mettere in repertorio molto Handel, Vivaldi… in modo da poter prossimamente, magari, debuttare in opere barocche.

C’è un ruolo, di questo repertorio o altri, che ti è piaciuto fare o vorresti fare?

Nel repertorio barocco, mi piacerebbe debuttare come Morgana nell'”Alcina” di Handel e, poi, magari, come Romilda nel “Serse”. In generale, il mio sogno sarebbe quello di fare Gilda nel “Rigoletto”, un ruolo che, finora, ho solo studiato.

Pensi che la tua voce si evolverà verso quel colore?

Sicuramente la voce avrà un cambiamento, ma penso sempre sul lirico leggero… Gilda ci sta.

Tu hai fatto le recite per le scuole ma…

…con un altro ruolo, il ruolo della Marchesa Lucinda. Un ruolo più di coloratura rispetto a Sandrina, che interpreterò stasera. Devo dire la verità, imparare due ruoli della stessa opera comunque abbastanza diversi, forse opposti, è stata una bella prova, sia per la mia memoria che per la mia resistenza… che si è dimostrata di buon livello. Svegliarsi molto presto per una settimana, essere già in teatro alle sette e trenta di mattina per iniziare alle nove, con una seconda recita subito dopo, alle undici, con solo cinque minuti di pausa tra l’una e l’altra… insomma, è stata una bella prova. L’avevo già sperimentato anni fa nel Circuito Lombardo, con la As. Li. Co., dove avevo debuttato come Despina nel “Così fan tutte”, quindi avevo già provato questa esperienza nel teatro con le scuole, con tanti bambini e tanti ragazzi che vengono in teatro. Devo dire la verità, è sempre una bella sorpresa, ed è una gioia trasmettere un po’ di teatro, un po’ di Opera Lirica, ai giovanissimi… ai più giovani di me…!

Non so se farti questa domanda, visto che gran parte dell’intervista insiste sulla tua giovane età, ma c’è un lavoro musicale a cui pensi al di là del cantare in teatro?

Negli ultimi tre anni ho vinto una borsa di studio presso il Conservatorio di Palermo, e, quindi, insegno canto lirico in dei corsi propedeutici per l’ingresso in conservatorio. Devo dire che, negli ultimi anni, ho sperimentato l’insegnamento nel mio lavoro, con dei buoni risultati perché molti dei miei alunni sono stati ammessi ai corsi accademici e sperimentali del conservatorio. Devo dire che la mia soddisfazione più grande è quella, appunto, di aver saputo trasmettere un po’ della mia tecnica, del mio modo di vedere il canto a questi miei alunni. Sono molto fiera di loro e del mio piccolo operato in questo settore. Per il futuro, spero di continuare la carriera all’interno del teatro.

Ti trovi meglio a recitare o a cantare in un concerto? Lo chiedo anche perché qui c’è un repertorio (e un regista) che esige una certa recitazione.

Penso che nell’Opera Lirica uno riesca ad esprimere in toto la propria vocalità e la propria personalità. I concerti sono sempre un banco di prova molto più difficile, perché non hai coperture come la regia o i movimenti scenici. Io, personalmente, mi trovo meglio sul palcoscenico, col trucco di scena. Forse è anche una protezione… l’abito di scena, il trucco… diventi molto più personaggio mentre, nel concerto, devi aprirti. Sei tu davanti al tuo pubblico, senza nessuna maschera. È un po’ più difficile.

Come ti sei trovata al Donizetti e a Bergamo in generale?

Non voglio fare piaggerie, ma mi sono trovata benissimo sia in città che in teatro. Ho scoperto dei colleghi, da tutta Italia, veramente straordinari. Anche l’ambiente stesso del teatro, a partire dal direttore artistico (e regista dell’opera), ma anche parrucchiere, truccatrici, addetti alla scena, macchinisti, attrezzisti, comparse…

…giornalisti…

Soprattutto giornalisti! Ma tu non sei di Bergamo…

Io sto qua dal ’97, ma perché buttarla sul caso personale?

