“Otello” all’Arcimboldi

Dice…
“A questi che vanno a teatro non va mai bene niente… Si lamentano di tutto… Attaccano sempre tutti…”.

E si capisce! Se lo spettatore teatrale è così esigente, è perché ogni spettacolo corrisponde a un investimento. Bisogna comprare biglietti costosi, affrontare viaggi costosi, fare pernottamenti costosi, perdere tempo, saltare magari scuola o lavoro… E, mentre il tempo passa e lo spettacolo si avvicina, crescono pure le aspettative. Se poi gli proponi una cosa scarsa, magari dicendogli che se non gli piace è perché è stupido e non capisce, è ovvio che si incazza.
Quando poi si parla di uno spettacolo come l’Otello di Verdi, che, per ovvie ragioni di difficoltà, non è che sia proprio rappresentata tutti i giorni, si diventa ancora più esigenti.

Fortunatamente, al teatro Arcimboldi di Milano, il 29 e il 30 ottobre, è andato in scena uno spettacolo semplice ma bello, che è piaciuto al pubblico.

Un pubblico, fortunatamente, molto “friendly” quello dell’Arcimboldi. Si è visto anche qualcuno scattare foto col telefonino, ignaro del fatto che un flash è meno potente di un faro teatrale e che non arriva fino al palcoscenico lontano cento metri.

Si spengono le luci, si alza il sipario, si vede sventolare un telo americano oltre in quale si intravede una luce minacciosa e inizia quello che, insieme a quello del Don Giovanni, è uno degli inizi più belli della storia dell’Opera. Lascio ad altri critiche tecniche sull’esecuzione; io so di certo che ha fatto il suo dovere coinvolgendo subito il pubblico. A dirigere l’orchestra (Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano) c’è Giampaolo Bisanti, che nonostante un’acustica non proprio da sogno fa un lavoro eccellente. A dirigere il coro (Coro del Circuito Lirico Lombardo), invece, abbiamo Antonio Greco, che secondo me ha avuto a disposizione un numero troppo esiguo di elementi, anche se sinceramente non sono stato a contarli.

Venendo agli interpreti, come dice Gigi Proietti: “Tra Otello e Iago è come tra Bartali e Coppi: er pubblico vo’ vede’ chi vince.”. E credo che questa volta abbia vinto Iago, interpretato da Alberto Gazale, vero beniamino della serata. Un trionfo meritato per un’abilità nel calcare la scena piuttosto rara di questi tempi. Peccato per la scena del Credo sporcata dall’aggiunta di una figurante vestita da Morte che entra in scena durante l’aria, si avvicina a Iago e lo bacia. Intenzione buona, ma realizzata così distrae. Davvero perfetta, invece, la scena in cui Iago racconta a Otello di aver sentito Cassio nominare Desdemona nel sonno (“Era la notte, Cassio dormia”).
Personalmente trovo che Walter Fraccaro, interprete di Otello, fosse vocalmente più tranquillo, ma la sua mimica fatta di gesti esagerati lo penalizza non poco. Ho apprezzato, però, il fatto che abbiano messo in scena un Otello vissuto, ormai in cerca di pace, un vero e proprio vecchio leone.
Ho amato molto anche la Desdemona di Daria Masiero, capace, come di consueto (come di consueto in un Otello ben fatto, si intende) ferma il tempo nella scena dell’Ave Maria (per quella, personalmente, avrei voluto chiedere un bis, ma sono troppo timido per queste cose, io).

Ho letto che per questo spettacolo si è voluto puntare molto su artisti giovani. Fuffose argomentazioni da assessori, ma qualcosa di vero c’è. È stato uno spettacolo molto “veloce”, pur nella sua pesante drammaticità. La regia di Stefano De Luca, insieme alle luci di Claudio De Pace, hanno creato un’atmosfera intima ma non troppo, che ha lasciato spazio a uno spettacolo godibile con cui passare una serata intensa ma piacevole.
Insomma, spero di vedere presto un’altra opera all’Arcimboldi.

