Investire in cultura non è solo spillare soldi ai turisti

In questi anni mi è capitato spessissimo di affrontare con amici e colleghi l’argomento “soldi e cultura”, e da quel che ho capito esistono due scuole di pensiero a riguardo.
C’è chi pensa che fare soldi con la cultura significhi principalmente investire sul turismo, un punto di vista con il quale io ho dei problemi perché la stessa definizione di “turismo” non è chiarissima. “Turista” è chiunque viaggi per diletto, e di conseguenza investire sul turismo significa rendere un luogo piacevole in modo che la gente sia disposta a venire a spenderci dei soldi, cosa che di certo male non fa. Credo tuttavia che perché il turismo sia un’attività realmente lucrativa non si possa prescindere dall’immagine niente affatto edificante di frotte di stranieri cafoni venuti a fotografare un monumento attratti solo dal nome famoso. Mettendo da parte ogni giudizio etico/estetico, il problema di questo scenario dal punto di vista economico è che il principio su cui si basa è unicamente quello dello spillare quanti più soldi possibile ai villeggianti, e pertanto è un sistema che va a vantaggio solo di quei pochi che possono permettersi di mandare avanti un’attività in una zona di interesse turistico. Quella che in gergo si chiama “speculazione”.

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Pertanto mi sento molto più vicino alla seconda scuola di pensiero, quella che considera la cultura in sé un ottimo investimento. Del resto abito a Bergamo, a mezz’ora di macchina dalla ridente cittadina di Romano di Lombardia, luogo di nascita del grande tenore romantico Giovan Battista Rubini. Ho avuto modo di visitare più volte la sua villona e il collegio (oggi un ospizio per anziani) costruito coi soldi da lui guadagnati cantando in giro per il mondo; pertanto non posso non sorridere quando sento qualcuno dire che la cultura non è un buon investimento. Per non parlare poi della vita da nababbo che fece Puccini grazie alle sue opere o Picasso grazie ai suoi quadri. Ma non è nemmeno necessario andare così indietro nel tempo: anche Martin Scorsese ha soldi da buttare e immagino saremmo tutti d’accordo nell’affermare che molti suoi film sono capolavori.
Qualcuno potrebbe ribattere che sono in pochi a fare i big money con la cultura mentre milioni di artisti fanno la fame, il che può essere anche vero (non più di quanto lo sia riguardo a qualsiasi altra attività, però) ma si pensi più in grande: la cultura è un’attività umana che crea un indotto immenso anche al di là di sé stessa. Per esempio per andare a sentire (o eseguire) un concerto una persona deve spostarsi, mangiare, magari pernottare… tutte attività che non sono gratuite e pertanto fanno girare l’economia.

C’è un altro motivo, però, per cui è conveniente investire in cultura che raramente si considera. E cioè che investire in cultura significa investire in formazione, e la formazione porta al profitto.
Un esempio per far capire di cosa sto parlando. Molti di voi conosceranno (anche solo come celebrità internettiana) il cantante Pino Scotto. Cito questo colorito personaggio perché ama raccontare di quando, appena diciassettenne, partì alla volta di Napoli armato solo di chitarra e di voglia di diventare un rocker. Cosa che in effetti alla fine gli riuscì, perché quella del musicista divenne per lui una professione (a fianco di quella di scaricatore di camion presso una fabbrica). Come fu possibile una cosa del genere? Certo grazie alla sua tenacia ma c’è anche dell’altro.
Il rock, come qualsiasi attività umana, non si svolge in solitudine. Se un musicista vuole creare un gruppo gli serviranno dei compagni, e anche se vuole fare il solista gli servirà qualcuno che lo ingaggi o come minimo qualcuno che lo venga a sentire. Ma stiamo parlando degli anni ’60, quando bastava la parola “rock” per creare alchimie e complicità anche tra persone tra loro molto diverse e con una scarsa conoscenza della musica, quale può essere quella di un ascoltatore occasionale (cioè di una parte non trascurabile del pubblico) ma anche della maggior parte dei musicisti diciassettenni (che una cultura musicale vera e propria se la fanno molto tempo dopo aver deciso che nella vita vogliono suonare). La parola “rock” era capace di fare questo perché rappresentava un determinato sistema di valori, era per molti un simbolo di musica, libertà e dignità, rappresentava un linguaggio e una serie di rituali condivisi da molte persone, in altre parole rappresentava una determinata cultura. Quando due o più persone appartengono alla stessa cultura, possono comunicare tra loro perché parlano la stessa lingua, hanno uno scopo condiviso e possono organizzarsi per conseguirlo.