Eh, sì… comunque ho trovato delle bellissime persone che mi hanno fatto sentire a casa. Il Teatro Donizetti è stata una grandissima sorpresa, penso di portarlo nel cuore nelle mie prossime esperienze.

E di tornarci!

Anche di tornarci, certo!

Un saluto. Vuoi dire qualcosa su quello che farai prossimamente?

Intanto, appena torno a casa, un concerto di musica sacra per la Settimana di Musica Sacra di Monreale, che è una rassegna molto importante giù al Sud. Canterò delle arie dalla cantata n. 51 di Bach. Poi c’è un progetto su Mozart in un grande teat… non so se dirlo, perché ancora non… bhé, comunque è un’altra cosa per i giovani, a Palermo. Poi spero in altri debutti.

E noi speriamo insieme a te. Grazie, è stato un piacere.

Grazie a tutti!

Intervista a Valentina Vitti, alias Sandrina nella “Cecchina” del Teatro Donizetti

“La Cecchina” di Piccini del Teatro Donizetti raccontata dai due protagonisti, Gabriella Costa e Matteo Falcier

Ecco un’intervista ai due protagonisti (Cecchina e il marchese) della recente produzione de “La Cecchina, ossia la buona figliuola” di Piccini.

Prima di tutto, per rompere il ghiaccio, una presentazione.

FALCIER: Prima le signore…

COSTA: Io sono Gabriella Costa, un soprano. Sono qui al teatro Donizetti perché stiamo mettendo in scena “La Cecchina” di Piccini, in cui io canto il ruolo di Cecchina. Ho iniziato già un po’ di anni fa, ho qualche decina d’anni d’esperienza sul palcoscenico, un po’ in tutti i repertori, perché ho una voce abbastanza versatile. Ho cominciato cantando “Rigoletto”, poi ho fatto anche “Un ballo in maschera”… però mi piace molto anche il repertorio settecentesco, il repertorio barocco… e ho avuto tante esperienze anche nel repertorio contemporaneo, perché ho cantato in prima assoluta musiche di Marco Betta, Rendine, Giorgio Battistelli al teatro dell’Opera di Roma… quindi mi sono anche misurata con la scuola di compositori italiani di questa generazione che sono di maggior prestigio, di maggior valore musicale e anche umano.

FALCIER: Io, invece, sono Matteo Falcier, tenore. Interpreto, in questa rappresentazione, il Marchese della Conchiglia, innamorato di Cecchina. Per me c’è poco da dire, perché è praticamente il mio debutto in assoluto come ruolo principale. Io inizio da qui, arrivo, mi presento e…

COSTA: …io ti tengo a battesimo.

FALCIER: …e la signora Costa mi tiene a battesimo. Sono molto felice di debuttare con un ruolo importante, ma soprattutto con un cast di persone che hanno tutte una grandissima esperienza e una grande professionalità. Ho solo da imparare, qua.

Eravate già stati in questo teatro? Come vi ci trovate?

COSTA: Io no. Ho fatto qualcosa a Bergamo l’anno scorso, ma non al Donizetti, bensì al Teatro Sociale in Città Alta. Ho fatto uno spettacolo con voce recitante col maestro Piero Rattalino e la pianista Ilia Kim. Questa è la mia prima volta al teatro Donizetti e a Bergamo. Mi sto trovando benissimo, perché è un teatro pieno di persone che hanno voglia di lavorare, passione, che ci mettono il cuore in quello che fanno, con gentilezza e gioia.

Tu [Falcier] mi dicevi di aver avuto una buona impressione riguardo a Bergamo!