“Otello” all’Arcimboldi

“Il furioso all’isola di Santo Domingo”. Applausi scroscianti al Donizetti

L’11 e il 13 ottobre è andata in scena al Donizetti di Bergamo l’opera Il furioso all’isola di Santo Domingo. Si tratta di un’opera poco nota, a cui il pubblico bergamasco ha reagito molto bene.

Ma andiamo con ordine. Lo spettacolo racconta la storia di un uomo che impazzisce per una delusione d’amore e si riduce a vivere da selvaggio su un’isola delle Antille. Qui il poveretto è da un lato compatito e dall’altro temuto dai paesani.
Per un gioco del caso, però, la ragazza che ha fatto impazzire il furioso fa naufragio sulla stessa isola, e i due si rappacificheranno.

La regia di quest’opera semiseria è stata affidata a Francesco Esposito (supportato da Maria Cerveira) che, partendo da un progetto inedito di Emanuele Luzzati (adattato e reso fruibile per la scena da Michele Olcese) trasporta lo spettatore in una sorta di teatro dei burattini, fatto di alberi di cartone, piante esotiche e onde marine.
Hanno fatto il loro dovere anche i costumi di Santuzza Calì (supportata da Paola Tosti), che, solo apparentemente improvvisati, sembrano davvero usciti da un disegno di Luzzati.
Da non dimenticare il lavoro di Bruno Ciulli, assistente alle luci, che in un’opera del genere viene davvero messo alla prova. Deve infatti rappresentare ora un giorno di sole su una spiaggia caraibica, ora una tranquilla serata, ora la notte più fonda. Buono il risultato.

Tutte scelte registiche che sono state premiate e che dimostrano, tra l’altro, che una regia attinente al testo non è necessariamente sinonimo di immobilità e mancanza di inventiva. L’inventiva in questo spettacolo c’è, e non ho avvertito nessuna noia né personalmente né intorno a me guardandolo.
Io personalmente non sono uno che disprezza le regie particolari, ma credo che di base si tratti di capire il materiale che si sta affrontando. Penso che si sia capito lo spirito di testo in particolare, che, tra l’altro, è molto bello.
Certo, forse avrei preferito che fosse un tantinello più corto. Anche perché molte scene tendono a ripetersi, come ad esempio i buffi siparietti tra il furioso Cardenio e il servo Sazh Katzroy… cioè… volevo dire… Kaidamà.
Ma era anche il gusto dell’epoca, e non ci lamentiamo.

Dal punto di vista musicale, almeno per me, tutto bene. Qualcuno ha commentato che un’opera come questa “meriterebbe ben altre voci“. Può darsi, ma non ha importanza. I cantanti hanno fatto tutti il loro dovere e non mi va di fargli le pulci.

Mi è dispiaciuto vedere un teatro non troppo pieno, cosa che capita spesso quando si fanno opere poco note o addirittura inedite. Ad esempio, per La serenata al vento dell’anno scorso, opera mai andata in scena prima di allora, il teatro era vuoto (e sì che i biglietti costavano poco o niente).
Mi è dispiaciuto perché a me vedere opere inedite piace. Non credo abbia molto senso andare a teatro solo per vedere Tosche e Traviate. Purtroppo molti di noi vivono ancora nell’erronea convinzione che l’Opera appartenga al passato, e che vedere cose diverse non abbia senso. Poi, però, come in questo caso, davanti a una cosa nuova fatta bene si va in brodo di giuggiole.

Mi secca dare ragione a Tremonti, anche quando si tratta di un’imitazione, ma credo che Corrado Guzzanti abbia ragione quando, imitandolo, si lamenta perché i teatri lirici “ci fanno vedeve tutti gli anni la stovia di quel povtatove di handicap, e quella baldvacca che tutti gli anni mi va a movive di tisi” (traduzione: “perché dovremmo dare soldi a questi che ci fanno vedere sempre le stesse cose?”).

