Cercare il pelo nell’uovo: due canzoni Disney

Oggi vorrei inaugurare una nuova rubrica, in cui esaminerò alcuni difettucci di opere d’arte complessivamente molto riuscite. Questo perché, come ha detto qualcuno, se si impara poco dalle opere fatte malissimo e molto dalle opere ben fatte, dove si impara moltissimo è esaminando le piccole stonature delle opere ben fatte.
Non so ancora di cosa parleranno le altre puntate. Nella prima mi occuperò di due film Disney. Più precisamente, delle versioni italiane di questi film.

Non sono una di quelle persone che rifiutano a priori qualsiasi traduzione. Anzi, credo che un adattamento ben fatto, oltre a essere nella maggior parte dei casi necessario, offra bellissimi spunti di riflessione. Questi particolari adattamenti (e mi riferisco alle singole canzoni), però, trovo che non rendano al meglio l’originale.

“Feed the birds” (versione originale di R. M. Sherman e R. B. Sherman, versione italiana di R. De Leonardis)

Se dovessi stilare una mia personale classifica delle canzoni Disney, “Feed the birds” – dal film “Mary Poppins” – starebbe forse al primo posto, e di sicuro nella top5. Non è la canzone più famosa del film ma è quella che ne rappresenta meglio lo spirito. Confrontiamo le due versioni.

VERSIONE ORIGINALE

Early each day to the steps of Saint Paul’s
the little old bird woman comes.
In her own special way to the people she calls:
“Come, buy my bags full of crumbs”.

Come feed the little birds, show them you care
And you’ll be glad if you do.
Their young ones are hungry their nests are so bare,
all it takes is tuppence from you.

Feed the birds, tuppence a bag,
tuppence, tuppence, tuppence a bag.
“Feed the birds” that’s what she cries
while overhead, her birds fill the skies

All around the cathedral the saints and apostles
look down as she sells her wares.
Although you can’t see it, you know they are smiling
each time someone shows that he cares.

Though her words are simple and few
listen, listen, she’s calling to you
“Feed the birds, tuppence a bag
tuppence, tuppence, tuppence a bag”.

TRAD. LETTERALE

Ogni mattina la vecchietta degli uccellini va a sedersi sui gradini della cattedrale di S. Paul. Chiama i passanti con la sua frase tipica: “Venite a comprare i miei sacchetti di briciole!”. Venite a dar da mangiare agli uccellini, mostrategli che vi importa qualcosa [di loro]. Sarete felici di averlo fatto! I loro piccoli hanno fame, i loro nidi sono così spogli e tutto ciò di cui c’è bisogno sono due penny da parte vostra. Date da mangiare agli uccelli, due penny al sacchetto. “Date da mangiare agli uccelli!”, è questo che grida [la vecchina] mentre gli uccelli riempiono il cielo sopra di lei. Tutto intorno alla cattedrale i santi e gli apostoli guardano giù mentre lei vende le sue molliche. Anche se non lo puoi vedere, sai che sorridono ogni volta che vedono che a qualcuno importa qualcosa. Eppure le sue parole sono poche e semplici, ascolta, sta chiamando te. “Date da mangiare agli uccelli, due penny al sacchetto”.

VERSIONE ITALIANA

La cattedrale, qual simbol d’amor
vi dà il benvenuto al mattin.
C’è una buona vecchietta che chiede al tuo cuor
due penny per gli uccellin.

Queste creature chi può non amar?
Trepide attendon lassù.
I piccoli al nido potranno sfamar
se qualcosa offri anche tu.

Solo un po’ voglion da noi.
Date, date, date anche voi.
Solo un po’ basta per lor,
bastan due penny dati di cuor.

Tutto intorno alla chiesa ascolti le voci
degli angeli che da sù
innalzano un coro e sorridon felici
se dai qualche cosa anche tu.

La vecchietta è sempre laggiù
dona, dona, due penny anche tu.
Va’ da lei con tanto amor
dona, dona, dona di cuor.

