“La grande bellezza” VS “Il divo”

Sorrentino

A che scopo, vi chiederete, fare un paragone tra questi due film di Paolo Sorrentino? Dovete sapere che ieri è uscito il nuovo film del regista napoletano, “Youth”, e io da giorni mi sto chiedendo se con questa pellicola egli abbia intenzione di proseguire sulla strada incominciata con “Il divo” o su quella aperta con “La grande bellezza”. E me lo sto chiedendo perché trovo che “Il divo” sia un film spettacolare e “La grande bellezza”, checché se ne dica, una palla mostruosa.

Una piccola premessa per tutti i fan de “La grande bellezza”, si intende quelli che non hanno ancora abbandonato l’articolo dopo aver letto l’ultima frase: se avete intenzione di rispondere alle critiche che seguono con commenti del tipo “sei il classico italiano medio che non ha capito quanto è bello questo film, vatti a guardare Checco Zalone”, risparmiatevi la fatica. Non vi risponderò. Se state pensando cose del tipo “non si può dare un’interpretazione di questo film perché ogni interpretazione sarebbe riduttiva, film come questo non si spiegano, si vivono” o robaccia del genere, non siete migliori della tizia che prende a craniate gli acquedotti nel film che tanto avete amato. Se invece volete entrare nel merito delle mie affermazioni siete i benvenuti.

Sorrentino 1

Premessa per tutti gli altri: fareste meglio a vedere entrambi i film prima di leggere questo articolo, non solo per la valanga di spoiler che contiene (cosa che forse potrebbe non essere troppo importante, in questo caso), quanto per il fatto che le cose che dirò presuppongono che li abbiate visti.

COSA RENDE “Il divo” UN FILM SPETTACOLARE

Quando uscì “Il divo” neanche sapevo chi fosse Sorrentino. Ed a stento avevo sentito parlare del film, che pure mi piacque tantissimo. Pensai che fosse un film che finalmente riusciva a scuotersi di dosso i cliché del cinema italiano degli ultimi tempi, cosa che non riesce a fare “La grande bellezza”. Ma andiamo con ordine.

È un film con un contenuto.

So che Sorrentino ha dichiarato che secondo lui i film non dovrebbero avere una trama, ma solo raccontare dei personaggi. Sarò sincero, non approvo questa posizione, e anzi credo che ci vorrebbe un altro Vietnam per quei molti registi debosciati che la sostengono. Nondimeno è vero che un film può basarsi su molte cose, non solo su una trama. È appunto il caso de “Il divo”, che si basa sulla ricostruzione del personaggio e dell’epoca in cui ha vissuto. Che ricostruzione, però! Che personaggio! Che caratterizzazione magistrale! Anche “La grande bellezza” si basa sulla ricostruzione di un’epoca e di un personaggio, ma il risultato non è affatto all’altezza. Tantopiù che l’idea di base è buona. Anche se molti lo hanno spacciato come un’ode alla bellezza di Roma, il film racconta di una società decadente, “una necropoli dove le uniche cose belle risalgono a sei-sette secoli fa” (Marco Travaglio) mentre le cose nuove sono vuote e inconcludenti, come vuoti e inconcludenti sono i personaggi. L’unico che sembra rendersi conto dello squallore in cui vivono i suoi contemporanei è il protagonista, uno scrittore che ha scritto un solo romanzo quarant’anni prima e ora fa l’intellettuale di professione.

La critica a questo mondo, però, è molto più superficiale di quello che sembra. Molte frasi della sceneggiatura sono indovinate, è vero, ma sono buone più per “Wikiquote” che per il film in sé. E anche molte immagini sono indovinate, ma sono buone più per un trailer che per il film in sé. Di film sulla vuotezza della società italiana e dei suoi ambienti intellettuali ne sono stati fatti a bizzeffe, e magari non erano girati bene come “La grande bellezza”, ma rispetto a quei film Sorrentino non dice nulla di nuovo. In particolare mi hanno colpito – in negativo – scene come l’intervista all’artista concettuale o quella in cui Jep Gambardella descrive l’esistenza di una fantomatica “donna con le palle”. Al di là dell’indubbia soddisfazione che si può provare vedendo certi palloni gonfiati messi di fronte alla propria falsità e alla propria nullità (e aggiungerei che attaccare personaggi così simili a pseudointellettuali femministe quali Lorella Zanardo o Marina Terragni è una scelta veramente coraggiosa), trovo che siano scene che cinematograficamente non valgono nulla. Assistiamo semplicemente alle lamentele di un personaggio che avrà pure ragione ma fondamentalmente si limita a dire che alcune cose non gli vanno bene. Né il regista né il personaggio provano nemmeno per un secondo a provare a capire le loro motivazioni o il loro punto di vista. Se almeno Sorrentino avesse fatto nomi e cognomi, riferendosi esplicitamente a questo artista concettuale o a quella pseudointellettuale femminista, forse sarebbero uscite fuori delle scene interessanti.

