Perché “La maledizione della prima luna” è un bel film e i suoi sequel no

LMDPL

In questi giorni esce al cinema “La vendetta di Salazar”, facente parte del franchise “I pirati dei Caraibi”, iniziato nel 2003 con il film “La maledizione della prima luna”.

Quest’ultimo è uno dei film d’avventura più belli che abbia mai visto. Un sapiente mix di azione e umorismo, ironia e sentimento, con un cast indovinatissimo. Il resto del pubblico è d’accordo con me, infatti il successo è stato tale da dare vita a ben quattro sequel, nessuno dei quali particolarmente riuscito. Si salva giusto il secondo, a patto di non prenderlo troppo sul serio, ma solo per il ritmo molto incalzante e una buona dose di fan-service che non guasta mai.

Vi siete mai chiesti, tuttavia, cos’abbia in più “La maledizione della prima luna” rispetto ai seguiti che ha generato? Io ho una mia idea in proposito e vado a esporvela.

Ma prima una premessa: come avrete notato, mi sto riferendo al film del 2003 col titolo “La maledizione della prima luna”, e intendo continuare a farlo. Il motivo? Non mi interessa cercare una continuità con i film successivi, in quanto “I pirati dei Caraibi” non è mai stata una saga. Una saga è una cosa che si concepisce sin dal primo capitolo come tale o che – alla peggio – viene strutturata come tale in un secondo momento ampliando con intelligenza una storia iniziale, come è avvenuto ad esempio col film “Il padrino”. I seguiti de “La maledizione della prima luna”, invece, sono semplicemente seguiti (non c’è nulla di male in questo, l’importante è saperlo) e si sarebbero dovuti chiamare “La maledizione della luna 2, 3, 4 e 5”, cosa che a quelli del marketing (negli anni in cui era da poco uscito “Il Signore degli Anelli” e farsi le saghe andava di moda) deve essere sembrata provincialotta.
“Ma è un titolo così brutto quello italiano!” dirà qualcuno “La solita mania italiana di cambiare tutto, bla bla… io mi guardo le cose sottotitolate, bla bla… sono stato sei mesi in vacanza studio all’estero, bla bla…”. In realtà “La maledizione della prima luna” è un titolo che funziona alla grande, dal momento che assolve perfettamente il compito di evocare la tipica ambientazione piratesca che sta alla base del film. Non avrebbe funzionato anche il titolo in inglese? NO, prima di tutto perché quel titolo riprende il nome di una attrazione di Disneyland a tema piratesco semisconosciuta al pubblico italiano e poi perché “I pirati dei Caraibi” è un titolo debole che tutt’oggi non attirerebbe l’attenzione di nessuno se non evocasse una saga portata al successo da un film con un titolo migliore.

Ma questa roba c’entra relativamente con questo articolo. Tornando a noi, perché “La maledizione della prima luna” è fico e i suoi figli illegittimi no?
Come detto, l’idea di partenza del film è l’ambientazione piratesca. “Ci siamo ispirati ai grandi film di cappa e spada di Hollywood”, dichiararono gli sceneggiatori.
“Alla grande!” direbbe uno sceneggiatore ingenuo a questo punto “Dai che in mezz’ora l’abbiamo risolta! Ci servono solo tot chili di bende sugli occhi, tot chili di uncini, qualche scimmia, dei cappelli da pirata…”. Tutte cose che nel film sono presenti e hanno una certa importanza ma ciò che le rende davvero importanti è il conflitto interiore del personaggio.
“La maledizione della prima luna” non parla di pirati, parla di un uomo che scopre cosa significhi vivere seguendo a menadito le regole della società.

SEGUONO SPOILER MA SE STATE LEGGENDO QUESTO ARTICOLO AVRETE VISTO SICURAMENTE IL FILM E UN PAIO DI SEQUEL

Anche se il personaggio di maggior successo del film è il pirata Jack Sparrow, infatti, il vero protagonista è il fabbro Will Turner. Quest’ultimo è un gentiluomo che ha basato tutta la propria esistenza sull’onestà e il duro lavoro, disprezzando i pirati che al contrario vivono di truffe ed espedienti. Un giorno Elizabeth, la figlia del governatore e grande amore di Will, viene rapita dal terribile capitano Barbossa e dalla sua ciurma, e per salvarla il ragazzo dovrà scendere a patti con un pirata (Jack, appunto). Una scelta particolarmente dolorosa per un uomo che aborre i compromessi ma la vera sfida di Will non sarà liberare un pirata dal carcere, né rubare una nave insieme a lui, o reclutare una ciurma in quel di Tortuga. La vera sfida arriva quando il nostro protagonista si trova faccia a faccia con Elizabeth, ormai fuori pericolo. Che fare a questo punto? Sfidare le convenzioni sociali rivelandole il suo amore o agire come un uomo onesto, anche se ciò significa spingerla tra le braccia del suo promesso sposo, il commodoro Norrington? Will fa la scelta peggiore e la esprime con poche semplici parole:

“Il tuo fidanzato si starà chiedendo dove sei finita.”

