Le fiabe non devono essere educative

Qualche giorno fa mi è capitata sotto gli occhi la notizia di due genitori di Massa-Carrara che hanno deciso di togliere la propria figlioletta dalla scuola da lei frequenta per evitare che partecipasse a un progetto dal titolo “Liber* Tutt*” che riguarda le differenze di genere.

La decisione è stata presa dopo aver scoperto che il progetto prevedeva la lettura di una fiaba intitolata “La principessa e il drago” che racconta la storia di una principessa che salva un principe da un drago.

Non è la prima volta che iniziative del genere fanno discutere e io stesso mi sono già occupato della cosa su questo blog.

Premetto che

  1. per rispondere alla domanda che state per farmi, sì, ho letto la fiaba in questione (e l’ho trovata bruttina)
  2. io un’iniziativa che si chiama “Liber* Tutt*” la vieterei a prescindere: un progetto con un titolo sgrammaticato poco si addice all’ambiente scolastico (dovete infatti sapere che il neutro nella nostra lingua NON si rende con un impronunciabile asterisco)
  3. le iniziative sugli “stereotipi di genere” le considero uno spreco di tempo e denaro. Le risorse impiegate per parlare di principesse che lottano contro i draghi potrebbero essere usate per far entrare i bambini in contatto con cose da cui altrimenti non verrebbero mai sfiorati, come il teatro, gli scacchi, la botanica o la mitologia. Altro che ‘sti cacchio di “stereotipi di genere” che ormai ce li ritroviamo pure nelle pubblicità su YouTube.
Fiabe educative
Due dei libri incriminati. Quello in cui la principessa salva il principe è quello a sinistra, ovviamente.

Al di là di queste premesse credo che, nella foga di partecipare a questo enorme dibattito, di schierarci da una parte o dall’altra e di indignarci per questo o quell’altro motivo tutti noi ci stiamo dimenticando una cosa molto importante:

le fiabe non devono essere educative.

Quello che personalmente non mi piace di queste fiabe è che puzzano di artificiale lontano un chilometro. Vengono scritte con lo scopo di insegnare ai bambini determinati valori e spingerli ad amare determinati atteggiamenti ma le fiabe classiche, quelle che noi tutti amiamo e apprezziamo, non sono nate così.

La fiaba è una forma di psicoterapia ante-litteram, come qualsiasi racconto che si sviluppi per tradizione orale, del resto. Il che significa che la creazione del racconto non avviene grazie all’intervento di un singolo narratore ma di un intero auditorio. Ogni ascoltatore contribuisce in qualche misura allo sviluppo degli eventi, mostrandosi particolarmente interessato ad alcuni passaggi (che per questo motivo verranno accentuati quando il narratore racconterà di nuovo la storia) e indifferente durante altri (che di conseguenza verranno in seguito eliminati). L’autore non è altro che – per dirla con Beppe Grillo – un megafono, un individuo che conosce le tecniche di narrazione e diviene strumento di una narrazione collettiva. È per questo motivo che a ogni epoca e a ogni cultura corrisponde una diversa versione di “Cappuccetto Rosso”, de “La bella addormentata” o di “Biancaneve”. È per questo che quando leggiamo le fiabe scopriamo con grande meraviglia di essere di fronte a una storia che ci tocca molto da vicino, quasi che a scriverla sia stato un essere soprannaturale capace di leggerci nella mente.

Sono i bambini, e non i genitori, che scrivono le fiabe che vengono usate per farli dormire. Le scrivono prendendo spunto dalle proprie paure, dalle proprie pulsioni, dalle proprie curiosità. Per esempio c’è chi afferma che le scene ricorrenti in cui un personaggio viene mangiato da un altro e il primo viene salvato tagliando la pancia al secondo (“Cappuccetto Rosso”, “Pierino e il lupo”, “Il lupo e i sette capretti”…) nascano nel momento in cui un bambino prova a dare un senso a quello che gli hanno raccontato sul parto.