Un po’ di contesto: Mary Poppins canta questa canzone a Jane e Michael la sera prima della loro visita alla banca dove lavora il signor Banks. “Oh, Michael! Nella city vedremo un sacco di cose e papà ci spiegherà tutto!” esclama Jane tutta eccitata. “Beh, potrebbe farlo” le risponde la bambinaia “ma a volte una persona che amiamo, anche se non per colpa sua, non vede più in là del suo naso […] e a volte le cose più piccole sono le più importanti”. Quindi mostra ai bambini una palla di vetro che contiene una miniatura della cattedrale di S. Paul, sulla strada che il loro papà percorre ogni giorno per andare a lavoro, dopodiché comincia a cantare.
La canzone ha inizialmente un tono sommesso, e la vecchietta che dà da mangiare ai piccioni seduta sulle scale della cattedrale sembra per l’appunto un particolare come un altro nel grande quadro di questo particolare paesaggio londinese. Tuttavia il tono è anche misterioso, e intuiamo da subito che c’è qualcosa di più. Infatti subito Mary Poppins comincia a spiegarci cosa si nasconde dietro quell’immagine così semplice (ciò che il signor Banks non riesce a vedere): una persona che dà da mangiare agli uccellini rappresenta l’atto di prendersi cura di delle creature indifese tramite un gesto normale, forse persino inutile, ma che per loro fa la differenza tra la vita e la morte (“all it takes is tuppence from you”).
La versione italiana comincia invece con le parole: “La cattedrale, qual simbol d’amor/vi dà il benvenuto al mattin”. Molti di voi avranno giustamente notato le due troncature, segno distintivo delle traduzioni dell’epoca certamente antiestetico secondo i canoni moderni, ma a me personalmente non danno troppo fastidio. Almeno non rispetto a un problema più grosso, cioè che si inizi con un’immagine così grandiosa come una “cattedrale simbol d’amor”, che addirittura “dà il benvenuto” alla gente come un sole che ride. Lo stesso dicasi per quel “c’è una buona vecchietta che chiede al tuo cuor”. Si può storcere il naso per la rima “amor/cuor” (in realtà gestita piuttosto bene) ma il vero problema è cominciare subito con un appello alla misericordia che a me fa pensare un po’ alle pubblicità strappalacrime che chiedono soldi per i bambini del Terzo Mondo.
Passando al ritornello, in inglese l’appello della vecchietta è naturalmente “Feed the birds, tuppence a bag”, un semplicissimo slogan da venditrice ambulante (con tanto di inflessione colloquiale – “tuppence” – che lo rende caratteristico del personaggio) non diverso da “Cocco bello!” o “È arrivato l’arrotino!”, accompagnato da una musica altrettanto semplice (e altrettanto movimentata, inizia infatti con un arpeggio in maggiore). In italiano diventa “Solo un po’ voglio da noi/date, date, date anche voi”; di nuovo, mi viene da pensare più a quei tizi che ti fermano per strada per dirti che sono stati in prigione e di dar loro dei soldi in cambio di un quadretto di cattivo gusto, più che a un vero e sincero appello alla carità.
Inoltre è fondamentale per l’evoluzione del personaggio del signor Banks che l’appello della vecchietta non sia diretto! Quando i bambini vedono la vecchietta in carne ed ossa, Michael chiede a suo padre: “Senti cosa sta dicendo!”, lei ripete la sua frase e l’uomo risponde semplicemente: “Certo che lo sta dicendo! Cos’altro dovrebbe dire?”, proprio perché non coglie il suo invito a fare del bene.
La canzone si apre in tutto il suo glorioso splendore, rivelandoci il suo reale significato, sulla parola “skies”, vero e proprio anello di congiunzione tra il piccolo gesto di dar da mangiare agli uccellini e il coro angelico che sentiamo sulle parole “All around the cathedral the saints and apostles/look down as she sells her wares./Although you can’t see it, you know they are smiling/each time someone shows that he cares”. A questo punto espressioni altisonanti quali una “cattedrale circondata di santi ed apostoli” (una “chiesa intorno alla quale gli angeli innalzano un coro” in italiano) hanno senso, ma nella la versione italiana sono molto meno potenti, perché questa cartuccia ce la siamo già sparata all’inizio. Inoltre questa strofa si conclude con la parola “cares”, che era stata proposta all’inizio (“show them you care”). La struttura è la stessa di un discorso: c’è una premessa, una spiegazione e una conclusione che dimostra la premessa. E difatti l’ultima strofa ha proprio il sapore di un “quod erat demostrandum”: comincia con le parole “Though her words are simple and few”, come a dire “Accidenti, non ci vuole molto a capire questa cosa, no? Non vedi al di là del tuo naso?”, poi ripete la frase “Tuppence a bag”, che a questo punto ha assunto un significato del tutto nuovo. Non è casuale (per quanto molto comune) l’uso della cadenza perfetta, che si chiama così proprio perché conclude un discorso armonico. Ma soprattutto è solo a questo punto che lo spettatore viene coinvolto personalmente (“she’s calling to you”), cosa che evita a tutto il resto del brano di suonare pedante, come il già citato tizio che va in giro a chiedere soldi dopo essere stato in prigione (si suppone per disturbo della quiete pubblica). Un appello diretto allo spettatore è qualcosa che a questo punto la versione originale può permettersi, perché capitalizza su tutto quello che c’è stato prima, cosa che la versione italiana non può fare e infatti si ritrova a girare in tondo su generici appelli alla bontà d’animo.

