La straordinaria impresa di Tolomeo Galeno (e del suo eccellente marchingegno Schiaparello) – pt1

Oggi è un gran giorno per l’astronomia. A breve, infatti, la sonda ExoMars sgancerà su Marte il lander Schiaparelli. Stando alle notizie ufficiali, il lander in questione prende il nome dall’astronomo Giovanni Schiaparelli. Queste notizie, però, sono false! Grazie alle mie abilità di hacker, infatti, sono riuscito a scoprire qualcosa che ha dell’incredibile.

Pare che un tizio che lavora all’ESA, per la precisione il responsabile dell’Ufficio Scelta di Nomi Fichi per Sonde, Missioni e Quant’altro (USNFSMQ), abbia cominciato la sua carriera accademica come studente di Lettere, salvo passare ad altro dopo aver saputo da un suo conoscente che così facendo non avrebbe trovato lavoro. Da studente di Lettere, preparando un esame di archivistica, il nostro uomo si era imbattuto in un manoscritto del 1648 (il fatto che l’arrivo del lander sia previsto per le 16:48 non c’entra assolutamente niente con questa storia) e da lì ha preso ispirazione per il nome “Schiaparelli”.

Ebbene, intrufolandomi di nascosto nella biblioteca dell’università dove il responsabile dell’USNFSMQ ha studiato in gioventù, sono riuscito a mettere le mani sul manoscritto in questione e lo sto digitalizzando per voi! Ecco quanto ho trascritto sino ad ora.

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La straordinaria impresa di Tolomeo Galeno (e del suo eccellente marchingegno Schiaparello) – pt1

A MONNA JULIANA D’ARAGONA, FRANCISCO BEREGARIO CONTE DI ROSSIGLIONE ET DE LE TERRE AD ESSO CONFINANTI

Poco più in là che Provenza, in terra detta di Baschi, vivea un signore d’alto lignaggio, nomato Tolomeo Galeno, lo quale, rimasto presto vedovo et senza eredi, s’era messo in capo di dedicare la propria vita allo studio delle scienze naturali.
Raggiunta l’età di sessantacinque anni, dopo aver condotto una vita laboriosa e morigerata, potea dirsi al pari dei più eminenti medici, astronomi et astrologi del nostro tempo. Tale era la sua fama che più e più volte i più eminenti sovrani d’Europa l’avean reclamato alla loro corte, offrendogli ogni sorta di onori e ricchezze in cambio dei suoi servigi, la qual cosa egli avea sempre rifiutata preferendole la solitudine e lo studio all’interno del picciolo observatorio che s’era fatto costruire su un picco delle sue Alpi.
Fino a che un giorno al re di Spagna giunse un’ambasciata di Tolomeo, colla quale egli si dicea disposto ad accettare il posto di medico di corte tante volte offertogli. Quale fu, vi domanderete, la cagione di tale mutamento d’animo da parte dell’astronomo? Vi sarà subito chiaro appena vi avrò detto che all’epoca il re di Spagna e il vicino re di Francia avean da poco stipulato un trattato di pace perpetua, e saputo ciò Tolomeo avea intravista la possibilità di portare a termine un suo antico disegno. Tale disegno – per incredibile che possa sembrare – consisteva nel lanciare un razzo in direzione di Marte. Operazione, questa, che richiedeva secondo i calcoli di Tolomeo un’enorme quantità di polvere pirica, quanta un uomo del suo rango mai avrebbe potuto procurarsi nell’arco di una vita. Quale utilizzo migliore di quella polvere che giaceva ora inutilizzata nei magazzini del regno? Quella chiese al re il nostro cerusico quale compenso per i propri servigi.
Il re di Spagna, dal canto suo, non fu per nulla dispiaciuto di liberarsi di quella polvere nera prima che essa corresse il rischio di guastarsi e mandò quindi a riferire a Tolomeo quanto segue: “Messer Galeno, io so bene che li homini del vostro mestiere sono bizzarri alquanto, però non domando spiegazioni circa la questione dell’onorario. So che farete bene quanto vi verrà richiesto e tanto mi basta.”.

