In difesa dei “leoni da tastiera”

Di recente ho avuto modo di sentire un discorso di Paolo Gentiloni, e sono bastati pochi minuti perché la mia attenzione venisse catturata da della vernice che si stava asciugando un paio di metri più in là. Non ce l’ho con Gentiloni in particolare. I discorsi dei politici italiani sono quasi sempre pallosissimi.
“E che ti frega?” dirà qualcuno “Lo scopo di quei discorsi non è intrattenere, per quello ci sono delle ottime sit-com”. La questione, però, non è quanto questi discorsi siano piacevoli da ascoltare, ma quanto siano efficaci.
I politici italiani danno pochissima importanza all’ars retorica.

La situazione migliora oltreoceano, dove non c’è un presidente il cui nome non sia legato a doppio filo con almeno un discorso memorabile. Kennedy ha il suo “Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi, chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese”, Reagan il suo “Abbatta questo muro!” e persino uno come George W. Bush, considerato dai più una brutta copia di Gasparri, ha il suo “bullhorn speech”.
Mi risulta difficile, invece, associare a ogni politico italiano un discorso che lo rappresenti – quello che verrebbe stampato su un poster insieme alla sua faccia – per capirci, con l’unica eccezione del discorso della “discesa in campo” di Berlusconi. Persino Giulio Andreotti i suoi celebri aforismi li riservava perlopiù ai colloqui coi giornalisti.

Mi sembra che le parole vengano considerate una perdita di tempo, chiacchiere che rubano spazio all’azione, o peggio ancora roba da imbonitori. “In passato a un re bastava apparire rispettabile in uniforme e non cadere da cavallo, ora dobbiamo invadere le abitazioni del popolo per ingraziarcelo.” dichiara con disappunto Carlo V nel film “Il discorso del re” “Questa famiglia è stata ridotta alle più basse e spregevoli di tutte le creature: siamo diventati attori”.

Il discorso del re
Colin Firth, nei panni di re Giorgio VI, dichiara guerra alla Germania nel film “Il discorso el re”.

Idea sbagliatissima, perché i grandi discorsi hanno letteralmente cambiato la Storia, nel bene e nel male. Senza il già citato “discorso del megafono”, quello che Bush fece stando in piedi sulle macerie delle Torri Gemelle all’indomani dell’11 settembre, probabilmente gli americani non sarebbero scesi in guerra con altrettanto entusiasmo. Lo stesso dicasi del “Combattenti di terra, di mare e dell’aria” di mussoliniana memoria.
Per non parlare del discorso di Robespierre per la condanna a morte di Luigi Capeto: un gioiellino di retorica che ha fatto la differenza tra una Francia semplicemente repubblicana e una repubblicana e ferocemente anti-monarchica. Qualunque cosa pensiate dei due sistemi di governo, sta di fatto che la Storia dell’umanità avrebbe preso una piega radicalmente diversa senza quel discorso.

E, sempre per smentire il babbo del re balbuziente, non si tratta affatto di una tendenza recente. Ai politici è sempre stato richiesto di parlare in pubblico con scioltezza e naturalezza. Svetonio ricorda come Ottaviano Augusto lavorasse fianco a fianco con un maestro di dizione (come il protagonista di quel film!), e sono note le dissertazioni di Cicerone sul ruolo positivo/negativo dell’attore.