FALCIER: Io Bergamo l’avevo già vista dalla parte del palcoscenico, in quanto io ero nel coro nella produzione dell’As. Li. Co. di “Nabucco”. Però, sai… calcare il palcoscenico all’interno di un gruppo, di un coro, e calcarlo da solo sono due cose diverse. Quando senti il teatro che risuona intorno a te, inizi a cantare e, a fianco, non hai nessuno… è diverso.
Mi sento un bambino che tutti pre

ndono per mano e a cui tutti insegnano qualcosa. Non posso dire nient’altro. Sto benissimo. Ci metto la firma a trovare solo teatri così.

Domanda più per Falcier che per Costa, dato che lei ha già in parte risposto. Come vi trovate in questo repertorio?

COSTA: Per quanto mi riguarda, questo repertorio l’ho sempre frequentato, è uno di quelli che preferisco in assoluto. Se sono a casa, in un momento di riposo, e desidero ascoltare musica, la prima cosa che metto è il “Giulio Cesare” di Handel. È il repertorio che mi si addice di più nell’animo e nel gusto, per cui, nella “Cecchina”, mi sento a casa.
Inoltre devo dire che questa è una produzi

one bellissima oltre che per l’ospitalità del teatro anche perché c’è un cast che è sempre stato omogeneo, unito… ha dato quasi una sensazione familiare. Nessuno screzio.

FALCIER: A parte il tenore…

COSTA: Certo… (melodrammatica) A parte il tenore da consolare, da sostenere nelle sue tra

versie…

FALCIER: Un giovane Holden!

Ma l’abbiamo superata insieme!

COSTA: Eh, sì!

FALCIER: Si impara a cantare con questo repertorio e, di solito, se ne ha un brutto ricordo, perché riguarda i primi anni. Viene presentato come un repertorio facile, ma il repertorio facile non esiste! Bisogna sempre cantare con gusto, per cantare bene le note, porgerle. Iniziare con questo repertorio è un modo per dire “Iniziamo ma iniziamo bene, senza grilli per la testa, pensando ogni nota”.

Quali ruoli preferite? Anche con nomi e cognomi (personaggi).

COSTA: Konstanze nel “Ratto del serraglio”. Devo dire anche Gilda e Cleopatra.

FALCIER: Io che posso dire? Per le poche produzioni che ho fatto all’interno del conservatorio… un ruolo che mi piacerebbe debuttare è Ernesto nel “Don Pasquale”, mentre un altro ruolo sempre donizettiano è Toni de “La figlia del reggimento”.

COSTA: Lì c’è da divertirsi!

FALCIER: Vero! Se, invece, vogliamo parlare di canto più serio, “La Favorita”, sempre di Donizetti. Caratterialmente, invece, Alfredo… ma solo caratterialmente, non mi sognerei mai di cantarlo.

La tua aspirazione è di donizettiano? Di romantico?

FALCIER: Bhè, penso di sì… tecnicamente penso che sia il mio repertorio. Non lo so… c’è qualcosa di donizetti che mi piace molto. Lo trovo estremamente più romantico dello stesso periodo romantico. Mi commuovo quando lo canto. Senza nulla togliere alle pagine che sono venute dopo (all’ingresso di Mimì, ne “La Bohéme”, viene da piangere), quelli non sono ruoli che mi piacerebbe fare. Non mi viene da fantasticarci su.

Altra domanda rivolta più a Falcier, visto che so che Gabriella Costa non ha cantato nelle recite per La Scuola all’Opera. C’è una differenza tra le recite che farete adesso e quelle recite? C’è una differenza tecnica? Rappresentano una sorta di banco di prova?

COSTA: Io non ho fatto le recite per le scuole, ma certamente cantare la mattina alle…

FALCIER: …otto…

COSTA: …deve essere tragico, perché il cantante lavora con il corpo, come un atleta. Alle otto il corpo deve essere pronto, al massimo dell’energia, come non è nel bioritmo normale di un essere umano. Per cantare alle otto, io dovrei svegliarmi almeno alle cinque del mattino. Immagino che così sia stato anche per i colleghi.

Lo è stato?