Di chi è la colpa? Di un pubblico arroccato sui suoi gusti? Dei teatri che non propongono novità? Di chi taglia soldi alla cultura?
Personalmente penso che l’atteggiamento del pubblico sia infantile, quando questo vuole vedere sempre le stesse cose (ricorda un po’ i bambini che quando scoprono Biancaneve vogliono vederselo tutti i giorni), ma credo anche che il pubblico abbia diritto a questo atteggiamento. È il teatro che deve proporgli cose nuove da apprezzare.
Al più si può rimproverare chi non va a cercarsi cose nuove, o chi le snobba quando glie le mettono davanti. Ma anche questo è un atteggiamento che si perde se qualcuno ti educa a perderlo. In soldoni, non si acquisisce l’abitudine a confrontarsi con cose nuove quando è già un miracolo arrivare a vedere i classici.
E, aggiungerei, quando anche questi classici vengono fatti senza alcun criterio. Non sto parlando di cantanti che cantano come macchinette e fondali dipinti, sto parlando di messe in scena che abbiano un senso.
Quindi si torna sempre al discorso dei fondi che non ci sono. Per un teatro, mettere in scena un’opera da zero è un costo enorme, che porta a un guadagno infinitamente più basso rispetto a quello che si realizza con un “Trovatore”. Un costo che spesso non corrisponde a un guadagno. I fondi pubblici servono proprio ad ammortizzare le inevitabili perdite a cui si va incontro con un investimento così poco sicuro. La prossima volta che il classico comunista sfigato si lamenta perché non ci sono soldi, ricordatevi che si riferisce a questo.

“Il furioso all’isola di Santo Domingo”. Applausi scroscianti al Donizetti

“Maria di Rudenz” al Donizetti. Piccola riflessione sulla presenza scenica dei cantanti

Salve, affezionatissimi. Volevo prima di tutto scusarmi per il ritardo con cui pubblico questo articolo, ma sono stato sommerso di impegni giornalistici.
Bene, ore che mi avete perdonato, passiamo ai fatti.

Il 20 e il 22 settembre è andata in scena a Bergamo la Maria di Rudenz di Donizetti, opera che parla di ciò che succede “quando gli uomini non ascoltano il grido della ragione”.
Così c’era scritto sul programma di sala, perlomeno. A me è sembrata solo una scazzottata senza né capo né coda. E mi sta bene così, sinceramente. Meglio una bella scazzottata che un brutto spettacolo.

Ma andiamo con ordine. Le vicende hanno inizio con la fuga d’amore in Italia di Maria, nobildonna svizzera, e Corrado. Quando Corrado scopre di essere stato tradito dalla sua amata, decide di ucciderla per poi togliersi la vita. Porta quindi la ragazza in una catacomba romana, lontano da occhi indiscreti. I due, però, vengono sorpresi da un terremoto; Maria rimane intrappolata mentre Corrado riesce a scappare.
Corrado, tuttavia, onde evitare di finire su “Donne di Fatto” (dilaniato dai rimorsi, secondo altre interpretazioni), decide di mandare una guida a cercare la ragazza.
Quindi torna al castello di Rudenz

No… un momento. Torna al castello dove viveva la ragazza che ha appena cercato di uccidere… dopo aver mandato una guida a cercarla? Sapendo che se dovesse salvarsi probabilmente ci tornerà?

Bòh. Sì, fa così. Comunque a Rudenz la cugina di Maria, Matilde, sta per diventare signora del castello. Così aveva disposto il padre di Maria il giorno della sua fuga, in caso sua figlia non avesse fatto ritorno entro un anno. Tornato al castello, Corrado si innamora di Matilde e decide di sposarla. Qui inizia il libretto di Cammarano.
Di Matilde è innamorato anche Enrico, fratello di Corrado, che si dispera in preda alla gelosia.
Il giorno delle nozze, però, Maria ricompare viva, vegeta e assetata di vendetta. Corrado viene cacciato via e Matilde viene rinchiusa in convento.

A questo punto Enrico prova a intercedere per Matilde presso Maria, confessando il suo amore per lei. Maria, che nonostante il passato ama ancora Corrado, intravede così una via per riprenderselo.

A proposito, che fine ha fatto l’amante di Maria dell’antefatto? Se amava Corrado, perché l’ha tradito? Si è pentita? Era tutto un malinteso?

