Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti

Dopo tante critiche acide e livorose ai più svariati prodotti generazionali qualcuno potrebbe farsi la domanda: “Ma le robe che parlano di adolescenti e/o sono state scritte per gli adolescenti devono fare schifo per forza?”. La riposta è “no”. Ce ne sono anche alcune che non sono niente male, e oggi voglio presentarvene un paio.

Ma prima occorre porsi una domanda: “cosa rende valide le robe adolescenziali che seguono?”. Secondo me la risposta si articola in tre punti: Queste opere…

  1. Non hanno mai come protagonista Il Giovane d’Oggi™, il personaggio che rappresenta tutti i giovani del mondo e che non ha altri tratti caratteristici oltre al fatto di essere giovane. I protagonisti sono personaggi già validi di loro che in più sono giovani.
  2. Riescono a rappresentare i giovani, magari anche i giovani di una generazione in particolare ma quasi mai per dire che sono giovani gli fanno fare qualcosa di tipicamente giovane, tipo scrivere sui muri o andare in giro in motorino (non più del normale, quantomeno).
  3. Non hanno personaggi sono tutti uguali. Non è che siccome stiamo facendo un film sui tossici allora tutti i personaggi devono essere tossici, o magari siccome stiamo facendo un film su un’aristocratica che si innamora di un bullo allora tutti i personaggi sono o bulli o aristocratici.

Ecco alcuni esempi di robe adolescenziali che mi sento di consigliare a tutti:

“It” di Stephen King (1986)

It

“It” – probabilmente il capolavoro del re del brivido Stephen King – racconta la storia di un gruppo di ragazzini che sconfigge una malvagia entità. Quando, anni dopo, la creatura torna a spargere morte e terrore i ragazzini, ormai adulti, devono tornare nello sperduto paesino del Maine dove sono cresciuti per affrontarla di nuovo.

Oltre ad essere uno dei pochi libri che mi ha fatto cagar sotto dalla paura, “It” è un romanzo che affronta bene il tema della crescita dei suoi protagonisti, parlando delle loro paure e delle loro incertezze senza mai essere retorico. Ed è anche interessante come non parli tanto delle difficoltà che deve affrontare un ragazzino quanto delle difficoltà che deve affrontare un adulto che si trova a dover fare i conti con l’epoca in cui era un ragazzino. Una descrizione dell’adolescenza per niente banale.

“Il giocattolo dei bambini” / “Rossana” di Miho Obana (1995, 1996)

Kodomo no Omocha

Come recita un antico proverbio che ho appena inventato, non è possibile citare un manga o un anime senza citarne contemporaneamente altri dieci. In effetti ci sono molti shōjo manga ben scritti che raccontano storie di adolescenti, liceali e compagnia cantante. Ho scelto questo perché… beh, perché non sono un grande esperto di roba giapponese, quindi conosco questo e pochi altri.

In ogni caso, “Il giocattolo dei bambini”, da cui è stata tratta una serie TV edita in Italia col titolo “Rossana”, racconta la storia di un bullo che si innamora di una ragazza di buona famiglia.
È una storia che avete già sentito, vero? Solo che qui i personaggi non sono dei cretini, anzi, sono caratterizzati molto bene.
Quello che lascia piacevolmente sorpresi è che nonostante nella storia siano presenti personaggi non comuni (gente del mondo dello spettacolo) non si ha l’impressione di star guardando una soap opera in cui tutti sono belli, tutti sono simpatici, tutti hanno successo e il problema più grande che è possibile avere è aver litigato col fidanzatino. Sono personaggi umani che hanno dei problemi seri, anche legati al lavoro che fanno (per esempio in alcune puntate la protagonista viene chiamata per fare un film che potrebbe rappresentare la sua consacrazione come attrice cinematografica – tappa obbligata nella carriera di qualsiasi interprete).
In più, oltre alle stelle del piccolo e grande schermo, ci sono anche le persone comuni, e questo permette di osservare la vicenda da diversi punti di vista.

Consiglio sia il manga che l’anime. Sono entrambi molto divertenti.

