Chiamatele “bufale”, non “fake news”

African buffalo Portrait

Si sta parlando in questi giorni di una possibile legge contro chi pubblica bufale su internet. Una proposta su cui è lecito avere delle perplessità ma a tal proposito rimando a questo articolo, che le illustra tutte molto bene. In questa sede mi interessa affrontare un altro argomento.

Giornalisti, politici, legislatori, semplici commentatori e quant’altro: piantatela di riferirvi alle bufale con il termine “fake news”. È una cosa inutile, per non dire dannosa.

Inutile perché, se al posto di “fake news” diceste “notizie false”, il senso dei vostri discorsi rimarrebbe inalterato. Non si capisce, quindi, che senso abbia schiaffare un termine in inglese in mezzo a un discorso in italiano. È come se io, di punto in bianco, decidessi di sostituire una parola di questo articolo col suo equivalente rumeno. Sarebbe quantomeno ciudat, non credete?

Dannoso per una serie di motivi. Comincerei col dire che, anche se il governo ha deciso di interessarsi alla questione solo di recente (cioè da quando ha capito che le bufale potrebbero danneggiarlo), in Italia si sta parlando di bufale già da molto tempo, sempre chiamandole con il loro nome. All’interno di un dibattito è fondamentale possedere un vocabolario il più possibile chiaro, semplice e condiviso da tutti. Modificarlo da un giorno all’altro genera confusione, e bisognerebbe farlo solo se assolutamente necessario. Ad esempio quando non esiste un’alternativa soddisfacente a una parola straniera.  Non è questo il caso perché, come ho detto, il termine “fake news” non aggiunge assolutamente nulla al termine “bufale” al livello di significato (anzi, ma su questo ci tornerò in un punto successivo).

In secondo luogo, “fake news” non è un termine immediatamente comprensibile per un italiano.
Già mi sembra di sentire le proteste dei soliti noti: “Eh, ma l’inglese si studia dalle elementariiiii! Come fai a non sapere cosa vuol dire ‘fake news’? ecc. ecc”. Ora, a parte il fatto che bisogna pensare anche a quelli che l’inglese non lo conoscono (saranno pochi, ok, ma esistono e tra l’altro stiamo parlando di un fenomeno che interessa la parte meno erudita della nazione), quando si decide di parlare facendo un miscuglio di varie lingue si finisce per forza di cose per essere ambigui.
Prendete ad esempio questa scena tratta dal film “Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio”.

“LINO BANFI: Te lo devo dire, ce l’ho sulla punta dei polmoni: io ti odio a te! È un fatto di pelle!
FIDANZATO DELLA FIGLIA DI LINO BANFI: In senso epidermico?
LINO BANFI: No, di pelle! Di rottura di pelle! Mi hai rotto le pelle!”

L’equivoco è perfettamente comprensibile. Come poteva quel personaggio – o lo spettatore – sapere che Lino Banfi avrebbe infilato una parola in dialetto barese (“pelle”=“palle”) all’interno di una frase in italiano?
La stessa esperienza che ho avuto io quando sono andato a vedere “Star Wars 7” e ad un certo punto i personaggi hanno cominciato a parlare di un altro personaggio che non era lì presente. Alle mie orecchie arrivavano frasi come “Lei ha fatto questo e quello”, oppure “Aspettale là”, e pertanto continuavo a chiedermi: “Ma chi è questa tizia (lei) di cui parlano? Dov’è questo posto (là) dove abita? Cos’è che ‘ha’?”. Solo quando mi sono trovato di fronte Carrie Fisher e ho esclamato: “Aaaaah! ‘LEILA’, non ‘lei ha’!”.
Di nuovo, qualcuno potrebbe commentare: “Ma daiii!!! Non sai che il nome del personaggio in originale era Leia? Mi meraviglio di teeeee!”. A parte il fatto che non tutti sono così appassionati di “Guerre Stellari” da sapere o ricordare una cosa del genere (così come non tutti seguono i notiziari con una costanza tale da averne imparato il gergo artificioso), un conto è vedere il nome scritto, un conto è sentirlo da solo, un altro è sentirlo all’interno di una frase o addirittura di un film di due ore. E questo vale per l’ignorantone quanto per la persona perfettamente bilingue.
Sarà per questo che De Leonardis e Maldesi, che non erano due sprovveduti, avevano adattato il nome del personaggio in maniera diversa? Vabbè… sto divagando.
Quel che conta è che se vi fanno ridere il “mi hai rotto le pelle” di Lino Banfi, il “Chi gioca in seconda base?” di Gianni e Pinotto o l’“Etcì figlio di Starnì” di “Robin Hood – un uomo in calzamaglia”, dovrebbero farvi ridere anche “Leia” e le “fake news”.