I miei lettori non avrian certo creduto che Tolomeo stesse pazzamente progettando di spedire sé stesso su Marte. Tale incombenza l’avrebbe lasciata a un automa costruito per l’occasione, da lui battezzato Schiaparello in onore di un personaggio veduto in una commedia a teatro.
Schiaparello era un pupazzo dalle fattezze di un uomo non troppo alto, poiché secondo i calcoli di Tolomeo la ridotta gravità di Marte avrebbe reso instabile l’andatura di un uomo di statura eccessiva. L’abbigliamento era quello di un gentiluomo spagnolo, ché altri più difficilmente avrebbero nascosto altrettanto bene il complesso intrigo di valvole e rotelle meccaniche che Schiaparello conteneva. Allo scopo di far contento il re, egli era stato infine dotato di un paio di baffi a manubrio del tutto identici a quelli del sovrano.
Il giorno dell’esperimento non mancarono i commenti della gente rozza che poco credeva alla buona fede di Tolomeo. “Per me è un’arma che intende lanciare contro i nostri vicini franchi” diceva uno “No, vuole lanciarla contro il palazzo regale per così distruggerlo et impadronirsi lui stesso del regno” rispondeva un altro. Commenti di tale tenore, purtroppo, si udivano presso i nobili cortigiani, tra i quali è tristemente noto ai nostri giorni come sia diffuso il vizio del mal parlare d’altrui, tanto che si poteva sentirli dire frasi come: “Ahinoi! Che tempi folli! Dar tanto credito alle manie di un pazzo mentre i palazzi della corte cadono in ruina!”.
Il pazzo – cioè Tolomeo – dal canto suo non avrebbe avuto tempo di rispondere a tali illazioni neanche se lo avesse voluto, tante erano le energie che il suo esperimento gli portava via.
Questo si tenne in un piano poco distante da Segovia, necessitando di uno spazio alquanto vasto. Lo stesso astronomo fu prodigo di raccomandazioni, acciocché quelli che aveano voluto essere presenti si tenessero alla giusta distanza al momento dell’esplosione. Il rischio, avea spiegato, non era tanto quello di saltare per aria (ché non li credeva tanto stupidi da gettarsi con noncuranza nell’inferno che si sarebbe generato) quanto quello di perdere l’udito.
Ed ebbe ragione di temerlo perché lo scoppio fu quale non era mai stato udito prima di allora, e sollevò un polverone il quale si depositò al suolo solo dopo parecchi minuti, nel corso dei quali villani e gentiluomini dovettero starsene con gli occhi chiusi. Al diradarsi del polverone Tolomeo puntò lo sguardo verso l’alto… la sua gioia quando vide che il suo razzo non era esploso ma appariva ormai come un puntino lontano tra le nuvole! Salutò i presenti, molti ansiosi di congratularsi con lui, in fretta e furia e corse al nuovo osservatorio che s’era fatto costruire sui Pirenei. Quando vi giunse, una settimana più tardi, constatò che il proprio razzo si trovava già dalle parti della Luna ed emise un sospiro di sollievo. Non restava dunque che attendere il ritorno di Schiaparello, il quale sarebbe avvenuto secondo i suoi calcoli a un anno esatto da quel giorno.