Vecchietta piccioni

“Belle” (versione originale di H. Ashman e A. Menken, versione italiana di E. Brancucci)

Il secondo caso di studio è tratto dal film “La bella e la bestia”. Quando, qualche mese fa, uscì il remake live-action di questo capolavoro molta gente si lamentò del nuovo adattamento delle canzoni (a ragion veduta, tantopiù che ne esistevano già non una ma ben due versioni italiane molto riuscite). In un commento che lessi in giro qualcuno si lamentò anche della frase “Guarda noi dall’alto in basso/e da sola va a spasso” dicendo: “Che frase è? Da quando in qua Belle è una ragazza snob?”.
In effetti questo è un tratto della sua personalità che dalla versione italiana della prima canzone del film non emerge. Ma leggiamo le due versioni, che non riporto in forma integrale per motivi di spazio.

VERSIONE ORIGINALE

BELLE: Little town, it’s a quiet village,
every day like the one before.
Little town, full of little people
waking up to say…
TOWNSFOLKS: Bonjour!
BELLE: There goes the baker with his tray, like always
the same old bread and rolls to sell.
Every morning just the same,
since the morning that we came
to this poor, provincial town.

[…]

TOWNSFOLKS: Look there she goes, that girl is strange, no question.
Dazed and distracted, can’t you tell?
Never part of any crowd
‘cause her head’s up on some cloud.
No denying she’s a funny girl that Belle
Bonjour! Good day! How is your family?
Bonjour! Good day! How is your wife?
I need six eggs! That’s too expensive!
BELLE: There must be more than this provincial life!

[…]

TOWNSFOLKS: Look there she goes, the girl is so peculiar.
I wonder if she’s feeling well.
With a dreamy, far off look,
and her nose stuck in a book,
what a puzzle to the rest of us is Belle!
BELLE: Oh, isn’t this amazing?
It’s my favorite part because you’ll see
here’s where she meets Prince Charming
but she won’t discover that it’s him ‘til Chapter Three!
TOWNSFOLKS: Now it’s no wonder that her name means “Beauty”.
Her looks have got no parallel
but behind that fair facade
I’m afraid she’s rather odd.
Very different from the rest of us,
she’s nothing like the rest of us.
Yes, different from the rest of us is Belle!

TRADUZIONE LETTERALE

BELLE: Un piccolo paesino, un villaggio tranquillo, ogni giorno è come il precedente. Un piccolo paese abitato da piccole persone che si svegliano e dicono… PAESANI: Bonjour! (in francese nel testo; NdR) BELLE: Il fornaio cammina con il suo vassoio, lo stesso pane e le stesse pagnotte da vendere. Ogni giorno è lo stesso, dal giorno che sono arrivata in questa misero provinciale paese. […] PAESANI: Guardala lì, quella ragazza è strana, non c’è dubbio. Intontita e distratta, non c’è che dire. Non fa mai parte di nessun gruppo, perché la sua testa è tra le nuvole. Non c’è dubbio che sia una ragazza buffa quella Belle. BELLE: Ci deve essere di più di questa vita provinciale! PAESANI: Guardala lì, quella ragazza è peculiare. Mi chiedo se stia bene. Con quell’aria sognante, lontana ed il naso ficcato dentro un libro, che enigma è per noialtri Belle! BELLE: Oh, non è meraviglioso? È la mia parte preferita perché, vedete, qui è dove lei incontra il principe azzurro, ma non scoprirà che è lui fino al capitolo tre! PAESANI: Nessuna meraviglia che il suo nome significhi “bellezza”. Il suo aspetto fisico non ha eguali. Ma dietro quella fiera facciata temo si nasconda una tipa stramba. Così diversa dal resto di noi, niente a che vedere col resto di noi, sì, Belle è diversa del resto di noi!

