“Baywatch” di Seth Gordon è quasi un gran bel film

Baywatch

Quando si parla di pop-corn movie, l’errore più comune è quello di pensare che non debbano essere film di qualità. Come se “qualità” fosse sinonimo di “discorsi impegnati che si fa fatica a seguire”. Non è così che funziona: un film è un film “di qualità” nel momento in cui riesce nel suo intento, quale esso sia.
Anche un film pensato per far riflettere, se fatto bene, non avrà bisogno di uno spettatore che gli stia dietro, ma lo coinvolgerà a prescindere.
Il fatto che un film sia pensato per intrattenere non lo rende al di sopra di ogni critica. Come tutti i film, i pop-corn movie possono essere belli o brutti. Quelli brutti sono noiosi, poco coinvolgenti e scontati.

“Baywatch” di Seth Gordon, tratto dall’omonima serie TV anni ’90, è un film che in questo senso funziona ma non privo di difetti.
Lo stile è quello di una commedia d’azione, e in effetti le scene d’azione sono girate molto bene, per quanto siano penalizzate da degli effetti speciali a dir poco imbarazzanti (greenscreen sgamabilissimi, incendi che sembrano creati con “After Effects”, attori sostituiti da stunt-man in maniera evidentissima…). Si poteva forse creare qualcosa di ancora più estremo, ma l’intenzione è quella giusta: roba tamarrissima, esagerata, come un wrestler che si tuffa in un mare di fiamme o che fa esplodere la cattiva del film con un cannone per fuochi d’artificio.
Le scene migliori sono appunto anche le più surreali, sia per quanto riguarda l’azione che la commedia. Non mancano però i cliché e le scene in cui il film prova a strappare la risata a tutti i costi, ottenendo il risultato contrario.
Ad esempio quella in cui uno dei personaggi finisce con il pene incastrato dentro una sdraio. Roba che non funziona in un cinepanettone e non funziona neanche in questo caso, non perché sia volgare ma perché è trita, prevedibile e priva di sottotesto (a parte quello – debolissimo e scontato – del ragazzo impacciato che fa una figuraccia davanti alla ragazza di cui è innamorato). Lodevole il fatto che si cerchi di prolungare la gag per spingere il pedale dell’assurdo fino in fondo, ma il fatto che il materiale di partenza sia poco valido rende poco valide anche le variazioni sul tema.
Oppure si pensi a quella scena in cui una ragazza ironizza con il protagonista riguardo al fatto che, nonostante quest’ultimo sia arrogante, lei alla fine si metterà comunque insieme a lui, dicendogli una frase che suona pressapoco così (cito a memoria): “Sei un gran figo. Sappiamo entrambi che alla fine cederò al tuo fascino, quindi perché non risparmiamo tempo e mi metti subito incinta?”. Potrebbe funzionare se non l’avessimo già visto mille volte, ma soprattutto se dietro questa battuta si celasse una vera consapevolezza di quanto certi espedienti narrativi siano scontati. Se all’inizio del film fai dire a un personaggio una frase del genere e poi le cose vanno esattamente come aveva previsto, sembri un bambino sorpreso con le mani nella marmellata che cerca di farla franca facendo finta di niente. Lo stesso dicasi per la scena in cui un nerd panzone viene ammesso nella squadra di bagnini e commenta: “Ti prego, dimmi che non sono quello dei computer!”. Peccato che il suo ruolo nel film sarà esattamente quello.

Il film funziona quando si prende in giro da solo e non sente il bisogno di sbattertelo in faccia. Il momento più divertente è probabilmente quello in cui Zac Efron cerca di rivelare il piano dei cattivi e nel farlo specifica (cito di nuovo a memoria): “Volete delle prove? Le prove sono andate distrutte! Sì! Proprio così! Non se ne è salvata nemmeno una!” con un tono convintissimo, come se con quelle parole stesse inchiodando i colpevoli. Funziona perché la dabbenaggine del personaggio emerge dai fatti e non dalle chiacchiere. Meglio ancora: l’atteggiamento dei protagonisti è in netta contraddizione con quanto sta accadendo. Così come nel gioco di citazioni tra The Rock e Zac Efron, apostrofato con epiteti quali “One Direction”, “Bieber” e il più riuscito di tutti (per ovvi motivi): “High School Musical”.
Quando il film si limita a esporre a parole un concetto – più o meno comico – senza mostrarne i risvolti, invece, non funziona. Puoi far dire mille volte a un personaggio che catturare criminali è un lavoro da poliziotti e non da bagnini ma, finché non mi fai capire cosa questo comporta, la cosa non mi tange.

Altro punto debole del film è il protagonista, un campione olimpico di nuoto spaccone e irresponsabile costretto a fare il bagnino come servizio alla comunità. Il ragazzo dovrà imparare cosa significhi fare parte di una squadra, ma ci sono due problemi a riguardo.
Il primo è che questo suo percorso interiore non ha una vera e propria relazione con il soggetto del film. “Quale soggetto del film?” dirà qualcuno “Questo film vuole essere solo tette, culi, gente pompatissima e cose che esplodono!”. Certo, ma non è un soggetto anche questo? In che modo un tizio che impara il valore del gioco di squadra dovrebbe averci qualcosa a che fare? Avrebbe avuto molto più senso se il protagonista fosse stato il nerd panzone, perché avremmo assistito alla lotta del personaggio per inserirsi un mondo che gli è completamente estraneo. Del resto è lo stesso principio su cui si basavano i film di Alvaro Vitali: sgorbio armato solo di faccia tosta alle prese con un mondo di strafighe.
Il secondo problema (presente anche nella sottotrama del nerd panzone, che non si sa come riesce a conquistare una supermodella) è che non ci viene spiegato il perché di questo cambiamento. Semplicemente il nuotatore si sveglia una mattina (letteralmente) e va a dire al bagnino che gli dispiace di essere stato un cazzone e che cercherà di migliorare. Nulla di più, nulla di meno. Non c’è nemmeno una vera e propria sfida da superare, e gli stessi cattivi sono trafficanti di droga ma potrebbero essere anche marziani e nessuno ci farebbe caso (anzi, il film ci guadagnerebbe).

Risultato? L’unico modo che ha il film per esporre il proprio contenuto è metterlo in bocca a più riprese agli attori, tramite NOIOSI pistolotti. Già. CHE NOIA andare al cinema per vedere un film di pura evasione e doversi sorbire un predicozzo sull’altruismo da un lottatore di wrestling! A ‘sto punto meglio vedere “Solaris” o “George della giungla”, almeno lì messaggi e quant’altro sono espressi tramite il mezzo cinematografico.

Tuttavia non me la sento di essere severo come chi ha scritto le critiche che ho letto in giro (una stella e mezza su MYmovies, solo il 20% di recensioni positive su “Rotten Tomatoes”). I difetti ci sono e in effetti il film è un po’ lungo, ma non mi sono sentito derubato dei soldi del biglietto.
Un’altra cosa: se vi aspettate di vedere un sacco di tette rimarrete delusi, ma di questo parlerò nel prossimo articolo.

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