Storia patria

E questa è un’altra delle cose che rendono “Il divo” un film da Oscar: è un film che mette in scena la storia del paese facendo nomi e cognomi. Ed è forse un caso unico nella storia del cinema italiano, quantomeno dal tempo de “Il caso Moro”. Anche “Il Caimano”, film di Nanni Moretti ispirato alla vita di Berlusconi, pur essendo coraggiosissimo e bellissimo, metteva in scena le solite vispe terese: famiglia in crisi, società in crisi, sinistra in crisi, intellettuali in crisi… senza mai dire chiaro e tondo con chi ce l’aveva. Con “Il divo”, invece, il cinema italiano puntava la macchina da presa sui personaggi della politica, li interpretava, provava a cogliere le loro voci. È un film che si riferisce a certi ambienti e a un certo periodo in maniera esplicita, quasi oscena. Peraltro parlando di quello che è fosse il personaggio più scomodo di tutta la storia moderna italiana.

Una liberazione rispetto a tanti film usciti precedentemente i cui registi si illudevano di poter parlare di politica senza poter parlare di politici (perché la politica la fanno i cittadini, come dicevano loro, o perché temevano querele, come dicevano certe malelingue). Anche in questo caso possiamo dire che di film che parlavano di politica ne erano stati fatti parecchio anche prima de “Il divo”, ma quest’ultimo ebbe il coraggio di fare qualcosa che prima di allora non aveva fatto nessun altro: addirittura ne “Il divo” abbiamo un Andreotti che confessa apertamente – anche se solo al pubblico in sala – di essere lui il mandante degli omicidi che insanguinano la storia della prima repubblica! Per capire la potenza di questo film basti pensare che lo stesso Andreotti, il quale, come del resto afferma nel film, non è mai stato tipo da sporgere querela, pensò per un attimo di denunciare Sorrentino. Poi ci ripensò e si limitò a commentare “è senz’altro un film impegnato, ma se si impegnavano di qualcun altro era meglio”.

È un film che non scimmiotta i grandi del passato

Qualcuno de “La grande bellezza” disse “dai Fellini agli americani e vinci l’Oscar a botta sicura”. Ahimè, è la verità: “La grande bellezza” è il prototipo di quello che gli americani si aspettano quando guardano un film italiano. Gente ben vestita che cammina in mezzo ai ruderi, primi piani estenuanti di cui non si capisce il senso ma se provi a chiederlo sei un burino, suore e cardinali a spasso per la città… il tutto senza chiedersi se queste cose al giorno d’oggi abbiano ancora senso. Non è che “Il divo” non attingesse dall’opera dei grandi maestri ma nel farlo la capiva fino in fondo, non la scimmiottava.

Vuoi fare un film felliniano? Liberissimo! Anzi, in realtà è un’idea geniale: un film felliniano ambientato nell’Italia di oggi! Fellini, però, è molto di più di un cardinale che va a spasso per Roma in abito talare. È l’entusiasmo di raccontare per immagini, l’arte di mescolare con sapiente ironia scene profonde e concettose con elementi squisitamente popolari, è virtuosismo, inteso non come capacità di compiere acrobazie con la macchina da presa ma come capacità di esaurire argomenti complessi attraverso un unico dettaglio indovinato. Insomma, suppongo ci sia un sacco di gente che sa spiegare molto meglio di me quello che sto cercando di dire, ma sta di fatto che “Il divo”, tra i due, è il film che sembra aver colto maggiormente la lezione felliniana (e non solo). C’è più cinema visionario nell’inquadratura iniziale de “Il divo” che in tutto “La grande bellezza”, c’è più capacità di sintesi nella scena in cui Andreotti cammina davanti a un graffito che recita “Stragi e complotti portano la firma di Craxi e Andreotti” insieme alla sua scorta che in tutto “La grande bellezza”.