Ho ragione di supporre che i miei lettori si stanno ponendo svariate domande circa il funzionamento dello strabiliante automa progettato e spedito in orbita da messer Galeno. Come poteva la carica impartitagli dal suo creatore non esaurirsi nel tempo di un anno (poiché come sappiamo è in tal guisa che funzionano gli automi)? Come potea Tolomeo sperare novelle circa quel mondo davvero nuovo che esso si accingeva ad esplorare da un essere non dotato di parola? Come avrebbe potuto Schiaparello organizzare il proprio ritorno? Abbiate qualche istante di pazienza e tutti i vostri dubbi troveranno risposta.
In primo luogo la soluzione studiata da Tolomeo per far sì che Schiaparello si movesse per un anno intero fu la più semplice e la più geniale: egli semplicemente impose all’automa di darsi la carica da solo una volta al giorno, ordine impartito tramite un meccanismo a tempo alimentato dalla carica stessa.
Secondariamente, per far sì che potesse rappresentare al meglio luoghi e fatti di cui sarebbe stato testimone, l’astronomo dotò Schiaparello di un’enorme quantità di fogli di pergamena, nonché di un carniere in cui conservarli quando avesse finito di usarli, su cui avrebbe potuto riprodurli. Poiché per ovvie ragioni era stato impossibile costruirgli degli occhi in grado di vedere, Schiaparello vedeva alla maniera dei ciechi, ovverosia muovendosi a tentoni per poi segnare sul foglio segni che Tolomeo – con la sua scienza – avrebbe ricostruito come rappresentativi delle distanze da lui percepite.
Quanto poi a progettare ed organizzare il proprio ritorno, ricorderete il meccanismo a tempo che ricordava a Schiaparello, proprio come i nostri orologi che ci ricordano quando viene ora di desinare, il momento di darsi la carica. Ebbene, ogni tal volta che tale meccanismo scattava, esso faceva girare una piccola ruota meccanica che avea né più né meno che trecentosessantasei denti. Al momento dell’ultimo scatto, sarebbe stata avviata una sequenza di movimenti corrispondenti esattamente a quelli necessari per trasportare dall’interno all’esterno del razzo una serie di barili di polvere pirica portati appositamente dalla Terra (e ricoperti con del materiale ignifugo perché non vi fossero problemi durante la partenza), spargerli ai piedi dello stesso e nella sostanza ripetere quello che era stato l’esperimento di messer Galeno un anno esatto prima.

Fu grande il dispiacere della corte – epperò mischiato di certo al piacere nascosto di qualche inimico di Tolomeo – nel constatare che, ritornando sulla Terra, Schiaparello era morto. Giaceva infatti in pezzi tra le macerie del razzo, cui la gravità terrestre, nell’atterraggio, era stata fatale. Il suo padre astronomo messer Galeno, tuttavia, li rassicurò, dicendo che oramai il buon pupazzo avea assolta la sua funzione e ben più importanti erano i disegni di cui era stato artefice, i quali erano stati ritrovati, secondo quanto preordinato dall’astronomo, in una cassa di piombo rinforzato sicché potesse sopravvivere all’impatto.
Schiaparello venne ugualmente ricostruito dai più abili artigiani del regno ed ebbe un posto d’onore in una sala del palazzo di Madrid. La corte spagnola, difatti, si era col tempo assai infervorata di queste faccende di viaggi stellari e il sovrano stesso andava assai fiero che sotto il suo regno si fosse compiuta una sì leggiadra impresa, tanto da reclamare presso i suoi ospiti il soprannome di “Re Pianeta”. Potete anche immaginare quanto fosse cresciuta la fama di Tolomeo dopo una simile impresa! Godeva ormai di tanta e tale fama che i suoi inimici erano ormai fiaccati nell’entusiasmo che più non tentavano di opporglisi, e se lo facevano era con scarsissima convinzione. Vi era stata ad esempio una canuta cortigiana, il cui fascino era ormai così sfiorito che l’unico modo rimastole per soddisfare i suoi ammiratori era contar frottole di ogni sorta, che avea schernito Tolomeo parlando di certi fregi sulla sua cintura che raffiguravano delle floride ninfette; all’epoca, però, le genti eran già così evolute da non dar retta a simili corbellerie.
Tra i rottami del razzo, ritornando all’esito dell’esperimento, vennero anche rinvenute delle attrezzature che l’automa si era probabilmente costruite per rendere più confortevole il suo soggiorno su Marte et più agevole il suo compito. Ci si interrogò circa il loro funzionamento ma non a lungo, poiché il sovrano premette per sapere quali novelle del suo viaggio avesse riportato Schiaparello. Tolomeo smorzò il suo entusiasmo dicendo di doversi ritirare nel suo studio per studiarne i disegni prima di poter narrare qualcosa di certo. Quando li decifrò, vi lesse cose che lo lasciarono a bocca aperta.

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