Comunque Maria dice di essere disposta a salvare la vita a Matilde dandola in sposa a Enrico (che “più la merta né men l’ama” di Corrado) se le giurerà di esserle sempre fedele. Aggiunge anche qualcosa circa il padre di Corrado che era un assassino, ma poco importa.
Corrado, per tutta risposta, dà a Maria una coltellata. Maria, alla gente accorsa in suo soccorso, dice di essersi ferita da sé, così da scagionare il suo amato.
Corrado e Matilde, quindi, si apprestano per la seconda volta a sposarsi, e per la seconda volta vengono interrotti. Stavolta da Enrico, che sfida a duello il rivale e rimane da lui ucciso.

Ah, nel frattempo si è scoperto che i due non erano fratelli.

Comunque si presenta quindi Maria, sopravvissuta alla pugnalata di Corrado, e rivela di aver ucciso Matilde. Quindi si toglie le bende che avvolgono la ferita inflittagli dall’amato e muore dissanguata intonando un “Mi togliesti vita… e cielo! Ti perdono… e… t’amo… ancor.” che mi ricorda un po’ l’aria finale di Gemma di Vergy. Fine.

A me sembra una allegra scazzottata. A ogni modo… durante lo spettacolo è successa una cosa che mi ha fatto pensare.
Il tenore Ivan Magrì (uno dei cantanti di fiducia di Francesco Bellotto, che ha curato la regia) ha dovuto cantare seduto su una sedia a rotelle. Una voce prima dello show ha spiegato che la regia era stata modificata per l’occasione.
Ciò mi ha fatto notare una cosa che già avevo notato durante il recente Trovatore bergamasco, ma di cui non avevo parlato, dal momento che quell’opera era stata rappresentata in forma semiscenica.

Dopo aver sentito l’annuncio, ero già pronto a una messa in scena tipo quella puntata de I Simpson in cui Homer diventa un cantate d’Opera, ma siccome riesce a cantare solo da sdraiato tutte le opere che fa vengono sconvolte.
Viceversa, il fatto che Magrì abbia cantato per tutto il tempo da seduto è stato assolutamente irrilevante. Dubito che la regia sia stata modificata più di tanto. Se non me l’avessero detto, forse non ci avrei neppure fatto caso. Per il semplice motivo che qui ognuno fa il cazzo che gli pare, i cantanti si limitano a entrare in scena, cantare ed uscire. In piedi o seduti non fa alcuna differenza.
Ciò porta spesso a scene curiose. Vedi, ad esempio, cantanti che gridano “Mi lascia!” mentre la persona a cui lo dicono si trova a due metri da loro.
E questo mi sembra molto strano, perché ricordo di aver raccolto (tempo fa) una dichiarazione di Barilone (qui aiuto-regista) che si diceva d’accordo con me circa la necessità di non trascurare certi dettagli.

Ma più che la regia sembra che certi movimenti scenici li trascurino i cantanti. O meglio, sembra che nessuno abbia mai chiesto loro di fornire questa o quella interpretazione.
Non parlo solo di movimenti scenici, ma di caratterizzazione dei personaggi in generale. I costumi, sia pur eccellenti, dicevano poco dei personaggi, e così pure i vari loro attributi (intendo spade, pettinature, bende sugli occhi, bracci meccanici in grado di sparare razzi). Da questo punto di vista, devo dire che l’infortunio di Magrì è stato uno di quei mali che non vengono per nuocere. Vederlo in sedia a rotelle, considerato che interpretava il fratello più vulnerabile e introverso del protagonista scavezzacollo, quello che deve lottare per ciò che ha fatto di tutto per meritarsi, mentre Corrado ha un colpo di fortuna dopo l’altro (di lui si innamorano entrambi i personaggi femminili, tanto per dirne una) nonostante faccia di tutto per non meritarselo, mi ha aiutato a capire il personaggio.

Anche perché mi sembra che questa sia un’opera che non disdegna caratterizzazioni intense. Basti pensare a tutti i personaggi fighi che ne fanno parte: la suora sanguinante, il baritono subdolo, il già citato tenore sfortunato…
Maria Billeri (Maria) è stata la migliore in questo. Quando si rialza dopo il duetto con Corrado sembra davvero una donna che rialza dopo un focoso scambio di intese con l’amato. Quando ascolta la confessione Enrico, hai davvero l’impressione che sia dispiaciuta per lui.
Un’interpretazione fatta di gesti piccoli, ma adatti al personaggio. Oltre a questo, ha anche cantato benissimo.

