Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

Una delle tappe della storia dei brutti film generazionali che spesso viene dimenticata, insieme alle avventure cinematografiche di Harry Potter, è rappresentata dai rifacimenti in live-action dei classici film d’animazione della Walt Disney.

Il capostipite di questi sciagurati film, sovente prodotti dalla Disney stessa, è probabilmente “Alice in Wonderland”. Era il 2010 quando uscì questo film di Tim Burton, con Johnny Depp tra i protagonisti. All’epoca i due non si erano ancora trasformati nella parodia di loro stessi, tutti li ricordavano per film magnifici come “Edward Mani-di-forbice” o “Ed Wood” e tutti, per questo motivo, erano entusiasti all’idea di una versione di “Alice nel Paese delle Meraviglie” diretta da un tale regista e interpretata da un tale attore. Il risultato sarebbe stato senza dubbio clamoroso!
E infatti lo fu. Fu una clamorosa schifezza. Eppure Tim Burton sembrava il miglior candidato per girare un film sul capolavoro di Lewis Carroll. Deve essere per questo che Dio sceglie sempre i peggiori.

“Alice in Wonderland” si potrebbe definire il manifesto del cinema per hipster: pieno di riferimenti a quanto sia bello essere paxxarelli, in realtà è un’ode al politicamente corretto, pieno di discorsi sul valore della diversità, in realtà è un manuale sul conformismo, sotto un travestimento da film originale nasconde quanto di più ordinario si possa chiedere da un film.
Non solo, dopo questa pellicola (che al botteghino non andò malaccio) la Walt Disney decise di produrre altri filmacci per hipster basati sui propri classici degli anni d’oro, come “Maleficent” e “Cenerentola”. Il rispolvero dei vecchi successi, del resto, è una cosa tipica delle case di produzione in crisi. Alla Disney, purtroppo, si accodarono altri produttori, producendo robaccia come “Biancaneve e il cacciatore”.

A questo punto vi aspetterete probabilmente una serie di insulti rivolti verso questi film e i loro registi ed interpreti. E invece no. In questo articolo non parlerò di film brutti, in questo articolo voglio parlare della Disney dei tempi d’oro.
Dovete infatti sapere che i filmacci che ho appena nominato hanno una caratteristica in comune: si proponevano di superare i “classici schemi disneyani”, raccontando le proprie storie in maniera più adulta, più consapevole, più profonda. Ironicamente, inseguendo questa profondità i film in questione finivano sempre, inevitabilmente, per raccontare storie puerili, didascaliche, scontate, prive di pathos e in cui non venivano assolutamente analizzati gli aspetti più “scomodi” delle varie vicende. Insomma, come in una profezia autoavverante quelli che dovevano essere i film Disney “fuori dagli schemi” divennero quelli in cui il buonismo, la leziosità e l’infantilismo di cui veniva accusata la celebre major americana maggiormente si concretizzavano.

Ma questi schemi disneyani esistono davvero? E sono davvero così terribili? Per rispondere a questa domanda ho deciso di scrivere un articolo intitolato…

LUOGHI COMUNI SULLA DISNEY

Logo Disney

    Sono un grande appassionato di film Disney. Penso che la mia generazione (diciamo i nati tra l’85 e il ’95) non si renda conto dell’enorme fortuna che ha avuto a nascere in un periodo in cui l’intrattenimento per i giovanissimi era affidato a una casa di produzione come questa.
In effetti, la Disney viene spesso demonizzata con l’accusa di prodotto film buonisti per famiglie e di aver cresciuto dei debosciati privi del senso del reale. La stessa Disney ha ironizzato su questa cosa con un film in live-action dal titolo “Come d’incanto” che voleva essere una parodia dei classici film Disney tutti balletti e smancerie.
    Io non condivido questa visione delle cose. È vero, i film Disney sono inequivocabilmente film per tutta la famiglia, ma credo che molte critiche rivolte a questa etichetta siano di fatto luoghi comuni. Osserviamone alcune nel dettaglio.