“Roswell” di Jason Katims (1999)

Roswell

“Roswell” è una serie TV andata in onda prima del boom del teen drama degli anni 2000, quando “O.C.”, “Smalville”, “Una mamma per amica” e altre puttanate hanno trasformato questo genere in una roba puramente commerciale.
Qualcuno dice che questa tendenza sia nata con “Dawson’s Creek” (1998) e questo in parte può essere vero. Ma la differenza sostanziale per me sta nel ruolo degli autori. Se in “Dawson’s Creek” si frignava come se non ci fosse un domani questo dipendeva probabilmente dal fatto che gli autori erano dei piagnoni, o credevano che il pubblico da loro volesse quello. Per questo davano più spazio alle pippe dei personaggi che a una trama vera e propria. Con “O.C.” e altre serie degli anni 2000 l’autore letteralmente scompare. Non potrebbe inserire una trama neanche volendo, perché quello che vuole il pubblico è vedere personaggi fighi che fanno cose fighe e, soprattutto, gggiovani.

“Roswell”, invece, ha una bella trama. La storia, infatti, si apre con una ragazza che scopre che un suo compagno di classe è uno degli alieni che secondo alcuni sarebbero atterrati nel New Mexico nel 1947, e se ne innamora.
Ok, anche questa storia vi sembra di averla già sentita, vero? Qui però è diverso! La trama non è solo “Lei ama lui, lui ama lei, lui è un vampiro/alieno/cyborg/geometra” ma si sviluppa affrontando anche altri argomenti oltre alla cottarella adolescienziale. La componente fantascientifica è importante quanto quella teen-romance e forse di più.
In più i personaggi sono migliori. Certo, il protagonista è un po’ un “Tom Cruise dei poveri”, come viene definito in un episodio, e in effetti non è molto più interessante di Edward Cullen. La storia però non si concentra solo su di lui ma anche sugli altri alieni e i loro amici terrestri.

In effetti la trama era così complessa che dopo le prime due stagioni la rete che trasmetteva il telefilm decise di cancellarlo. I fan, però, decisero di mobilitarsi chiedendo a gran voce che venisse prodotta quantomeno una stagione conclusiva, giusto per non lasciare la storia a metà.
Non l’avessero mai fatto: la terza stagione fu una cagata pazzesca. “’Dawson’s Creek’ con gli alieni” la definirono, ed era una definizione azzeccata. Si cercò di concludere tutte le trame lasciate aperte in meno di venti puntate e il risultato fu una roba indegna con poca fantascienza e molto romance.

“Rodelinda” di Georg Friedrich Händel (1725) e il barocco in generale

Handel

“Che cazzo ti sei fumato?” chiederanno alcuni dei miei lettori a questo punto “Che c’entra mò la Lirica? Ti senti tanto fico a infilarla a forza in discorsi con cui non c’entra un cazzo? Eh?”.

È vero, il filone adolescenziale qui c’entra poco, ma quello romantico c’entra già di più.

Io credo che il barocco abbia molto da offrire al pubblico di oggi, e particolarmente al pubblico appassionato di storie romantiche, avventurose e – perché no? – leggere. Per spiegare che intendo citerò Pino Scotto, che sul trash romantico/generazionale si espresse come segue:

“Questi giocano si sentimenti dei ragazzini. Fanno i film che c’è lei che si vuole suicidare, quello che lo lascia, quello che non lo lascia… e fanno i film per giocare sui dolori dei ragazzini. Hai capito?”

(Pino Scotto)

Anche molte opere barocche parlano di “io ti lascio, tu mi lasci, io mi voglio suicidare”. Il pubblico dell’epoca adorava queste cose, adorava vedere i propri cantanti preferiti alle prese con intrighi sentimentali di ogni genere, scoprire chi avrebbe tradito chi o chi si sarebbe innamorato di chi. Solo che gli autori barocchi raccontano queste cose con stile. E con una musica che spacca.
Gli autori dell’epoca tendevano a riprendere i temi della poesia petrarchesca, pur cercando di renderli più digeribili, e allo stesso tempo lavorano con una precisione maniacale, quindi la materia non viene mai sciupata.