“Il teatro non è il cinema”, si dirà. Sarà. Però è il teatro. A me personalmente veder recitare un attore in un’opera lirica fa piacere. Per citare un mio amico: “Vedi la Carmen di Grace Bumbry e capisci perché gli uomini le vadano dietro. Vedi quelle di oggi e pensi: ‘Boh…’.”.

Agli altri, invece, pare bastino le belle voci. Per il melomane esse sono ciò che sono le automobili che esplodono per il teenager che va al cinema. E le belle voci ci sono state. Vocalmente è stata la cosa più bella vista finora in questa stagione, e probabilmente lo sarà anche alla fine. Lo testimoniano le molteplici ovazioni di cui sono stato testimone. Sebastiano Rolli (già portato in trionfo dopo il “Trovatore”) idolo delle folle; ho cominciato a sentire gente che lo elogiava. Ivan Magrì applauditissimo; a un certo punto qualcuno ha anche provato a chiedere un bis, ma il tenore o non ha sentito o non ha voluto concederlo. Amatissimi anche tutti gli altri (ho già citato la primadonna).

Contestata da qualcuno (ma perlopiù ignorata) la scelta di raccontare la storia come un flashback di Corrado, che nell’idea del regista dopo gli eventi narrati si trova in manicomio.
Si tratta in effetti di una scelta volta a valorizzare un aspetto intimistico-psicologico che io francamente non ho visto. Una scelta sulle prime ha anche pregiudicato un tantino la mia comprensione della storia.
E credo che questo spieghi anche la mancata caratterizzazione di cui parlavo poc’anzi (caratteristica, tuttavia, di tutto il teatro lirico contemporaneo). Si è cercato di fare una lettura psicologica della vicenda invece di abbandonarsi al puro e semplice intrattenimento, il che, secondo me, è stato un peccato.

Immagine tratta da http://www.bergamo2019.eu/it/
Immagine tratta da http://www.bergamo2019.eu/it/
“Maria di Rudenz” al Donizetti. Piccola riflessione sulla presenza scenica dei cantanti

È ricominciata la stagione lirica al Donizetti, e la “Square-Enix” non ne imbrocca una da dieci anni

ll primo settembre è ricominciata la stagione lirica al “Donizetti” di Bergamo. 

Prima di recensire, vorrei innanzitutto ringraziare il teatro a titolo personale. Il giorno della prima, infatti, sono incappato in un indecoroso svenimento a seguito del quale mi sono perso la rappresentazione. Saputolo, in biglietteria, mi hanno subito procurato un biglietto per la rappresentazione successiva. Dice “Che c’entra con la qualità dello spettacolo?”. C’entra, c’entra. Non si valuta solo lo spettacolo ma anche la qualità del teatro, e per me un teatro che tratta così i suoi abbonati merita il suo encomio. Altrove sarei stato lasciato svenuto in bagno.

Tornando a noi, questa stagione lirica è iniziata un po’ in anticipo, rispetto alle stagioni precedenti, probabilmente per non trovarsi in ritardo con le varie celebrazioni previste quest’anno (i bicentenari di Verdi e Wagner ma anche il centocinquantenario della nascita di Simone Mayr, di cui è stata infatti rappresentata a giugno la Ginevra di Scozia).

È stato quindi il Trovatore di Giuseppe Verdi aprire le danze. L’opera è stata rappresentata in forma semiscenica con la regia di Luigi Barilone. Movimenti scenici ridotti al minimo e la scenografia ridotta a una serie di fondali (cinque in tutto). Questi fondali erano gigantografie (perlopiù in bianco e nero, più raramente a colori) che rappresentavano scene metropolitane. L’ambiente del primo atto era uno scorcio notturno di città con finestre illuminate, il campo degli zingari una tendopoli sotto un ponte, il convento una chiesa buia eccetera.
Un’idea (permessa dallo stile della rappresentazione) che mi è piaciuta, in quanto riesce ad attualizzare la vicenda senza scadere nel banale (i nazisti baritoni, per capirci) o nel ridicolo (i soprani sadomasochisti, per capirci), anche se ogni tanto si aveva l’impressione di trovarsi a una mostra fotografica.