FALCIER: Purtroppo sì… ahimè! Le parole non rendono la fatica psicologica e fisica… Ehy! Non ridere! (a Gabriella Costa) È la verità! Non è il semplice alzarsi alle otto per andare a lavorare… è veramente come muovere i macigni alla mattina! È pesantissimo!
Nella partitura ci sono state delle differenze, rispetto allo spettacolo serale, in quanto, per i bambini, doveva essere più snello, più corto… anche noi ci siamo sciolti un pochino di più con i bambini, nel senso registico del termine… ci si divertiva tantissimo!
Per me era bello strappare un sorriso in più a un bambino, perché c’erano di quelle cose… non riuscivi a non voler far ridere! C’era quel continuo “Oooh…” di meraviglia che, con gli adulti, non si sente. Sentivi di far parte di qualcosa di magico.
I bambini commentavano, nella scena tra me e Tagliaferro [quando i due bevono insieme]: “Ma cosa bevono? Sarà vino? Sarà thè freddo?”… lì come fai a restare concentrato?

Una ultima domanda. Riguarda il vostro lavoro fuori dal semplice cantare in teatro.

COSTA: I concerti. Ho appena fatto una tournée con l’Academia Montis Regalis, con De Marchi; abbiamo fatto quattro tappe in Canada. Adesso vengo da una tappa a Palazzo del Quirinale andata in diretta su Radio3. Poi concerti per il Teatro Politeama di Palermo, per gli Amici della Musica… una tappa dello stesso concerto a Firenze…
Quando non canto, faccio la moglie, riesco finalmente a coccolare mio marito, [presente all’intervista] mi diletto in cucina, coltivo le amicizie, visto che non riesco a farlo, stando tanto fuori casa. Faccio un po’ di tutto… tinteggio i muri di casa, faccio lavori di carpenteria… Faccio cose che mio marito non fa! (rivolta a suo marito)

FALCIER: Io non ho ancora un famiglia, quindi faccio la vita di un qualsiasi ragazzo di ventotto anni. Studio, cerco di divertirmi… mi godo mamma e papà e mi spupazzo le nipotine…
Finora mi sono descritto come un debuttante, ma le cose che ho fatto come studente erano comunque di alto livello. Parliamo di uno Stresa Festival con Noseda, con De Carolis e la Frittoli che ci seguivano… solo che non chiedono quello che chiedono in ambito professionale. Ventiquattro giorni di prove, dalla mattina alla sera, con un cast solo, pianista personale… si arriva a un livello tale in cui sei un registratore da mettere su on e off. Qua abbiamo avuto dieci giorni!

COSTA: Sì, anche meno. Siamo stati chiamati a un lavoro veramente stressante, in questa produzione, essendo composta da due cast. E anche essendo compreso il periodo delle recite per i bambini nel periodo di prove. Son venuti a mancare dei giorni… il maestro è arrivato una settimana dopo… è stato un lavoro abbastanza duro.
Comunque, al di fuori dell’attività professionale, quando sono a casa, faccio anche altre cose. Sto elaborando una forma personale di studio sulla tecnica vocale che non riguarda più la tecnica vocale in sé. Sto perfezionando un tipo di concezione dello studio del canto, che mi auguro sia mirato all’insegnamento. I miei studi mirano all’ottenimento di una resa vocale scenica di un certo livello senza però studiare troppo la tecnica vocale. Cioè, sono arrivata alla conclusione, dopo questi anni di attività che, per un professionista, la tecnica vocale non dovrebbe più esistere. Ogni professionista ha un suo limite vocale che conosce benissimo. Questi limiti sono mentali, non tecnici. Se non riesco a ottenere il risultato che voglio ma sento che potrei avere, è perché ci sono dei problemi relativi al mio vissuto che tengo dentro e si traducono in tensione muscolare.

Mente e corpo che collaborano?