È un film positivo

Ok, in questo caso devo corregge un po’ il tiro, in quanto anche “La grande bellezza” è un film positivo. Quando parlo di “film positivi” mi riferisco pellicole che non si piangono addosso per due ore di fila, come purtroppo sembrano fare la maggior parte dei film italiani degli ultimi vent’anni. Certo “Il divo” non è un film ottimista ma non è neanche un film che si adagia nel nichilismo e nella passività.

Come ho detto, in realtà questo vale anche per “La grande bellezza”, anche se non si direbbe. La grande bellezza del titolo, infatti è quella che il protagonista sta cercando da tanto tempo e che non riesce a trovare, quell’attimo di ispirazione “nascosto sotto il bla-bla-bla”, che potrebbe significare l’inizio di un nuovo libro o magari la fuga da quella sorta di oscura Babilonia che sembra essere Roma. E alla fine la trova questa grande bellezza – almeno stando al suo monologo finale – ma questo accade negli ultimi dieci minuti del film (e il film ne dura circa centocinquanta). Per tutto il resto della pellicola vediamo solo decadenza, ed è anche una decadenza – come detto qualche paragrafo più in su – descritta molto male. Insomma, il concetto di “grande bellezza”, che potrebbe essere l’unica cosa interessante del film, è solo accennato in un paio di scene (una delle quali – che probabilmente è anche la migliore del film – è stata anche tagliata). Primi piani di suore per due ore e quando arriva qualcosa di interessante il film finisce. Io la trovo di una cattiveria ‘sta cosa…

Sorrentino 2L’obiezione principale che mi viene posta quando dico che “La grande bellezza” non mi è piaciuto è “ma la regia è spettacolare”. E infatti è vero. Sia ne “Il divo” che ne “La grande bellezza” Sorrentino ha dato prova di avere una padronanza tecnica fuori dal comune e un’inventiva fuori dal comune. Anche se de “Il divo” mi sono rimaste impresse più inquadrature, de “La grande bellezza” solo due o tre (tra cui quella in cui per pochi istanti vediamo una bambina ricoperta di vernice, o quella, immediatamente precedente, in cui la stessa bambina viene trascinata a forza in giardino). Ma la regia non esaurisce un film. Ci sono tante cose da considerare quando si valuta un’opera cinematografica, e devo dire che il fatto che “La grande bellezza” non abbia uno sceneggiatore si sente parecchio (a proposito, forse Sorrentino non lo sa ma la sua ideona delle opere senza trama non è per niente originale, tanto è vero che esiste anche in letteratura, e tanto è vero che anche per scrivere un film senza trama ci vuole uno sceneggiatore).

In effetti più che “La dolce vita” di Fellini o “La terrazza” di Scola, un film a cui mi sentirei di paragonare “La grande bellezza” è “Piccolo Nemo – Avventure nel mondo dei sogni”. Non lo conoscete? Oggigiorno non è molto noto, ma è un film d’animazione giapponese con una storia completamente inconsistente ma forte di un’animazione mostruosamente fica (tenete conto che è un film dell’89, e ancora oggi molte cose fanno rimanere a bocca aperta). Che dire, quindi? “La grande bellezza” è un pessimo film di un bravo regista. Un film che magari poteva anche essere bello, perché il potenziale c’era eccome, e vedere una simile occasione persa fa male, ma non lo è stato. Confido fiducioso nel prossimo: se “Yuth” sarà una roba in stile “La grande bellezza” saprò che dopo l’Oscar Sorrentino si è convinto che certa robaccia sia grande cinema, se sarà una roba in stile “Il divo” vorrà dire che “La grande bellezza” è stato solo un comprensibile momentaccio in una carriera sfolgorante.

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“La grande bellezza” VS “Il divo”

2 pensieri su ““La grande bellezza” VS “Il divo”

  1. Italiano con forte accento incomprensibile alla metà degli italiani.Troppa tendenza ultimamente a parlare in romano o con accenti massimamente meridionali.Per quanto mi riguarda la cosa mi infastidisce così tanto da spegnere il televisore o uscire dalla sala cinematografica non potendo apprezzarne a pieno i dialoghi.

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