Ma, soprattutto, tutto quello che ho detto finora l’ho detto partendo dal presupposto che “fake news” sia una traduzione accettabile del termine “bufale”, cosa che non è. A volte mi chiedono se i giornalisti evitino volutamente il termine “bufala”, avendolo magari scambiato per un’espressione colloquiale equivalente a “fake news”. In realtà due termini hanno significati differenti. “Fake news” significa semplicemente “notizie false”. Notizie false che possono essere state date in buona fede, mentre “bufala” indica una balla inventata appositamente per menare per il naso chi la legge. Il termine “bufala” deriva proprio dall’usanza di portare in giro le bufale tirandole per l’anello che hanno al naso (secondo l’ipotesi più accreditata riguardo all’etimologia di questo termine, ne esistono altre tutte grossomodo riconducibili allo stesso significato).
Ora, a noi non interessa colpire chi semplicemente dice qualcosa di falso, dico bene? A noi interessa colpire il simpaticone che si inventa che la Kyenge ha rubato il Natale al solo scopo di diffamarla. È anche importante specificare che si tratta di notizie esagerate a cui solo un boccalone (uno che si fa menare per il naso) potrebbe credere, perché lo scopo delle bufale non è solo gettare fango su una persona ma anche creare intorno a lei un’aura di sospetto, in pieno stile maccartista. Pertanto è molto più corretto il termine “bufala”.
Se proprio volete farvi fighi parlando in un’altra lingua (e, ripeto, in questo caso farsi fighi è l’unico movente plausibile), fareste meglio a usare il termine “hoax” (“inganno”) che è quello che si usa in inglese per indicare le bufale.

In inglese “fake news” come sinonimo di “hoax” è anche tutto sommato accettabile, perché a un orecchio anglofono (ho detto “anglofono”, non “ho visto la prima stagione di ‘The walking dead’ coi sottotitoli”) questo termine rimanda effettivamente a qualcosa di “truffaldino”. La parola “fake” è traducibile italiano non solo come “falso/aggettivo” ma anche come “falso/sostantivo” (“un falso lapalissiano”, “un falso d’autore” ecc). Un “fake” è qualcosa realizzato ad opera d’arte per sembrare ciò che non è. Non so quanti di voi si ricordino, ad esempio, che al tempo di eMule si correva spesso il rischio di scaricare il “fake” di un film che si stava cercando. Ovvero un file che si presentava in un determinato modo salvo nascondere un contenuto completamente diverso da quello annunciato dal titolo.
In altre parole, i due termini non sono compatibili nemmeno dal punto di vista grammaticale. Una traduzione alternativa a questo punto potrebbe essere “falso giornalistico” oppure “notizie falso”, il che è ironico, dal momento che una delle principali promotrici della legge antibufale è la Boldrini!

Quello che sto cercando di dire è che parlare un’altra lingua significa non solo conoscere il significato delle singole parole ma le migliaia di sfumature che queste possiedono.
Quindi piantatela di chiamare le bufale “fake news”. Più in generale, piantatela di infilare ogni tanto una parola straniera a caso nei vostri discorsi “perché sì”, perché fa figo o perché volete illudere la gente di saper parlare una lingua che in realtà padroneggia a malapena al livello scolastico. È un’abitudine che io trovo semplicemente nemernic.

 

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