Questa avversione per le chiacchiere si ritrova spesso anche in chi si occupa di argomenti di interesse sociale su internet, dove una delle lamentale che sento più spesso è la seguente: “Non serve a niente starsene qui a parlare dei problemi che ci affliggono, bisogna fare qualcosa di concreto! Organizziamo manifestazioni! Scriviamo lettere! Proponiamo interrogazioni parlamentari!”.
Chi non si dice interessato a simili iniziative, viene considerato un debosciato tanto bravo a chiacchierare ma che quando arriva il momento di agire se ne sta comodo comodo a casina sua.
Troppa gente non si rende conto che chiacchierare non è affatto un’azione passiva. Chiaccherare significa concorrere alla formazione di una sana e cosciente opinione pubblica, senza la quale qualsiasi manifestazione si risolverà in un patetico flop. E qui non mi riferisco più ai soli leader politici o ai grandi attivisti che ispirano generazioni a suon di “I have a dream” e “We love everybody who loves us, we don’t love anybody who doesn’t love us”. Ogni singolo essere umano ha una responsabilità politica enorme quando si rivolge a altri esseri umani. .
Prendiamo ad esempio i blogger e gli amministratori di pagine dedicate agli argomenti più disparati. Vengono generalmente considerati dei perditempo ma in realtà sono dei giornalisti a tutti gli effetti, anche se virtuali. Durante la Rivoluzione Francese sono stati fondati tanti di quei giornali e di quei periodici che si fa fatica persino a contarli, ed è grazie a questo immenso brulicare di idee che è stato possibile un cambio di mentalità così epocale.
Certo, pubblicare un giornale non basta, bisogna anche essere in grado di pubblicare un giornale decente. Su “L’ami du peuple” scriveva Marat, mica uno di quei tizi che pubblicano qualsiasi cosa gli capiti a tiro mettendoci sopra la scritta “CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO” e così facendo pensano di aver concluso qualcosa.

Per questo trovo incredibilmente stupido il fatto di prendersela con chi allo scontro verbale sul web non fa immediatamente seguire quello fisico per strada, chiamandolo sprezzantemente “leone da tastiera”.
Mi domando, tra l’altro, quanti di quelli che usano questo stupidissimo termine hanno mai pensato che si applica meravigliosamente a un celebre personaggio di nome Galileo Galilei. Sì, lo so, qualcuno penserà che questo esempio sia fuori luogo ma, se ci riflettete su per un momento, vi renderete conto che Galileo è il prototipo del leone da tastiera: un uomo arguto, persino irriverente, quando si tratta di esprimere la sua opinione per iscritto, molto meno quando si tratta di affrontare di persona i suoi detrattori. Un atteggiamento che può portare a un giudizio negativo su di lui dal punto di vista umano ma che non cambia di una virgola la validità delle sue affermazioni.
Ammettiamo pure che Galileo fosse un vigliacco (non lo era, in realtà, erano i metodi di persuasione del Santo Uffizio a essere molto potenti). Questo che cosa cambia? Tale difetto non gli ha certo impedito di lasciarci il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, un’opera di valore inestimabile, una delle basi su cui si poggia la nostra civiltà. Eliminate il “Dialogo”, ed è la fine della cultura occidentale come la conosciamo. Eliminate un qualsiasi slogan urlato durante una rissa da strada e probabilmente il mondo non cambierà di una virgola.
In effetti mi stupisce e intristisce constatare che nel 2017 ci sia ancora tanta ammirazione per il martirio, o per la difesa delle proprie opinioni armi in pugno. C’è stata un’epoca in cui la gente decideva chi dovesse averla vinta in un contenzioso a suon di mazzate, e la frase “la ragione è del più forte” non era che una normale regola di convivenza civile, ma è passato un bel po’ di tempo da allora. Credevo che noi uomini moderni avessimo ormai capito che, come diceva Oscar Wilde, “Una cosa non è necessariamente vera solo perché un uomo è morto per realizzarla” (o se ha la faccia tosta di venire a dirtela di persona).
Di nuovo, si può premiare il coraggio o il carattere di una persona pronta a morire per le sue idee (e anche questo non è obbligatorio: alcuni in un gesto simile ci vedrebbero solo imbecillità e autolesionismo), ma nel momento in cui si discute bisogna discutere sui ragionamenti, non sui ragionatori. Se non si è in grado di farlo, la cosa migliore è dedicarsi ad altro e lasciare la politica o l’attivismo a chi lo sa fare.

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