COSTA: Esattamente. Emozioni che, se non elaborate, si sedimentano nel corpo sottoforma di tensione. Le emozioni del periodo che va della nascita fino ai primi sei anni di vita, ma anche più tardi.
Quanto riusciamo a perdonare, a perdonarci, ad amare… la tensione si scioglie e i limiti scompaiono.

Bhè, ora vi saluto! Ci vediamo domenica.

FALCIER: Saluti!

COSTA: Passa a salutarci!

“La Cecchina” di Piccini del Teatro Donizetti raccontata dai due protagonisti, Gabriella Costa e Matteo Falcier

“La Cecchina” del Teatro Donizetti raccontata da Leonardo Galeazzi, alias Tagliaferro

Gran parte del successo de “La Cecchina” andata recentemente in scena al Teatro Donizetti si deve al comico personaggio di Tagliaferro, interpretato da Leonardo Galeazzi. Ci ho scambiato due chiacchere nel bar del teatro.

Una breve presentazione per i lettori del blog.

Sono Leonardo Galeazzi, nato a Terni in un anno che non dirò! Cantante lirico, baritono buffo, brillante per vocazione.
Attualmente mi trovo a Bergamo per La Cecchina di Piccinni. Per rompere il ghiaccio va bene questo?

Va benissimo. Ci parli del tuo personaggio?

Faccio la parte di Tagliaferro, un personaggio che entra in scena nella seconda parte dell’opera, dopo una prima parte in cui si capisce l’antefatto della storia di questa “povera ragazza” e il carattere dei personaggi che ruotano intorno a lei. Tagliaferro è un soldato tedesco che si esprime in un buffissimo italiano maccheronico. Apparentemente dovrebbe essere un personaggio tutto d’un pezzo, ma in realtà è un simpatico soggetto  che parla solo di guerra, donne e… trinche vain.
È grazie a lui che si scopre la reale identità di Cecchina. La maestria di Goldoni sta nell’utilizzo della classica tecnica dell’agnizione: Cecchina è una “trovatella” che non ha mai conosciuto i suoi genitori; attraverso Tagliaferro si scopre che in realtà è figlia di un barone tedesco. Da questo momento in poi la vicenda prende un’altra piega che prelude al lieto fine.
Non ho mai affrontato un personaggio così, sono sempre rimasto nei ruoli mediamente comici. Lui è caricatissimo, a partire dal linguaggio che utilizza. Ho cercato di metterci la mia impronta personale tramite gag, improvvisazioni… il risultato è estremamente divertente. È uno di quei personaggi che non mi dà nessun’ansia da…esibizione!

Visto che hai detto “baritono buffo brillante per vocazione” e adesso sei qui per “La Cecchina” di Piccinni, dicci come ti trovi in questo repertorio.

Il repertorio buffo è quello che prediligo, sia per le mie caratteristiche vocali che per una propensione caratteriale. Mi offre lo spunto per una recitazione più accentuata e mi permette di sfruttare al massimo le mie capacità attoriali.

Non solo repertorio buffo, l’ultima volta eri in un’opera dal peso vocale abbastanza deciso. Come ti ci sei trovato?

Amo affrontare anche ruoli più cantabili, sempre che siano adatti alla mia voce, perché il repertorio buffo obbliga a un esercizio costante sul canto d’agilità e il sillabato veloce, per cui a lungo andare si rischia di perdere la capacità di fraseggiare, di cantare sul fiato, che è estremamente importante per consolidare la propria tecnica.

C’è un personaggio preferito, tra quelli che hai interpretato?

Un personaggio preferito? Adesso come adesso, quello che sto facendo ora.
Viceversa, ci sono dei personaggi che, col senno di poi, ho capito di non aver affrontato nella maniera migliore. Magari per immaturità personale, anche tecnica…

Diciamo il peccatore ma non i peccati?

No. Infatti non dico quali. Però, per alcuni personaggi… so di aver dato il massimo, ma quel massimo non era sufficiente.

Uno che vorresti fare, invece?