Applauditissimo il direttore d’orchestra Sebastiano Rolli, che ha sostituito all’ultimo minuto il maestro Andreas Ryter. La sua direzione porta l’orchestra a partecipare attivamente allo spettacolo, seguendone lo svolgimento e non limitandosi al semplice ruolo di sottofondo.

All’altezza della situazione i cantanti. Gida Fiume (Leonora, interpretata invece da Roberta Pozzer nella pomeridiana di domenica) padronissima del mezzo, dal punto di vista attoriale mi ha un po’ disturbato per via del modo in cui accompagnava il canto con gesti delle mani e delle braccia, vizio tipico degli studenti più giovani in netto contrasto col suo essere professionista. Angelo Villari (Manrico) molto convincente per quando non mi sia sembrato al 100%. Dico “sembrato” in quanto non ho idea di quali siano le condizioni attuali della sua voce, sto semplicemente paragonandolo la sua ultima perfomance alle registrazioni che ho sentito in giro. Non sono del tutto convinto della scelta di Cristina Melis per il ruolo di Azucena. Gran bella voce e un cipiglio adatto al ruolo, ma ho trovato il suo timbro troppo chiaro per l’Azucena che ho in mente.

In definitiva, uno spettacolo che ha l’aria di aver avuto una gestazione breve, un parto prematuro, ma di quelli senza complicazioni né per il bambino né per la madre.

Prossimo impegno il 20 e il 22 settembre con la Maria di Rudenz di Donizetti.

È ricominciata la stagione lirica al Donizetti, e la “Square-Enix” non ne imbrocca una da dieci anni

Recensione de “Lo Hobbit – un viaggio inaspettato”

Appunti previa visione, ovvero: perché “Il Signore degli Anelli” è un capolavoro,
“Harry Potter” (si intende il film) fa schifo e “Lo Hobbit” potrebbe essere bello ma anche no

“Ma solo io mi sono addormentato durante ‘Il Signore degli Anelli’?”. È da questa frase, pronunciata da un amico durante una bevuta, che sono nate alcune considerazioni che ho pensato di esporre prima di vedere “Lo Hobbit”, altro film di Peter Jackson tratto dal lavoro di J. R. R. Tolkien.
Per me dire “mi sono addormentato durante ‘Il Signore degli Anelli'” è dire un’eresia, ma ci sono due modi di reagire quando si sente un’eresia: il primo è urlare “m k dici?????fallo tu s 6 capace 1 film ks’ bll!!!!!11e poi posso avr i miei gusti????ehh???posso???”, l’altro è cercare di capire i motivi dell’eresia.
Al mio amico il film non è piaciuto perché, essendo una persona molto pratica, non si era lasciato impressionare particolarmente dalle varie grandiosità in esso descritte. Tutti possono dire “C’è stata una GRANDE guerra TANTO tempo fa tra ENORMI eserciti.”, dopotutto, e questo non basta a fare un capolavoro.
Per esempio, in “Harry Potter” (si intende la versione cinematografica), altra saga cinematografica fantasy di grande successo, questo difetto si nota parecchio, perché (e questo l’ho già detto in passato) gli autori del film non sono riusciti a (non hanno voluto) rendere l’importanza della storia limitandosi a chiaccherare di magia senza cognizione di causa, per questo capisco benissimo quelli che, davanti a quella trilogia, hanno detto semplicemente “Ma che è ‘sta cagata?” e sono passati ad altro.

“Il Signore degli Anelli”, però, è un capolavoro. Ed è un capolavoro per il grande lavoro che c’è dietro, un lavoro da filologi, ma soprattutto un lavoro da cineasti. Devi apprezzare il Cinema in quanto tale per apprezzare “Il Signore degli Anelli”.
Colonne sonore, scenografie, costumi, concept desing, i tanto vituperati effetti speciali… E la recitazione! Metà dei monologhi de “Il Signore degli Anelli” si potrebbe portare a un’audizione tanto quanto un brano di Shakespeare.

