Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti

Dopo tante critiche acide e livorose ai più svariati prodotti generazionali qualcuno potrebbe farsi la domanda: “Ma le robe che parlano di adolescenti e/o sono state scritte per gli adolescenti devono fare schifo per forza?”. La riposta è “no”. Ce ne sono anche alcune che non sono niente male, e oggi voglio presentarvene un paio. Continua a leggere “Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti”

Cronistoria del trash romantico/generazionale – appendice: consigli per gli acquisti

“FIFA” apre alle nazionali femminili: la reazione del pubblico

Tanto tuonò che piovve. Sembra che dopo averlo annunciato per non so quanti anni di fila i dirigenti della EA Games abbiano deciso di inserire nel nuovo FIFA le nazionali di calcio femminile.
È interessante notare come diverse testate giornalistiche hanno accolto la notizia. Riporto di seguito alcuni commenti.

“Sdoganate per sempre. E sarà la volta buona che anche in Italia il calcio femminile conquisti spazio e considerazione e tifosi. Ma sì partiamo dalla fiction, partiamo dalla fine, anche se nel nostro Paese le donne che giocano a pallone da un bel po’ sono realtà e non finzione.”

(Corriere dello Sport)

“È un passo decisivo per l’identificazione, oltre che per lo scardinamento del pregiudizio.”

(Metro)

“Una bella risposta dall’universo del gaming alle infelici uscite recenti di alcuni rappresentati nostrani del mondo del pallone [in riferimento a una dichiarazione del presidente della LND Belloli].”

“Rappresenta un significativo primo passo nella giusta direzione, finalizzato non solo a garantire la presenza delle quote rosa nella serie di EA Sports, ma anche ad attirare verso la passione videoludica un numero sempre crescente di donne e ragazze.”

(Webnews)

“È la prima volta che il calcio femminile entra in un videogioco. Anche una svolta in attesa che arrivi quella del rispetto da parte dei vertici del calcio.”

(VanityFair)

“FIFA 16 si tinge (finalmente) di rosa.”

(International Business Times)

Non sono mancate le critiche. Diverse persone hanno commentato dicendo che FIFA ha milioni di difetti la cui risoluzione sarebbe molto più urgente rispetto all’introduzione delle nazionali femminili, mentre secondo altri commenti questa innovazione sarebbe uno specchietto per le allodole per nascondere il fatto che il titolo di punta della EA Games avrebbe ormai perso smalto da diversi anni.

Queste critiche sono state bocciate senza appello e bollate come sessismo becero. Su Multiplayer.it i detrattori del nuovo FIFA sono stati definiti “rozzi, infantili e maschilisti” mentre in un già citato articolo uscito su “Metro” Maurizio Baruffaldi afferma che il calcio femminile è bellobellobellobellobello, in quanto “Le caratteristiche femminili sono spudoratamente adatte al calcio. E i maschietti escono dal campo sconfitti in ogni caso.”.

Del resto negli ultimi anni è stato fatto un grosso sforzo per promuovere il calcio femminile. Si va dalla presenza sempre più massiccia di donne e ragazze negli spot televisivi dedicati al calcio (come quello della Coca Cola andato in onda durante l’ultima Coppa del Mondo, o la clip che apriva “Notti Mondiali” nel corso della stessa edizione del trofeo) fino al CT della Nazionale che si presenta a Sanremo con due maglie azzurre da regalare alle conduttrici “perché non bisogna dimenticare il calcio femminile, che è molto importante, e speriamo che in Italia prenda sempre più piede”, passando attraverso esperimenti sociali di dubbio gusto come quello realizzato dal programma “Fattore Umano”, in cui una calciatrice professionista sfidava un gruppo di ragazzini stracciandoli.