Don Giovanni. È un’opera, in generale, che amo tantissimo.
Uno che vorrei rifare è il Conte de “Le nozze di Figaro”.
La mia è una vocalità piuttosto versatile che si presta anche ad alcuni ruoli nobili del repertorio settecentesco.

Non sei nuovo in questo teatro…

No. Sono stato già qui per “L’elisir d’amore”, “La Traviata”, “Gemma di Vergy”… Ho trovato sempre un ambiente molto professionale, preparato e familiare… c’è uno spirito di squadra molto costruttivo, rassicurante, che rende il nostro lavoro molto più facile.

Non sei nuovo neanche alle regie di Bellotto…

Già. Ho fatto l'”Elisir” del 2002 nella parte di Dulcamara, facevo una divertente parodia della Wanna Marchi (dato che era l’epoca dello scandalo)… un Dulcamarchi…compreso il famoso D’ACCORRRRDOOOO??
Poi, nel 2009, qui a Bergamo e in tournée in Giappone, nella parte di Belcore.
Quello che mi piace delle regie di Francesco Bellotto è che oltre a dare il giusto risalto ai personaggi, riesce a far vivere il palcoscenico come se fosse un mondo in cui degli elementi, apparentemente semplici, di vita quotidiana arricchiscono la vicenda e la completano. Detto così sembra troppo banale, come se mettesse lì quattro comparse a fare controscene, invece ti assicuro che le sue idee sono molto originali, frutto di una ricerca e grande competenza in campo teatrale e non solo. Te ne accorgerai assistendo a questa Cecchina.

Questo spettacolo fa parte del progetto La Scuola all’Opera. Qual è la differenza tra una recita per tutto il pubblico e una per le scuole? È una difficoltà cantare di prima mattina? Fare queste recite è stato come fare una settimana di prove generali?

 Fisicamente, vocalmente e psicologicamente affronto alla stessa maniera sia un pubblico di adulti che di bambini. Praticamente nella versione per le scuole l’opera è stata ridotta per esigenze di orari scolastici. Infatti sono stati tagliati alcuni da-capo delle arie, alcuni recitativi, il finale del secondo atto… dovevamo portare l’opera a durare un’ora e mezza circa e fare due spettacoli ogni mattina.
La cosa bella che ho notato cantando per un pubblico così giovane è che i bambini (che hanno preparato l’opera coi loro insegnanti prima di venire a teatro, per cui non erano proprio all’oscuro di tutto) hanno una capacità critica molto diversa dalla nostra, ma ugualmente acuta, per cui percepiscono la bontà o la cattiveria dei personaggi ed in base a questo partecipano in maniera unanime. Quando uscivamo per gli applausi finali, la loro reazione era applaudire i buoni e buare i cattivi. Infatti Cecchina aveva un grandissimo successo. Ricordo che l’altro giorno si è levato il coro spontaneo “Cecchina… Cecchina…” verso di lei.
Mi ha fatto molto piacere partecipare a questa iniziativa, i bambini sono il pubblico del futuro ed è molto positivo che la scuola ed il teatro collaborino alla loro formazione.

Vuoi parlarci un po’ del lavoro di ricercatore che porti avanti parallelamente a quello di cantante d’Opera?

“Ricercatore” lo mettiamo tra virgolette, perché non sono all’altezza di quelli che lo fanno come musicologi o come esperti… io lo faccio a titolo

  personale e mirato esclusivamente al repertorio da camera. Ho iniziato documentandomi su alcuni compositori umbri, sfruttando le tecniche moderne (internet, archivi online, ecc.) e ho reperito molto materiale che sto studiando per una mia personale conoscenza.
Adesso, nello specifico, sto lavorando al repertorio da camera di un compositore ternano: Stanislao Falchi. Insieme ad una musicologa/musicista ternana, Silvia Paparelli, vorremmo preparare un lavoro discografico per rivalutare la figura di questo compositore che ha prodotto un corpus non vastissimo, in confronto ai compositori più blasonati suoi coevi, ma secondo noi di grande qualità.