Stranieri di remoti paesi, amici di vecchia data; siete stati convocati per rispondere alla minaccia di Mordor. La Terra di Mezzo è sull’orlo della distruzione. Nessuno può sfuggire; o vi unirete, o crollerete. Ogni razza è obbligata a questo fato, a questa sorte drammatica. Porta qui l’Anello, Frodo.
La compagnia dell’Anello

Il mondo è cambiato. Lo sento nell’acqua. Lo sento nella terra. Lo avverto nell’aria. Molto di ciò che era si è perduto, perché ora non vive nessuno che lo ricorda. Tutto ebbe inizio con la forgiatura dei grandi Anelli. Tre furono dati agli elfi, gli esseri immortali più saggi e leali di tutti. Sette ai re dei nani, grandi minatori e costruttori di città nelle montagne. E nove, nove Anelli furono dati alla razza degli uomini che più di qualunque cosa desiderano il potere. Perché in questi anelli erano sigillati la forza e la volontà di governare tutte le razze. Ma tutti loro furono ingannati, perché venne creato un altro anello.

La compagnia dell’Anello

Che sia per spada o per il lento sfacelo del tempo, Aragorn morirà. E per te non ci sarà alcun conforto per alleviare il dolore della sua scomparsa. Perverrà alla morte come immagine dello splendore dei Re degli Uomini in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo. Ma tu, figlia mia, tu ti trascinerai nell’oscurità e nel dubbio come la notte d’inverno che arriva senza una stella. Qui tu dimorerai legata al tuo dolore, sotto gli alberi che avvizziscono, finché il mondo intero sarà cambiato e i lunghi anni della tua vita saranno consumati. Arwen… non c’è nulla per te qui, solo morte.

Le due torri

Non è il libretto delle istruzioni di “Sedobren Gocce” declamato in maniera ispirata, come suggerito dall’arguta parodia di Leo Ortolani. Non si tratta di un groviglio di frasi a effetto senza senso, o che senso ne ha solo per chi conosce le radici di quello che ascolta. Io non sono un nerd di quelli che sanno tutto delle opere di Tolkien, tante cose le ho imparate dopo aver visto il film, eppure subivo ugualmente il fascino di quelle parole, quei riferimenti. La loro forza era primitiva, non posticcia; come scrisse lo stesso Tolkien, la Terra di Mezzo si trova “ad un altro livello di immaginazione”, non su un altro pianeta.

Ma “Lo Hobbit” si presta a un lavoro del genere? Dopotutto di grandi monologhi per attori consumati in questa storia non ne vedo molti, né penso che avrebbe senso soffermarsi tanto su elfi, nani e quant’altro, questa volta, non solo perché il pubblico queste cose, ormai, le ha già viste, ma anche perché il viaggio de “Il Signore degli Anelli” permetteva dei piccoli excursus “da documentario”, mentre “Lo Hobbit” è un libro a misura di hobbit, e certe grandiosità stonerebbero.

Insomma, “Lo Hobbit” sarà un bel film solo se il materiale verrà trattato per quello che è, e ci si ricorderà che “Il Signore degli Anelli” è “Il Signore degli Anelli”, mentre “Lo Hobbit” è “Lo Hobbit”.

Un film di qualità

A ogni modo, “Lo Hobbit” è un film fatto molto bene. L’attenzione filologica, necessaria anche qui per l’ambientazione, rimane.

I miei dubbi sui grandi monologhi da attori consumati non erano infondati. Qui non ci sono ed è inutile cercarceli. Purtroppo prendono il loro posto dei predicozzi di pessimo gusto tipici del cinema moderno. I quali rallentano l’azione e la spostano altrove. Tante volte abbiamo visto store ambientate in qualche pub del nostro secolo in cui un ragazzo spiega alla sua ragazza perché ormai la vede come un’amica, e aggiunge delle sue opinioni sui rapporti di coppia di cui non ce ne po’ frega’ de meno. È più o meno l’impressione che ho avuto ogni volta che ho visto qualche personaggio, a fine scena, fare il punto della situazione con un predicozzo sul coraggio, la voglia di mettersi in gioco eccetera.