Stendiamo un pietoso velo sul fatto che il calcio femminile stia avendo successo grazie a campagne pubblicitarie e a opinionisti che accusano chiunque non lo ami di essere un retrogrado maschilista reazionario, cosa non molto diversa dal vincere un concorso corrompendo tutta la giuria per poi dire di aver vinto grazie alla propria bravura. Quello che mi stupisce in tutto questo è la presenza ricorrente di espressioni quali “la buona volta”, “passo decisivo”, “finalmente”, “una svolta”, “speriamo che prenda piede”, “la giusta direzione”… sembrerebbe che il successo del calcio femminile sia qualcosa di auspicabile per il bene per tutti noi.
“Il calcio femminile è molto importante!” esclama Antonio Conte a Sanremo. Domanda: ma importante per chi? Oggettivamente… cui prodest? Chi sente realmente un disperato bisogno di vedere diffuso il calcio femminile? Io no, sinceramente. Potranno sentirne il bisogno le ragazze che giocano a calcio o quelli che investono nel calcio femminile, ma non ha senso parlarne come di un “bisogno” di tutti noi.

A me questa roba sembra solo marketing. Ed è una delle caratteristiche principali del marketing quella di creare nelle persone bisogni che in realtà non hanno.
Parliamoci chiaro, quello che sta succedendo in questi anni con il calcio femminile è esattamente quello che è successo nel 1929 quando l’American Tobacco Company ampliò il proprio mercato lanciando l’immagine della donna fumatrice emancipata e indipendente. Né più né meno, con l’aggravante che questo sta succedendo oggi. Perché, voglio dire, posso capire che una persona che vive nei primi decenni del ‘900 si faccia infinocchiare da un mucchio di spacciatori di tabacco che le dicono che se comprerà la loro merce sarà più libera, ma da allora sono stati scritti libri su libri sul marketing e sulla propaganda, sono stati prodotti film e documentari, sono stati istituiti dei corsi universitari. Possibile che la gente sia ancora così gnucca da non capire quando le vengono fatti discorsi fintamente ideologici col solo scopo di venderle qualcosa? O addirittura da parlare di teoria del complotto – perché so che alcuni di voi ci stanno pensando – di fronte a un discorso come questo, nonostante la teoria della comunicazione sia un campo di studi universalmente riconosciuto?

Con questo non voglio dire che bisognerebbe vietare alle donne di giocare a calcio. Se qualche ragazza sentisse il bisogno insopprimibile di giocare a calcio o qualche novello Billy Elliot quello di fare danza classica, io non ho nulla in contrario. Però sarebbe giusto farlo, secondo me, nel modo più corretto possibile.

Cito, a questo proposito, l’articolo di una collega blogger che affronta il tema “donne e videogiochi” (si tratta di una videogiocatrice, quindi sa di cosa parla).

“Non sono una psicologa, ma per inserirsi in un gruppo già ben formato e coeso bisognerebbe farlo in punta di piedi. Inoltre a mio avviso, non bisogna pretendere rispetto, in quanto donna, se prima non lo si è guadagnato sul campo.”

Sono d’accordo. Così come se voglio entrare in casa di qualcuno non lo faccio sbattendo la porta, buttando le scarpe in un angolo e stravaccandomi sul divano, se da donna voglio giocare a calcio a fianco degli uomini non impongo la mia presenza con arroganza come se un posto nel panorama calcistico internazionale mi fosse dovuto, non li chiamo “maschietti”, non li sfido con l’intenzione di stracciarli e dare “un calcio al loro onore” (mi sto riferendo all’esperimento sociale di “Fattore Umano”), non li obbligo a volermi con loro pena il marchio di maschilisti retrogradi, e se voglio qualcosa lotto per conquistarmela, non pesto i piedi finché non me la danno per poi dire che me la sono guadagnata con le mie sole forze.
Aggiungerei, visto che si sta parlando di videogiochi e di “avvicinare alla passione videoludica un numero sempre crescente di donne e ragazze” (altra cosa che viene fatta passare come una necessità di tutti noi, ma al massimo è una necessità di quelli che producono e vendono i videogiochi), che non è molto carino fare tutto questo non appena l’attività in questione diventa una moda dopo aver accusato per anni quelli che la praticavano di essere dei nerd sfigati.