Non puoi progettare le fiabe a tavolino per instillare nei bambini i tuoi valori preferiti, quali essi siano. Semplicemente le fiabe non hanno quello scopo.
È vero che l’arte a modo suo può essere educativa ma non nel senso che insegna alle bambine a salvare i principi (sic!) bensì perché insegna all’essere umano a riflettere su sé stesso, a scoprire qualcosa di sé (le proprie paure, i propri desideri e le proprie curiosità, per l’appunto). Di fronte a un’opera d’arte il fruitore può dire a sé stesso “Io sono anche questo: travolgenti passioni, desideri iconfessabili, taboo antichi quanto il mondo.”.

Grazie all’arte si può insegnare ai bambini a riflettere prima di decidere qualcosa.

Se invece il vostro scopo è insegnargli cosa decidere vi consiglio di provare con la pubblicità.

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Le fiabe non devono essere educative

2 pensieri su “Le fiabe non devono essere educative

  1. Le fiabe no, ma le favole sì…
    Comunque sul tema fiabe io più che riagganciarmi a ciò che erano in origine, ovvero, come dici tu, una specie di psicoterapia ante litteram, guarderei a cosa sono oggi.
    Il filtro attraverso cui le fiabe di una volta rrivano oggi ai bambini è quello disneyano. E’ il filtro disneyano è esattamente questo: una fabbrica di stereotipi, fra cui anche stereotipi di genere. Biancaneve così com’è ritratta nel film Disney era la perfetta casalinga, ciò che ci si aspettava fossero le donne negli anni 50. Oggi Elsa e Anna sono ciò che ci si aspetta siano le donne negli anni 2010. Vero, le fiabe originarie non erano questo, e come potevano esserlo? Ma ne “La Sirenetta”, la fiaba, lei moriva; nel film lei alla fine non muore: si sposa e vivono felici e contenti. Perché è quello che devono aspettarsi dalla vita le bambine…
    Stereotipi. Gli stereotipi sono sempre dannosi (il principe azzurro è una piaga purulenta nella vita sentimentale elle donne di oggi). Oltre a ciò, quelli tradizionali sono pure anacronistici.

    Oltre a questo, in generale bisogna che gli eterosessuali imparino a fare una cosa che in quanto eterosessuali generalmente non fanno, e cioè fare caso al contesto in cui sono calati. Tu dici che le fiabe non devono essere educative, ma i bambini crescono a pane e disney e questo (de)forma la loro visione del mondo, la loro concezione delle relazioni etc.
    Un bambino gay non vede intorno a sé nessun modello di questo genere. Da un lato ciò è positivo, magari non crederà al principe azzurro e questo è tutto di guadagnato. Ma resta anche senza punti di riferimento, si sentirà sbagliato, alieno e fuori dal mondo. Dunque se io scrivo una fiaba gay non sto “instillando” proprio niente; sto semplicemente offrendogli un punto di riferimento alternativo fra una marea di punti di riferimento omologati.
    Il problema è proprio questo: che se viene fatta leggere una fiaba, e dico UNA in tutta la storia dell’uomo, in cui la principessa salva il principe, la gente la vede come un tentativo di “istillare” qualche specifica idea. Ma se tutte le altre fiabe, e dico tutte, mostrano un principe che salva una principessa, a nessuno viene in mente che esse stiano veicolando effettivamente dei messaggi.
    Basta riflettere pochi secondi sulla questioen per rendersi conto del doppio standard che sta venendo applicato.

    1. Buondì e complimenti per il tuo blog.

      Per quanto riguarda il ruolo della Disney nel plagiare i pargoli rimando a questo mio precedente articolo.

      https://ilvignettaio.wordpress.com/2015/05/16/cronistoria-del-trash-romanticogenerazionale-degli-ultimi-anni-i-luoghi-comuni-sulla-disney/

      Detto questo io non contesto queste storie per il messaggio che mandano ma per il fatto che sono palesemente pianificate a tavolino. Il fatto che non esistano storie che propongono modelli femminili battaglieri (cosa sulla quale non concordo affatto – anzi, se oggi esiste un cliché è proprio quello della ragazza che “non deve essere salvata”) non significa che si debba crearne apposta per poi dire – dopo averle cresciute a pane e “Xena” – che le ragazze disprezzano il ruolo di angelo del focolare perché la loro vera natura si ribella a un’imposizione del patriarcato.

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