VERSIONE ITALIANA

BELLE: Tutto qui, è un bel paesino.
Ogni dì qui non cambia mai.
È così che la gente vive:
con semplicità…
PAESANI: Bonjour!
BELLE: Ecco il fornaio con il suo vassoio,
lo stesso pane venderà:
è dal giorno che arrivai
che non è cambiato mai.
Ma che vita è questa qua?

[…]

PAESANI: Quella ragazza è proprio originale,
con che aria sempre se ne va!
Lei non assomiglia a noi,
pensa sempre ai fatti suoi,
la sua bella testolina non è qua!
Bonjour! Buondì! E la famiglia?
Bonjour! Salve! Lei come sta?
Vorrei sei uova! È troppo caro!
BELLE: La vita mia di certo cambierà!

[…]

PAESANI: È una ragazza assai particolare,
lei legge sempre che virtù!
Chissà cosa sognerà?
Dove va neanche lo sa!
Certamente un’altra non ce n’è quaggiù!
BELLE: Oh, io sto sognando,
è il momento che amo più, perché
lei si sta innamorando
e fra poco scoprirà che lui è il suo re!
PAESANI: Anche il suo nome esprime la dolcezza,
più dolce di un crême-caramel!
Ha una personalità
un po’ strana in verità!
È diversa Belle da tutti noi,
non è per niente come noi,
non assomiglia affatto a noi… è Belle!

Credo sia chiaro che l’insofferenza di Belle nei confronti dei suoi concittadini sia stata parecchio edulcorata nella versione italiana. Basta pensare che quest’ultima comincia con le parole “è un bel paesino”, e anche il proseguimento sembra essere un elogio alla vita lenta e paciosa del villaggio. Le critiche vere e proprie sono rare e anche piuttosto nebulose. “È dal giorno che arrivai/che non è cambiato mai./Ma che vita è questa qua?” decisamente non regge il confronto con il durissimo “Every morning just the same,/since the morning that we came/to this poor, provincial town”. Così come “La vita mia di certo cambierà!” non regge il confronto con “There must be more than this provincial life!”, tantopiù che queste ultime parole si riferiscono esplicitamente alla vita del paese, mentre in italiano sembra quasi si stia parlando della vita di Belle in generale.
Anche i paesani sono molto più aspri nelle loro critiche nella versione originale. Quando fanno notare che Belle se ne sta sempre per conto suo (“Never part of any crowd/‘cause her head’s up on some cloud”) l’accusa di essere altezzosa è evidente. Anche l’elogio per il suo aspetto fisico in inglese è molto più blando (non così in italiano, dato il lirismo delle parole “Anche il suo nome esprime la dolcezza”), in quanto è subito definito “una facciata”.
Non so se l’atteggiamento di Belle si possa definire “snob” ma senza dubbio nella versione inglese il personaggio ha ben altra profondità. Nessuna meraviglia se una persona cresciuta con la versione italiana rimane stupita nel constatare che il suo atteggiamento nei confronti dei paesani non è affatto pacifico, ma anzi è molto più aggressivo del loro. Belle non si comporta come se pensasse di essere migliore dei suoi vicini di casa, lei SA di esserlo e probabilmente non ha problemi a dirlo. È l’immagine di un personaggio che si mette in gioco, molto più interessante di quella passiva e vittimista della versione italiana.
Inoltre ci sono dei problmei nella parte in cui la melodia cambia. Sentire Belle parlare di principi azzurri che si rivelano tali dopo un po’ di tempo, prima di tutto anticipa il tema portante del film (tanto è vero che questa parte verrà ripresa in una canzone successiva, e questo porta a un altro problema: i due brani in italiano non si raccordano come dovrebbero) ma soprattutto mostra un lato del personaggio meno noto ai più: una ragazza che sarà pure diversa e alternativa ma ha anche dei desideri molto comuni, quali quella di trovare un principe azzurro. Ci viene presentato un personaggio che deve crescere, imparando lei stessa a guardare oltre l’apparenza non meno della Bestia.

Belle

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