Hollywood Ending

    Una cosa bisogna ammetterla: non esiste un finale Disney che lasci l’amaro in bocca. Anche storie tratte da soggetti tragici come “La sirenetta” o “Il gobbo di Notre-Dame” si concludono sempre con abbracci e sorrisi. Vediamo al massimo qualche lacrima di commozione, ma nulla di più. Con la morte del cattivo sembra che tutto si sistemi e anche gli eventuali tirapiedi non fanno ritorno fino al sequel.
    In difesa della Disney, però, va detto che questa non è mai stata una prerogativa dei film della casa di Topolino, ma una prerogativa dei film di Hollywood. L’errore del detrattore, in questo caso, consiste nel considerare che sia stata la Disney a generare la tendenza all’happy-ending del cinema hollywoodiano, mentre è molto più probabile che sia vero il contrario, ossia che le leggi del mercato abbiano influenzato i progetti molto seri ed “adulti” di questa casa di produzione. Del resto, se andiamo a controllare un paio di date, scopriamo che le più classiche commedie americane e l’introduzione del Codice Hays sono antecedenti ai primi lungometraggi Disney. Bisogna sopravvalutare parecchio il potere di questi cineasti per pensare che davvero avrebbero potuto inserire cose come un arcidiacono travolto dalla lussuria o una protagonista che muore nel finale nei loro film senza problemi di censura. In realtà è già un miracolo che abbiano potuto affrontare certi soggetti.
    Walt Disney amava ripetere una cosa molto saggia: “Io non faccio film per fare soldi, io faccio soldi per fare film.”. Parafrasando, questa frase potrebbe diventare “Io non faccio film per adattarmi alla morale comune, io mi adatto alla morale comune per poter fare film.”.

La Disney rappresenta un irrealistico mondo di nuvolette e fiorellini pucci-pù

    Molti estimatori della Disney affermano che la più grande virtù dei suoi film sia saper creare storie interessanti sia per i bambini che per gli adulti. Questo è vero. Alla faccia dei luoghi comuni su di lei, la Disney non ha mai disdegnato di inserire tematiche adulte nei suoi film. “Dumbo”, tanto per fare un esempio, parla di un bambino ritardato e deforme, perseguitato da tutti, la cui madre finisce in carcere con l’accusa di essere violenta e che cerca conforto nell’alcool fino a raggiungere il delirium tremens. Non so voi ma a me sembra una trama abbastanza adulta.

Cosa farò? Cosa farò? Dove fuggire pot… Ehy! Un momento…
Cosa farò? Cosa farò? Dove fuggire pot… Ehy! Un momento…

    In effetti è interessante notare come i film Disney più classici, pur essendo destinati a un pubblico di famiglie, non rappresentino mai situazioni familiari idilliache (a differenza di film per famiglie di oggi come “Gli incredibili”… per non parlare poi delle scenette da Mulino Bianco che aprono la versione live-action “Cenerentola”…). Dumbo viene separato da sua madre. Bambi è orfano di madre e ha un padre assente e autoritario. Simba si considera la causa della morte di suoi padre e vive divorato dal senso di colpa. Mowgli e Tarzan hanno perso i genitori quando erano in fasce. Nemo viene cresciuto da un padre pieno di complessi. Lilo vive con sua sorella Nani in una situazione difficile per entrambe. I protagonisti di queste storie sono sempre, in qualche modo, dei reietti (per quanto di sangue reale), oppure hanno un trauma da superare. E questo, oltre a essere una caratteristica dei classici Disney, è una caratteristica delle storie interessanti in generale: senza conflitto non c’è narrazione.

Didascalia: La Disney non ha mai disdegnato di mostrare scene cruente nei propri film. “Il Gobbo di Notre-Dame”, ad esempio, si apre con la morte della madre di Quasimodo. Altri esempi sono la morte di Kocoum, lo spasimante di Pocahontas, nell’omonimo film, la morte di Mufasa ne “Il Re Leone” e, ovviamente, quella della mamma di Bambi.
La Disney non ha mai disdegnato di mostrare scene cruente nei propri film. “Il Gobbo di Notre-Dame”, ad esempio, si apre con la morte della madre di Quasimodo. Altri esempi sono la morte di Kocoum, lo spasimante di Pocahontas, nell’omonimo film, la morte di Mufasa ne “Il Re Leone” e, ovviamente, quella della mamma di Bambi.