Fu “Rodelinda” l’opera che mi fece capire quanto mi piacesse il barocco.
La storia è semplice, quasi fiabesca. Non ci sono le grandi masse, i grandi cori ad appesantire il tutto come nell’opera ottocentesca ma i protagonisti sono quei tre o quattro pezzi grossi che lottano per il trono dei longobardi: un re scacciato, l’usurpatore del trono, una regina e un paio di personaggi di contorno.  
Credo che a farmi innamorare di “Rodelinda”, oltre alla potente semplicità della storia, sia stato il personaggio del cattivo il quale, contrariamente a quello che è lo stereotipo dell’opera settecentesca, non è affatto un personaggio monodimensionale ma è anzi ambiguo e tormentato.
Sono rimasto colpito fin da subito.

“Harry Potter” fino al quarto libro (si potrebbe dire anche “fino al quinto” ma meglio andare sul sicuro)

HP4

Quella di Harry Potter è una saga che merita di entrare sia nel novero del trash generazionale degli ultimi anni sia tra i consigli per coloro che cercano di qualcosa di adolescenziale ma fico.
Se dopo l’uscita di “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” (che coincide all’incirca con l’uscita del quinto libro) si è trasformata in una roba per dementi che vanno in giro a dire “CRUCIO BABBANO!!!!! XD”, prima di tutto questo era una saga molto bella.

Ok, il protagonista è un cretino. Lo so io, lo sapete voi. È forse il più grande Gary Stu della storia della letteratura e anche i suoi amici non sono un granché: il simpatico maldestro e la versione softcore della studentessa modello che sotto sotto è una gran porca, più qualche altro ingenuotto con un umorismo livello “Colorado”. Però ci sono molti personaggi secondari (e intendo molto secondari, tipo gente che compare per poche pagine) interessanti.

Ma è soprattutto la bella atmosfera in cui si svolge il romanzo che lo rende piacevole. Il mondo dorato di Hogwarts (che scompare nell’ultimo romanzo, ma non è solo questo a renderlo un romanzo orribile), l’aura british che circonda il tutto, la delicatezza della terza persona limitata che regala alle vicende più tragiche, osservate da lontano, un senso di pacatezza… In effetti “Harry Potter” ha cominciato a diventare pessimo quando ha voluto acquistare uno status da robaseria™, sprezzando il precedente status di robaperbambini™. Io non trovo che sia un libro adatto solo ai bambini ma cercare di renderlo a tutti i costi più cupo l’ha sciupato.

Come per il barocco, tutto dipende da come sai gestire il materiale che hai in mano. Quelli che hanno diretto e interpretato i film decisamente non l’hanno saputo gestire.

Due parole su “Ecce bombo” (1978) e “Trainspotting” (1996)

Ecce Bombo

Spendo solo due parole su questi due film (parlo del film perché il libro da cui è tratto “Trainspotting” non l’ho letto) per il semplice fatto che non ho niente di particolarmente interessante da dire a riguardo ma credo che questi film non possano mancare in un elenco come questo. “Ecce bombo” è riuscito a scuotere un’intera generazione con sole quattro parole (“faccio cose, vedo gente”) e “Trainspotting” è un film che parla di droga senza essere né scandalistico né avere intenti educativi. Consiglio la visione di entrambe le pellicole.

Trainspotting

Quello che accomuna questi due film è il fatto che entrambi raccontano i giovani e il degrado ma non si tratta mai di una generica gioventù o di un generico degrado. Si tratta del racconto della generazione degli ex-sessantottini durante gli anni ’80, del racconto del degrado durante il boom dell’eroina (sempre durante gli anni ’80). Sono film che fanno discorsi precisi e circostanziati, ed è per questo che sono adatti per qualsiasi epoca, mentre tra quarant’anni i fan dei film di Harry Potter li guarderanno come una roba nostalgica che farà loro tenerezza per quanto col senno di poi appare ridicola. Un po’ come oggi i Power Rangers.

883 (da non confondersi con Max Pezzali solista)

883Chiaramente gli 883 sono da prendere per quello che sono. Non sarebbe onesto da parte mia cercare di venderveli come dei cantanti impegnati o come dei musicisti sperimentali. Pur essendo roba da Festivalbar, tuttavia, devo dire che non erano per niente male. Anzi, è stato probabilmente il fatto di  non sentirsi in dovere di assolvere chissà quale impegno che ha permesso loro di scrivere canzoni abbastanza originali come “Nord sud ovest est”, “La rana e lo scorpione” o “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”. In più trovo che abbiano saputo interpretare bene il loro tempo e il loro ambiente: l’amicizia, la leggerezza, la spensieratezza unita però alla consapevolezza che la vita non è tutta rosa e fiori…
Ovviamente neanche la carriera degli 883 fu tutta rosa e fiori: molte delle loro canzoni altro non erano che dei filler banalotti scritti in mezza giornata per raggiungere il minutaggio necessario a far uscire un disco, come “Ti sento vivere”. Se paragoniamo la loro discografia a quella – che so? – di Emma Marrone, tuttavia, ci rendiamo conto di trovarci decisamente su un altro pianeta.