3D inutile ma molto ben fatto

3D… la spocchioseria di questi anni. Facciamo un film che costa un sacco di soldi e per ribadire che è costato un sacco di soldi lo facciamo in 3D. Non dico che le sperimentazioni portate dall’uso di questa tecnica non porteranno mai a qualcosa di buono, ma per il momento è solo una cosa scomoda e inutile. Quindi mi sono intristito quando ho visto che questo film era in 3D. Però, una volta in sala, ho notato che era un 3D fatto molto bene. Era una sala attrezzata per il 3D HFR, molto percettibile, volto a migliorare l’immagine percepita sullo schermo più che a creare un effetto speciale in più. Del resto i film di P. Jackson si prestano a un 3D “di qualità”, perché le immagini sono riprese a tuttotondo in una continua ricerca del dettaglio o della ripresa del movimento.

Fare tre film su un libro del genere è un’idea cretina

All’inizio non sapevo nemmeno che “Un viaggio inaspettato” fosse il primo film di una trilogia triennale. E, in effetti, mi chiedevo perché continuassero ad allungare il brodo con scene di combattimenti stiracchiate o coi già citati predicozzi holliwoodiani. Poi ho notato che ci sarebbero stati altri due film sullo stesso libro e mi sono cascate le braccia.
Per usare un’espressione elfica, chiunque abbia avuto l’idea di fare tre film su questo libro può prendere tutti i soldi che ci ha guadagnato e infilarseli nel culo.

“Lo Hobbit” è “un racconto hobbit”, che senso ha farne una trilogia? Cioè, non solo è un racconto (saranno trecento pagine al massimo), ma un racconto hobbit! E gli hobbit sono personcine, gente piccola fatta per le piccole cose. Non c’è per niente la dimensione epica o eroica de “Il Signore degli Anelli” in questo fantastico racconto che è fantastico proprio perché è un piccolo gioiellino, non un’epopea. A vederlo diviso così in tre film sembra di guardare del burro spalmato su troppo pane.

Recensione de “Lo Hobbit – un viaggio inaspettato”

“La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima

È il 1937. Il compositore Aldo Finzi  partecipa al concorso indetto dal teatro alla Scala per una nuova opera da eseguirsi l’anno seguente e lo vince. L’opera vincitrice è “La serenata al vento”, opera buffa in tre atti che parla di figlie ribelli, genitori severi, matrimoni combinati, scandali… insomma, quelle cose lì.

L’opera, però, non viene eseguita, ed il premio non viene assegnato.
Il motivo? Aldo Finzi è ebreo, e questo è il periodo in cui stanno entrando in vigore le leggi razziali. Al compositore sarà vietato pertanto di far eseguire la propria musica, che, nonostante questo e le altre mille peripezie della sua triste e avventurosa vita continuerà a comporre. Pare che le ultime parole di Finzi siano state “Fate eseguire la mia musica”.

Il primo dicembre 2012, finalmente, “La serenata al vento” è stata messa in scena al Donizetti di Bergamo. È stata la prima assoluta, ospitata dal teatro bergamasco e realizzata dall’Opera Aeterna di Gerusalemme. Realizzazione di scene e costumi a cura degli studenti della Scuola di Teatro HaMartef. Continua a leggere ““La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima”

“La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima

Successo di pubblico per il finale della stagione lirica bergamasca

La stagione lirica al teatro Donizetti si è chiusa domenica con una rappresentazione del “Così fan tutte”.

La prima cosa che salta all’occhio è che il teatro non solo è pienissimo, ma è pieno di facce nuove, segno che lo spettacolo ha richiamato molti spettatori da fuori città.

Il pregio di questa rappresentazione, diretta dal direttore artistico Francesco Bellotto, è quello di far ascoltare allo spettatore alcune di quelle voci mozartiane così rare al giorno d’oggi (rarità di cui molti estimatori di questo compositore si lamentano). I sei ruoli che, sinteticamente, mette sul palco quest’opera sono stati interpretati da Elena Monti (Fiordiligi), Josè Maria Lo Monaco (Dorabella), Anicio Zorzi Giustiniani (Ferrando), Christian Senn (Guglielmo), Roberta Canzian (Despina) e Lorenzo Regazzo (Don Alfonso). Continua a leggere “Successo di pubblico per il finale della stagione lirica bergamasca”

Successo di pubblico per il finale della stagione lirica bergamasca