    Sarei curioso di scoprire quale produttore di film per bambini o per famiglie, oggi, sceglierebbe come soggetto l’“Amleto” di Shakespeare come fece la Disney per “Il Re Leone” o “Notre-Dame de Paris” di Hugo come avvenne per “Il gobbo di Notre-Dame”.
Per non parlare di capolavori sperimentali quali “Fantasia”, che contribuì alla diffusione di pagine meravigliose di musica classica, o “La bella addormentata nel bosco”. Un film, quest’ultimo, di cui oggi si sottovaluta la portata rivoluzionaria. Fu infatti uno dei primissimi film pensati per il grande pubblico a essere proposto come una pura esperienza sensoriale; non si trattava di semplice cinema di narrazione ma di un cinema profondamente visivo e in cui la colonna sonora (non a caso il film seguiva passo dopo passo il balletto di Tchaikovsky, da cui era tratta la musica) aveva un’importanza enorme.
    La Disney ha fatto molto per questo tipo di cinema, il cinema “girato e non semplicemente registrato”, per usare un’espressione che ho sentito di recente e trovato molto efficace. Una scelta non molto commerciale, come dimostrarono gli incassi di certi film, deludenti se paragonati ai costi di realizzazione (“La bella addormentata costò 6 milioni di dollari e ne incassò 7,7, mentre con “Fantasia” la Disney rischiò addirittura di chiudere i battenti). E anche quelle scene da musical tanto amate e odiate che la Disney inserì nei suoi film non seguivano certo un filone popolare. Al contrario, contribuirono a ricrearlo.
Come potete vedere, dunque, di tutto si può accusare la Disney (quantomeno la Disney più classica) tranne di aver cercato in qualche modo di accontentare il suo pubblico propinandogli una sorta di Nutella cinematografica buona per qualsiasi palato, fatta di cose pucchose e fiabesche. Se c’è una casa di produzione che ha saputo stupire questa è stata proprio la Walt Disney.

Trauma infantile tra 3, 2, 1…
Trauma infantile tra 3, 2, 1…

Le fiabe originali

    Una delle accuse che sento fare più spesso alla Disney è quella di aver distorto le fiabe originali da cui ha tratto i suoi primi film trasformandole (ancora una volta) in una pappetta melensa per bambini. “Nella fiaba originale…” si sente dire di solito “…una delle sorellastre si tagliava l’alluce per provare a farsi entrare la scarpetta.” oppure “…la strega veniva costretta a ballare con un paio di scarpe arroventate ai piedi fino alla morte”, o, ancora “Biancaneve aveva solo sette anni”. Tutte cose, di fatto, vere. Ma in chi ama raccontarle si nota una malcelata voglia di sensazionalismo. Per alcune persone queste “fiabe originali” sono un po’ l’equivalente fiabesco dei vangeli apocrifi: una versione “scomoda” di qualcosa che ci è stata nascosta perché chissà chi (i poteri forti?) non vuole farci conoscere la verità.
    Quello che sfugge ai più è che spesso stiamo parlando di storie raccontate per tradizione orale di cui ogni epoca e ogni paese ha dato la sua versione. Non c’è niente di sbagliato, in questo. La tradizione orale adatta le varie storie alle proprie esigenze. È questo che rende miti, fiabe e folklore così interessanti dal punto di vista antropologico: ci raccontano le necessità di un certo popolo in una certa epoca.
Per fare un esempio, si parla spesso dei riferimenti sessuali in “Cappuccetto Rosso”. In soldoni, Cappuccetto Rosso sarebbe una bella bambina imprudente e il lupo uno stupratore a cui non pare vero di avere sottomano una bella bambina imprudente. In alcune versioni della fiaba (espressione che preferisco a “nella fiaba originale”), infatti, il lupo ha la meglio sulla bambina. Questo perché all’epoca in cui presumibilmente è stata concepita “Cappuccetto Rosso” aveva una funzione educativa. Doveva cioè mettere in guardia i bambini dai pericoli che si corrono dando ascolto agli sconosciuti (e spaventarli con un finale cruento era più efficace che divertirli con un lieto fine). Se, invece, apriamo un libro per bambini scritto oggi e leggiamo la storia di Cappuccetto Rosso, ci accorgiamo di trovarci di fronte alla classica avventura di una bambina che passa un brutto quarto d’ora ma alla fine si salva. Chi ha censurato la fiaba originale? La risposta è “nessuno”, o potrebbe essere “tutti noi”. Semplicemente, al cambiare dei tempi cambiano le esigenze, quella di mettere in guardia i bambini contro gli sconosciuti viene meno (o meglio, viene soddisfatta tramite la creazione di un immaginario oggi più efficace rispetto al bosco: ad esempio internet, dove i lupi cattivi diventano gli estranei incontrati in chat) e la storia di Cappuccetto Rosso, con la sua ambientazione misteriosa (il bosco) e i suoi interessanti personaggi (lupi parlanti e bambine curiose) si rivela un soggetto ideale per una storia di intrattenimento.

