Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: “50 sfumature”

Chi si ricorda l’inizio del film “Berlinguer, ti voglio bene”, in cui Benigni e i suoi compari stanno guardando un film pseudoerotico, evidentemente deludente? In questa scena un gruppo di amici si è recato al cinema nella speranza di vedere qualche tetta ed invece si ritrova a sorbirsi le seghe mentali del protagonista, le quali danno vita a uno show di un piattume tale che Benigni a un certo punto non riesce a trattenersi e si alza urlando “MA ALLORA L’È BUHO!”. Cliccate qui per vedere la scena completa.

Guardando “50 sfumature di grigio” la mia reazione è stata assolutamente identica. Ne sentivo parlare da mesi. Talvolta anche in termini spregiativi, in quanto sarebbe stata una pellicola immonda che celebrava la violenza sulle donne. Quando, una sera, io e un mio amico ci siamo messi a guardare il film (in streaming), avevo quasi paura. Aspettavo con ansia l’apparizione di questo ormai celebre mr. Gray, che stando ai PR doveva essere un incrocio tra Putin e Dart Fener, solo più cattivo. Mai pubblicità fu più ingannevole: la prima cosa che fa ‘sto fantomatico dominatore è fare dei regali costosi alla protagonista. La seconda è “salvarla” da un tizio che la sta infastidendo. Quando si incomincia a parlare di sadomaso, poi, assistiamo alla sagra dell’excusatio non petita: probabilmente impauriti dalle critiche ricevute (come spesso accade) ancora prima dell’uscita del film, gli sceneggiatori non fanno altro che ribadire per una buona ora e mezza come tutto ciò a cui il pubblico assiste sia sano, sicuro e consenziente. Anzi, sano e sicuro no, perché evidentemente l’attore che interpreta mr. Gray non è stato istruito a dovere sull’arte di frustare la gente e in un paio di occasioni rischia seriamente di danneggiare gli organi interni della protagonista, ma consenziente sì. Il film, praticamente, parla di un tizio che cerca di convincere una tizia a essere la sua schiava sessuale per due ore e mezza, senza però riuscirci. E a poco vale che ogni tanto la protagonista esclami, poco convinta, cose del tipo “come sono eccitata!” o “quanto è cattivo il mio fidanzato!”. Il pathos non c’è e non si vede. 50 sfumature 1 A proposito, fateci caso: i personaggi maschili di questi film diventano più inoffensivi man mano che si va avanti. Si parte da Step che mena e molesta gente, sfascia case e fa gare in moto, e si arriva al remissivissimo mr. Gray di “50 sfumature” passando per il Raul Bova bisteccone e sugar-daddy di “Scusa ma ti chiamo amore”. Il modo di dipingere il nucleo familiare è anch’esso sempre meno irriverente. Si va dalla famiglia con madre snob, sorella troia e padre fedifrago di “Tre metri sopra il cielo” a quella normalissima (anzi, decisamente stereotipata nella sua normalità) di “Scusa ma ti chiamo amore”. Mi dicono che nel libro il rapporto tra i due sia addirittura più soft. E che lo diventi sempre di più man mano che la saga va avanti. Ma sinceramente io mi sono limitato a guardare il (primo) film e quindi non posso affermarlo con certezza. Può anche darsi che le testimonianze che ho raccolto siano poco attendibili e che andando avanti la situazione migliori. Da quel che ho visto posso affermare c’è molta più tensione erotica in dieci minuti di “Melissa P.” che in tutta questa trilogia. E “Melissa P.” era una storiella pruriginosa per ragazzine. Con questo non vorrei che pensaste che sono il tipo che si dichiara deluso da un film se questo non contiene scene sensazionali, spinte, estreme… al contrario: per come sono fatto io, se un regista riesce a raccontarmi una storia drammatica, romantica, tragica, traumatica e via discorrendo nel modo meno sensazionalista possibile, e magari infilandoci un po’ di ironia, corro a complimentarmi con lui. Il problema è che qui non c’è nessuna delle due cose: non ci sono le scene estreme e non c’è la storia raccontata bene senza l’utilizzo di scene estreme. Se “Albakiara” era un tentativo di fare cinema estremo degenerato nel ridicolo e “Melissa P.” era un tentativo di raccontare una storia interessante non andato a buon fine, con “50 sfumature” gli autori non ci hanno neppure provato: si sono affidati unicamente alla spinta pubblicitaria e purtroppo gli è bastato per ottenere un successo da record al botteghino. Perché non bisogna dimenticare che “50 sfumature di grigio”, in America, ha incassato più di ottanta milioni nel primo weekend.

Del resto “50 sfumature” è una saga che nasce già vecchia. Se “Harry Potter” per un po’ di tempo è stato un buon libro e persino un film accettabile, se si possono trovare delle persone fermamente convinte del fatto che “Twilight” o “Tre metri sopra il cielo” siano dei capolavori, non ricordo un momento in cui abbia sentito parlare di “50 sfumature” come qualcosa di diverso da una roba commerciale. La “ragazza con gli occhi grandi” che citavo nella parodia di “Twilight”, lo spettatore in buona fede che crede davvero in quello che sta guardando e che forse è la chiave per scoprire quel briciolo di bontà che si nasconde sotto certe montagne di spazzatura, ahimè, non c’è più. Nel caso di “50 sfumature” le parodie del romanzo sono nate insieme al romanzo, e in alcuni casi prima ancora del romanzo stesso. Questo non solo perché – come saprete già – il romanzo è nato come una fanfiction di “Twilight”, e quindi portandosi dietro una brutta fama, no, è stato proprio studiato a tavolino in modo che lo prendessimo per il culo. Siamo davanti a un esempio di trash che vuole essere trash, perché ha capito che con il trash si fanno un sacco di soldi. Un po’ come lo scemo del villaggio di un famoso indovinello, che alla domanda “Preferisci che ti diamo una banconota da 5€ o una moneta da 20 centesimi?” rispondeva sempre “Una moneta da 20 centesimi.”. Sempre. Anche per venti-trenta volte consecutive. Credo che non ci sia niente di peggio del trash programmato, e infatti Diprè mi fa cagare. Il trash programmato è una presa in giro nei confronti del lettore o dello spettatore: è come sentire uno che sbaglia i congiuntivi apposta, dopo un po’ non ti fa più ridere, ti fa incazzare. È qualcosa di finto e patinato, così prudente e inaffidabile da risultare noioso. Un po’ come le scene di sesso di questo film.

50 sfumature 2

Conclusione

E con questo siamo arrivati alla fine di questa cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni. O quasi, perché seguirà una breve appendice di cui non voglio anticipare nulla. Sono certo, però, che il trash romantico/generazionale non si fermerà con “50 sfumature di grigio”. Peggio per lui, dico io! Quando ce ne sarà bisogno, vale a dire la prossima volta che uscirà una ciofeca, sarò qui per recensirla! E stavolta in tempo reale! Ciò significa che questa rubrica in futuro verrà aggiornata. Spero che apprezzerete. Nel frattempo, però, dobbiamo salutarci. Ci siamo riletti e rivisti insieme un sacco di prodotti di infima qualità diventati famosi solo grazie al marketing e agli scandali costruiti a tavolino. A questo punto è necessario porsi una domanda: questi libri e questi film sono davvero così brutti?

Sì.

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