 

Una domanda che mi sta a cuore, come aquilano. So che hai fatto un concerto per L’Aquila. Secondo te quali utilità possono avere certe iniziative?

Si, ho partecipato alla prima assoluta di una composizione scritta da Antonello Neri che si chiama “Tre notturni per la città de L’Aquila” ed è stata eseguita per l’anniversario di quel maledetto terremoto.
Iniziative del genere possono servire non certo a racimolare fondi, ma a ripristinare quella normalità che comprendeva anche le l’attività musicali, da sempre fiorentissime in questa città attraverso la Società Barattelli, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese, il Teatro Stabile, ecc… i quali attualmente svolgono la loro attività tra mille difficoltà sia economiche che logistiche.
Io mi sento mezzo aquilano ormai, dato che vivo lì per ragioni sentimentali, mi trasferii proprio pochi mesi prima del terremoto, ma conoscevo già la città, i punti di incontro, gli spazi culturali. Spero che queste attività contribuiscano a conservare ed incrementare quel senso di appartenenza sociale.

Beh, ci salutiamo con questo messaggio di speranza. In bocca al lupo per stasera e per domenica.

Grazie a tutti, un saluto a tutto il pubblico.

“La Cecchina” del Teatro Donizetti raccontata da Leonardo Galeazzi, alias Tagliaferro

Il Donizetti di Bergamo torna a brillare con “La Cecchina” di Piccini

Eravamo rimasti alla “Maria di Rohan” del 7-9 ottobre. Uno spettacolo che non era stato affatto brutto ma, a dirla tutta, non era stato neanche chissà quanto bello. Normale, diciamo. Non se n’è parlato troppo fuori dal teatro. Questa produzione della “Cecchina”, invece, si è fatta onore.

“Finalmente” ho udito dire a uno spettatore all’alzarsi del sipario “una bella scenografia!”; frase un po’ ingiusta verso le due regie precedenti, ma che esprime bene la soddisfazione del pubblico nel trovarsi davanti a qualcosa dotato di una certa comunicativa. L’ambientazione scelta da Bellotto per queste recite è stata quella di un film muto, da anni ’20 (“Che scena lugubre!” recita un altro commento carpito in galleria), adeguata per descrivere la natura della storia narrata, che è un po’ da romanzo d’appendice. Come per molte regie di questo regista, abbiamo assistito a un grosso lavoro di comparse, impegnate a inscenare scenette che facevano da cornice al lavoro dei cantati.

Esiste anche l’altra faccia della medaglia (il discorso si amplia a tutto il teatro lirico di oggi), perché il rischio che quella comunicativa tanto faticosamente acquisita crolli nel momento in cui allo spettatore sfugge qualcosa della storia c’è. Per fare un esempio, una terza citazione raccolta in galleria: “Eh… se è giardiniera, dovrebbe curare il giardino!” esclama quasi indignata una signora. Cecchina, difatti, è stata messa a capo di una sorta di chioschetto da fioraia che fa molto anni ’20, ma storce un po’ la trama.
In effetti l’obiezione della signora, per quanto appaia ingenua, non è proprio una stupidata. Che succede se uno si perde il pezzo in cui Cecchina dice di essere una giardiniera?

Il successo dello spettacolo è da imputare anche al cast, costituito da elementi molto versatili, capaci di adattarsi a tutte le sfumature volute dal titolo.
In particolare, ricevono un certo apprezzamento i momenti di comicità, durante i quali cala un silenzio dovuto a un sincero interesse, e in seguito ai quali arrivano applausi spontanei.

Una buona ripartenza dopo quasi due mesi di pausa, dunque. Il prossimo appuntamento sarà il 25-27 novembre (questo weekend) con tutt’altro repertorio.
Andrà in scena “Madame Butterfly” di Puccini.

Il Donizetti di Bergamo torna a brillare con “La Cecchina” di Piccini