Due parole sul “liceo breve”

Liceo quadriennale

Sembra che stavolta non sia né un falso allarme né una bufala: c’è gente che sta seriamente parlando, sia pure come mera sperimentazione, di liceo quadriennale. Sarò diretto: è un’idea demenziale tirata fuori solo per risparmiare qualche spicciolo. Più demenziale di tutto è l’idea che facendo un anno in meno si possano aiutare i ragazzi a entrare prima nel mondo del lavoro. Il mondo del lavoro non è affatto inaccessibile perché le persone si diplomano tardi, è inaccessibile perché manca la formazione (vedi a questo proposito questo articolo di qualche giorno fa). Quando i ragazzi escono dal liceo, non sanno dove sbattere la testa perché non è stato dato loro alcun orientamento.

Cosa significa dare un orientamento ai ragazzi? Non indirizzarli a un’azienda in cerca di impiegati, ma far capire loro il senso di quello che stanno facendo. Prendiamo le materie umanistiche (ma credo che il discorso si possa applicare a tutte le discipline, parlo del mio campo perché è quello che conosco meglio): se andate da un ragazzo fresco di diploma e provate a chiedergli “Cos’è la poesia? A cosa serve la narrativa? Perché gli uomini hanno continuato a dipingere quadri anche dopo aver inventato la fotografia?”, non saprà cosa rispondervi. Non solo non vi risponderà in modo intelligente (quello da un diciottenne non lo pretendo, dopotutto sono questioni – se la pittura debba imitare la realtà e via discorrendo – che l’umanità si trascina dietro da millenni) ma nemmeno avrà un’opinione, per quanto stupida, in proposito. Ovvero dopo aver studiato per cinque anni la letteratura e l’arte in generale, non avrà capito in cosa consiste il lavoro dell’artista.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la stima per questa categoria è infima e il dilettantismo dilaga. Un aneddoto, a titolo di esempio: qualche mese fa ebbi una mezza discussione con un tizio che conosco; gli dissi che non sapevo se accettare una commissione o meno (si trattava del libretto per un musical) perché mi avrebbe portato via un sacco di tempo e energie. “Per capirci, è un po’ come dare due esami all’università” dissi. Quasi indignato, il tizio mi rispose: “Mah… secondo me no!” (a voi indovinare quale facoltà frequenti costui). Ma del resto non è colpa sua se al liceo nessuno gli ha mai dato un’idea di cosa ci sia sotto la superficie del lavoro di uno sceneggiatore, parlandogli di cose come la costruzione di uno scenario credibile, la gestione del punto di vista, la struttura in tre atti o anche solo la differenza tra narrativa di genere e literary fiction. Erano tutti troppo impegnati a insegnargli la storia della letteratura, che consiste nel dire a qualcuno chi ha scritto cosa e quando. E ovviamente nel ripeterglielo quattro o cinque volte perché, quando quello che ti stanno raccontando non ha per te alcun senso, fatichi a memorizzarlo.

La questione non si ferma al problema del disprezzo dei profani verso i professionisti (cosa comunque grave): in generale agli studenti non viene insegnato cosa significa occuparsi di una data materia. Per esempio, la maggior parte degli insegnanti quando fa scrivere un articolo di giornale ai suoi studenti lascia loro come unico strumento il dizionario, e questa è un’idea demente. Perché è un’idea demente? Semplicemente perché il lavoro del giornalista non funziona così. Quando un professionista scrive un articolo, fa decine di ricerche su internet, e non c’è assolutamente nulla di male in questo. Il giornalismo non è una gara a chi si ricorda meglio i fatti di cui scrivere.

Qualcuno dirà che gli studenti non sono giornalisti professionisti, ed è proprio in virtù di questa mentalità che la scuola italiana non è in grado di offrire una formazione degna di questo nome. L’attività in cui questa mentalità trova la sua massima espressione sono i laboratori scolastici (che guarda caso sono un’attività che non influenza minimamente la valutazione a fine anno). Ecco, i laboratori scolastici sono un esempio perfetto di cosa potenzialmente utilissima gestita in modo stupido. L’utilità dei laboratori, infatti, consiste nel permettere a uno studente di fare esperienza diretta di un settore. Personalmente ne ho curati alcuni sul teatro, e ho avuto modo di scoprire che quello che viene sperimentato nei laboratori corrisponde in pochissimi casi al teatro reale . Nessuna produzione, per esempio, distribuirebbe i compiti agli attori in modo equo solo perché “tutti devono fare qualcosa”, né pretenderebbe di far agire sul palcoscenico tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione dello spettacolo. La situazione migliora un pochino quando dai laboratori si passa agli stage, in quanto in quel caso lo studente ha la possibilità di vedere da vicino come lavorano dei professionisti, ma è un miglioramento minimo, visto che di solito lo mettono a fare le fotocopie. Al livello formativo, questa roba non è solo inutile ma anche dannosa, visto che offre un’idea completamente sbagliata di come si svolge un certo lavoro.

Capite quindi quanto sia stupido pensare di sveltire l’apprendimento degli studenti facendo fare loro un anno di liceo in meno senza minimamente toccare i programmi. Stupido quanto lo sarebbe correre più velocemente per arrivare prima quando non si sa dove si sta andando.

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