Credo di sapere di cosa parlo, dal momento che lavoro in ambiti prevalentamente femminili come la letteratura, il teatro, la musica o il teatro musicale.
In passato ho fatto parte di forum dedicati al mondo del Musical o della letteratura dove la maggior parte degli utenti erano donne, tanto che le admin si rivolgevano al forum dicendo “Ragazze, come va?” (per quelli che avessero studiato grammatica al CEPU insieme alla Boldrini, no, dire “Ragazzi, come va?” rivolgendosi a una platea di ragazze e ragazzi non è la stessa cosa), ho partecipato a concorsi di poesia le cui platee sembravano le sale d’attesa di un ginecologo, ho dovuto sforzare tantissimo la voce per cantare in cori polifonici in cui per ogni uomo c’erano dieci donne, ho diretto spettacoli con collaboratrici (assistenti ecc.) e orchestre completamente femminili, ho anche giocato a pallavolo per un breve periodo, e attualmente lavoro per un giornale la cui redazione in cui sono l’unico elemento di sesso maschile.
Mai una volta sono andato in giro a dire “Ehy, ragazzi! Guardate che io lavoro in un campo prettamente femminile! Che boss che sono! Sto dimostrando che anche gli uomini sanno cantare! Deal with it! E nonostante questo non ho perso la mia mascolinità!” (anzi, a questo proposito credo anche di aver dovuto rinunciare a parte della mia mascolinità per dedicarmi a certe cose). Un atteggiamento come quello avremmo potuto definirlo, in mancanza d’altro, “invidia della vagina”

Così come, se giocare a calcio o coi videogiochi non è di per sé invidia del pene, giocare a calcio o coi videogiochi e volere a tutti i costi farlo pesare al mondo intero è DECISAMENTE invidia del pene.

Invidia del pene

Bisogna distinguere la passione genuina per una cosa e l'(altrettanto genuina ma differente) ambizione a possedere qualcosa che è appannaggio dell’altro sesso.
Neanche io sono uno psicologo, quindi non posso parlare con chissà quale cognizione di causa. Però posso parlare della mia esperienza personale.

Credo che sia normale il desiderio di inserirsi in quello che potremmo definire “il mondo dell’altro sesso”. Io quando ero adolescente soffrivo di invidia della vagina: osservavo morbosamente cose come gli assorbenti, gli attrezzi per depilarsi o quelli per truccarsi, avevo un’idea mistica dei rituali per i quali erano pensati questi oggetti e qualche volta indossavo – o immaginavo di indossare – dei vestiti da donna. Credo anche di aver usato il burrocacao come un surrogato del rossetto. Dico tutte queste cose senza vergognarmene perché credo facciano parte dell’infanzia o della pubertà di molte persone.
E ovviamente – quasi me ne dimenticavo – mi incazzavo quando sentivo dire la frase “gli uomini non possono capire” rivolta a borse, scarpe, trucco, ciclo mestruale e altre cose del genere. Come si permettevano di dirmi che non potevo capire queste cose? O che non potevo capire qualcosa in generale? Mi consideravano forse un idiota?

In realtà ci ho messo diversi anni a capirlo ma evitare di immischiarsi nella cosiddetta “roba da donne”, da parte di un uomo, è un atto di cortesia. Perché ovviamente è assurdo pensare che un uomo non possa capire come ci si trucchi (o una donna il fuorigioco) quando il cervello umano è in grado di capire la teoria delle stringhe (e quando è alquanto probabile che diversi trucchi, robe per depilarsi e via discorrendo siano state inventate da degli uomini). Se da uomini ci tiriamo fuori dai giochi quando si parla di “cose da donne” lo facciamo per non essere invadenti, per il rispetto per ciò che quelle cose rappresentano (e anche perché – salvo alcune eccezioni – di quelle cose in genere ce ne frega poco, al di là di quello che rappresentano).
È una questione di delicatezza. E la delicatezza è una cosa di cui oggi ci si ricorda di rado, perché le innovazioni sensazionalistiche nei videogiochi fanno molto più rumore.

“FIFA” apre alle nazionali femminili: la reazione del pubblico