Purtroppo nel 2002 Max Pezzali decise di lasciare gli 883, intraprese una carriera di solista e divenne… beh… questo.

Una musica può non fare

“Lupo Alberto” di Silver

Lupo Alberto

Quello che rende “Lupo Alberto” una striscia degna di essere ricordata in questo articolo è il fatto che quando pensi a Lupo Alberto la prima cosa che ti viene in mente non sono i giovani, e men che mai gli adolescenti (il lupo protagonista è piuttosto un giovane adulto che non vuole mettere la testa a posto), tuttavia il tema della giovinezza viene affrontato molto bene da Silver.
Lupo Alberto rappresenta quei giovani figli del ’68 che sentono ancora nell’aria i cambiamenti di quegli anni ma che più che ribelli sono fondamentalmente pigri, e quindi comici. Non a caso la sua nemesi è il cane che fa la guardia alla fattoria dove abita la gallina con cui è fidanzato, un bestione burbero e scorbutico, con un profondo senso del dovere. Una delicata metafora, un bel mix tra due ambientazioni (la fattoria e la provincia degli esseri umani).

Col tempo Lupo Alberto è diventato protagonista non solo di gag a fumetti ma anche di un corposo merchandising e di una rivista a lui dedicata. Con l’allargarsi del pubblico purtroppo è venuta meno l’ironia surreale che era il punto di forza della striscia, che oggi fa abbastanza schifo.
Credo che siano responsabili di questo calo di qualità anche il fatto che Silver negli anni si è occupato sempre meno in prima persona del suo personaggio, delegando la stesura delle tavole ad altre persone, e l’allontanarsi dell’influenza di Bonvi (maestro di Silver), evidentissima in alcune delle prime strisce.

Dalla striscia è stata tratta anche una serie animata niente male (soprattutto doppiata molto bene).

“La febbre del sabato sera” di John Badham (1977)

La febbre del sabato sera

Ci ho messo un po’ a capire quanto fosse bello questo film, perché fa parte di un filone che sinceramente non mi entusiasma, di cui fanno parte film come “Fame”, “Flashdance” e “Dirty Dancing”. In più viene spesso associato a “Grease”, perché in entrambi c’era Travolta e in entrambi i film la musica ha un ruolo molto importante (uno è un musical, l’altro ha una colonna sonora epica), tutte ragioni per cui Mediaset ha programmato spesso i due film uno di seguito all’altro.
Quello che si dice “confondere la cioccolata con la merda”. “La febbre del sabato sera” non è solo balletti e giovani che inseguono i loro sogni, è un capolavoro! Dipinge bene il disagio di una classe sociale, di questi giovani semiproletari divisi tra una vita senza prospettive e lo scintillante mondo della discoteca che li fa sentire realizzati (“A me l’hanno detto solo due volte che sono bravo.” dice il protagonista in una scena “Una volta il padrone [il proprietario del negozio di ferramenta in cui lavora] ed una volta al concorso di ballo.”).
Quando si assiste alle gesta dei guerrieri della notte da operetta dei film trash generazionali spesso ci si chiede se dietro quell’inverosimile rompiculo che tutti gli uomini invidiano e tutte le ragazzine idolatrano ci sia anche un essere umano reale, con delle fragilità e dei pensieri propri. Credo che “La febbre del sabato sera” risponda egregiamente a questa domanda.

Valentina F. ci riprovaPene recensore 5

Orbene, questa era l’appendice della Cronistoria del trash romantico/generazionale degliultimi anni. Una rubrica probabilmente inutile, ma mi sono divertito a scriverla. Se (come probabilmente accadrà) dovesse uscire un’altra boiata da inserire in questa rubrica sarà mia premura aggiornarla. Un saluto!

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