Che questa sia la scelta peggiore è chiaro anche allo spettatore più distratto di tutto il cinema: Elizabeth (che naturalmente ama a sua volta Will) corre via piangendo e Jack non manca di rigirare il dito nella piaga. “Se stavi aspettando il momento più opportuno” dice all’amico “era quello”.
Per fortuna siamo in un film per famiglie e Will fa ancora in tempo a rimediare alla boiata fatta. Le guardie del governatore, venute per portare a casa Elizabeth, arrestano Jack e stanno per impiccarlo; è a questo punto che Will decide di agire sul serio: si dichiara pubblicamente ad Elizabeth e poi salva Jack dalla forca. Ha infatti capito come quest’ultimo sia “un pirata… e un brav’uomo”, due categorie che all’inizio del film non sarebbe mai riuscito a conciliare. “Puoi accettare che tuo padre fosse un pirata e un brav’uomo?” gli aveva detto Jack in una scena, facendolo andare su tutte le furie. Alla fine della storia Will ha imparato una lezione che il padre di Elizabeth riassume come segue:

“È possibile che, nella rara occasione in cui per seguire la giusta rotta ci voglia un atto di pirateria, la pirateria stessa possa essere la giusta rotta.”

Mettere la morale della storia in bocca a un personaggio raramente è una buona idea, ma visto il tono del film direi che possiamo fargliela passare.

Ora, immagino che il nostro sceneggiatore ingenuo di qualche paragrafo fa a questo punto starà pensando: “Sì, tutto bello, ma io volevo vedere le scimmie! E che palle! Dobbiamo sempre stare lì a menarcela con la crescita del personaggio, il conflitto interiore eccetera? Se uno si vuole godere una bella avventura di pirati senza troppi giri di parole non può farlo? C’è qualcosa di male?”.
Il fatto, amico mio, è che se le scimmie, le bende sugli occhi e i pirati che fanno “Aaaarh!” sono così fichi, è proprio grazie al conflitto interiore del personaggio! Sono il primo ad ammettere che “La maledizione della prima luna” è un film che si basa principalmente sulla sua ambientazione ma gli sceneggiatori quella ambientazione non si sono limitati a ricrearla, se ne sono letteralmente innamorati! Innamorarsi di qualcosa significa studiarla per capire cosa la rende bella; e che cos’è che rende bella l’ambientazione piratesca? Perché quasi ogni bambino sogna di essere un pirata? Perché proprio un pirata e non un geometra? La risposta che danno gli sceneggiatori a questa domanda io la trovo corretta: pirateria=libertà. Libertà dagli obblighi, dalle convenzioni sociali, dai genitori pizzosi. Ecco cosa ci fa amare tanto l’istrionico capitan Jack Sparrow, perennemente in fuga dai problemi e dalle conseguenze delle sue azioni, capace di tirarsi fuori dai peggiori impicci grazie alle chiacchiere. Ma mi preme ribadirlo: non è e non può essere lui il protagonista di una storia del genere. Solo guardando la vicenda attraverso gli occhi del rispettabile Will Turner possiamo apprezzare tutte le sfumature di questo mondo affascinante e pericoloso. È solo così che ci appassioniamo davvero a ogni singolo duello, a ogni singola battaglia navale, perché sappiamo che c’è in ballo qualcosa di molto più importante del destino di personaggi manco esistono, ovvero la risposta alla domanda che per tutto il film risuona dentro di noi: “È possibile essere un pirata e al tempo stesso un brav’uomo?”.

Una volta risposto a questa domanda, quello che rimane è solo una bella rissa da bar in un’ambientazione molto pittoresca. Si potrà curarla nei minimi dettagli, metterci dentro gli attori più bravi del mondo, creare scene d’azione incredibilmente spettacolari e uno dei migliori cattivi mai apparsi in un film sui pirati ma rimarrà sempre e solo una stupida rissa da bar.
In effetti nello stesso anno la Disney si imbarcò in un progetto simile dal titolo “La casa dei fantasmi”. Anche questo era basato su una attrazione di Disneyland, aveva come attore principale un mattatore d’eccezione (Eddie Murphy in quel caso) e degli effetti speciali grandiosi, ma per il resto era la solita storia di un papà che lavora troppo e deve trovare il tempo per stare con la famiglia. Con tutto il rispetto, in che modo ‘sta roba dovrebbe servire a catturare l’atmosfera di una casa stregata? E infatti il film non ebbe successo.

Molte persone credono che il fatto che un film sia stato scritto prestando attenzione a quisquilie quali la psicologia dei personaggi lo renda noioso. “La maledizione della prima luna” dimostra che non è così, e i suoi seguiti che semmai è vero il contrario.

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