Ho fatto un esempio relativo al mercato dell’arte ma in realtà non esiste un’attività umana che non segua queste regole. Nemmeno la vendita del parmigiano reggiano è possibile se alla base non c’è una cultura condivisa tra dirigenti, produttori, consumatori e investitori. Il parmigiano reggiano rappresenta un modo di concepire l’atto rituale del mangiare (salutare, tradizionale, che punta tutto sulla qualità) che è diverso da quello rappresentato ad esempio da “Burger King” (veloce, divertente, che punta tutto sulla quantità). In un’epoca come la nostra, in cui esistono milioni di attività, è fondamentale fornire al consumatore, al dirigente, al lavoratore e all’investitore una bussola per orientarsi e per scegliere quella più adatta alle proprie esigenze.
Del resto stando a quanto affermato da un recente studio della Cattolica di Milano il problema della disoccupazione non dipende dalla mancanza di lavoro: l’80% delle imprese sarebbero pronte ad assumere, il problema è che mancano candidati idonei. È un problema di mancanza di formazione, che non significa solo costosi stage e masterclass ma soprattutto cultura. Un tizio in cerca di lavoro può anche avere tre lauree ma io non biasimo chi durante il colloquio di assunzione gli risponde: “Oh, bella! Qua fuori ci sono almeno dieci tizi con tre lauree. Perché dovrei assumere proprio TE?”.

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Torno a parlare del mio campo perché è quello che conosco meglio: vi assicuro che non è assolutamente difficile trovare un attore o un musicista al giorno d’oggi, quello che è difficilissimo è trovare un attore o un musicista che quando gli si presenta un progetto capisce esattamente di cosa si sta parlando.
Da questo punto di vista, io non disapprovo affatto la tendenza dell’industria dell’intrattenimento a creare una serie di cloni di un prodotto di successo. È importante che un creatore di sit-com possa andare da un potenziale collaboratore e chiedere il suo aiuto per realizzare “una cosa tipo ‘Friends’”. Il problema naturalmente nasce quando si parla di scopiazzamenti senz’anima, ma l’arte si è sempre alimentata di sé stessa e delle influenze passate.
Trovo invece molto ridicolo l’atteggiamento di chi non vuole parlare di musica, cinema o teatro perché tanto “l’arte è bella tutta” e “non gli interessa fare distinzioni tra generi perché l’importante è emozionarsi”, un concetto tanto banale da poter essere anche vero ma economicamente disastroso. Immaginate di essere il commesso in un negozio di dischi: un tizio entra e vi chiede “un disco che emozioni”. Voi che cosa gli date?

Credo che la maggior parte della gente sia d’accordo col discorso che ho appena fatto, ma credo anche che molti lo definirebbero un discorso troppo astratto. In quanto per un progetto di formazione culturale serio occorrerebbe troppo tempo e dovrebbe muoversi un’intera società (ovvero non si saprebbe da dove cominciare).
Non è mica vero. Certo, una cultura non si costruisce nell’arco di un mese ma neppure parliamo di ere geologiche. “Tumblr”, tanto per fare un esempio, esiste da una decina d’anni ed in questo lasso di tempo è riuscito senza problemi a creare un brand-identity molto preciso (quello del blog per giovani hipster debosciati), grazie al quale i potenziali fruitori, dipendenti e investitori possono scegliere questa piattaforma al posto di un’altra.
Questo è per me lo scenario migliore quando si parla di “investire in cultura”, e ciò che lo rende tale è il fatto di coinvolgere molte persone. Invece dare un sacco di soldi a una celebrità per organizzare un grande evento, per quanto possa essere lucrativo, lo sarà solo per l’investitore, le maestranze coinvolte e la celebrità stessa.

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