Questa illustrazione di Gustave Dorè rende molto bene l’idea di una Cappuccetto Rosso “fisicamente” minacciata dal lupo.
Questa illustrazione di Gustave Dorè rende molto bene l’idea di una Cappuccetto Rosso “fisicamente” minacciata dal lupo.

    Ovviamente osservare questo meccanismo ci dice molto della mentalità di una certa epoca o nazione, come detto, e quindi anche sulla sua volontà di censurare certe cose. Personalmente, però, mi sembra che il bisogno di inserire certi riferimenti sessuali in una storia sia proprio di una società che vive il sesso in maniera problematica mentre l’eliminarli sia proprio di una società libera da certe paure. Esattamente come, una volta passati i secoli bui, è stata dimenticata la natura demoniaca delle streghe per trasformarle in generiche esperte dell’occulto, talvolta anche piuttosto simpatiche.

Strega simpatica.
Strega simpatica.

    Ora, la Disney rappresenta una cristallizazione riguardo alle fiabe popolari paragonabile a quella avvenuta grazie al lavoro di catalogazione dei Grimm o di Andersen. Se oggi nomini a qualcuno Biancaneve, è probabile che la prima immagine che gli verrà in mente sarà la bambolina con le gote purpuree del film. E non è vero che nel raccontare certe storie la Disney abbia eliminato i dettagli scomodi, semplicemente non ha mai voluto mostrare più di quanto fosse necessario.
    A Walt Disney interessava fare un certo tipo di cinema, un cinema che fosse principalmente di intrattenimento. Non bisogna infatti dimenticare che stiamo parlando di un animatore, non di un filosofo. L’obiettivo del suo lavoro era stupire il pubblico col proprio stile onirico, essere creativo, raggiungere risultati sempre migliori facendo uso di tecniche sempre più all’avanguardia. Ad esempio, quando cominciò a lavorare a “Il libro della giungla”, il cineasta raccomandò ai suoi collaboratori di non leggere il romanzo a cui era ispirato perché intendeva distaccarsene completamente e concentrarsi sulle avventure di un ragazzino che, girovagando per la giungla, incontra un sacco di personaggi caratteristici.

Storie edulcorate

    Un discorso come quello appena fatto per le fiabe si potrebbe applicare anche ai film tratte da storie ideate da un autore ben preciso e per le quali ha quindi senso parlare di “versione originale”. Film come “La sirenetta”, “Peter Pan” o “Alice nel paese delle meraviglie” sarebbero una versione edulcorata dei loro originali che elimina certi dettagli perché scomodi.
Queste storie, infatti, sono piene di roba hardcore e la Disney le avrebbe trasformate in una robetta asessuata buona solo per dei bambini semideficenti. Bene. Per rispondere a questa accusa volevo portare ad esempio due post che ho trovato su una pagina dall’eloquente titolo “Distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva” in cui si parla, appunto, di due storie raccontate dalla Disney.

Premessa: so che stiamo parlando di una pagina umoristica. E, se vi piace quel genere di umorismo, buon per voi. So che certe argomentazioni sono da prendere con le pinze. Io voglio citare queste poche righe solo perché secondo me rappresentano bene la mentalità di chi muove queste critiche.

Esempio 1:

“Zio! Zio! ci racconti ‘Alice nel paese delle meraviglie’??”
“Certo bambini. Tanto tempo fa, un certo Lewis Carroll iniziò ad interessarsi alla fotografia quando questa era solo un’arte emergente. La sua ossessione però era ben diversa, infatti questa era una compulsione sessuale verso i bambini e verso il nudo comunemente detta ‘pedofilia’. Alice Liddell era una bambina che egli perseguitava, la fotografava nuda e chissà cos’altro. Per cercare di frenare i suoi impulsi si diede alla letteratura per l’infanzia, mirata però a manipolare e circuire le sue vittime, infatti ‘Alice’ insegue un coniglio bianco con fattezze anziane ed ingoia ed accetta qualsiasi cosa da sconosciuti per ritrovarsi in questo mondo fantastico. Bene, la prossima volta vi racconterò un’altra favola.”

Esempio 2:

“Pargoli e se vi raccontassi la storia della Sirenetta?”
”Zio le tue storie sono così diverse da quelle della maestra!”
”Eh, questo perché la maestra le ignora e si basa esclusivamente sui DVD della Disney… Bene… Nel 1836, un certo Christian Andersen, un omosessuale represso, sfogò il proprio concetto di ‘diverso’ su una fiaba a caratare personale: La Sirenetta. 
La protagonista di questa storia era una giovane sirena, senz’anima e destinata a morire come schiuma che si invaghì di un principe che vide su una nave. Le pulsioni sessuali erano tali da desiderare le gambe (ed una vagina, ecco l’omosessualità repressa), decise quindi di andare dalla Strega del Mare per un aiuto, questa le diede una pozione che le avrebbe consentito di avere quello da lei desiderato, in cambio le avrebbe però tagliato la lingua ed inoltre ogni passo sulle nuove gambe sarebbe stato come essere trapassata dai coltelli. Se il principe si fosse innamorato di lei sposandola, la Sirenetta avrebbe ottenuto un’anima, se invece avesse sposato un’altra… Eh, la Sirenetta sarebbe morta di crepacuore e si sarebbe trasformata in schiuma.
Essendo una storia ‘biografica’ di un gay innamorato di un etero, come credete che sia andata a finire la storia della ‘Sirenetta’?
Il principe incontrò la Sirenetta, ma non provò nulla oltre che l’affetto sincero e decise di sposare quindi una ‘vera’ principessa. La Sirenetta cadde nella disperazione più totale comprendendo quindi che sarebbe morta. Le sue sorelle però le diedero un pugnale, se lo avesse usato per uccidere il principe bagnando i suoi piedi col sangue, sarebbe tornata ad essere una creatura del mare, salvandosi. La Sirenetta rifiutò, e si lasciò morire dissolvessi nella schiuma.”

    La Disney viene citata esplicitamente solo nel secondo caso, ma è abbastanza intuibile da dove provenga la convinzione che la storia di Alice sia stata ridotta a una favola per bambini su cui si sta ironizzando.
Per come la vedo io, il moralista a tutti i costi e il cinico a tutti i costi non sono così diversi. Entrambi hanno molto più a cuore il proprio atteggiamento politicamente corretto o scorretto rispetto alla verità. Anzi, si potrebbe quasi dire che il cinico è una sottospecie di moralista.
    Qui abbiamo due critiche, sia pure sotto forma di parodia, estremamente superficiali. Laddove con “superficiali” si intendono quelle critiche che si fermano alla superficie, dimenticando di approfondire dettagli più profondi che metterebbero la cosa criticata sotto una nuova luce. Per esempio non si tiene conto del fatto che la letteratura per l’infanzia così come la conosciamo oggi nelle epoche descritte non esisteva, e di fatto ogni letteratura era per adulti. Su Carroll pedofilo, poi, sono state scritte pagine e pagine; io, in questa sede, mi limiterò a dire due cose. Prima di tutto il gossip sui gusti sessuali di Carroll non non mi interessa, né quello sui gusti sessuali di Andersen. Né me ne frega di sapere da dove abbiano preso le idee per i loro libri. L’idea di una pulsione irrealizzabile Andersen l’ha resa in modo geniale, per quel che mi riguarda può averla tirata fuori dalla propria omosessualità, da una malcelata timidezza o ispirandosi a suo cugino che si era innamorato di un pesce rosso. Secondo: è vero, tuttavia, che Carroll raccontò il mondo dell’infanzia nella sua opera attraverso una visione tutta personale in netto contrasto con la morale dell’epoca in cui viveva. Limitare, però, un’opera così complessa (e, potremmo dire, una sessualità così complessa) a un semplice “Era pedofilo! Era pedofilo!” è una scelta di comodo volta solo a scandalizzare il lettore.

    Io sono un amante sia del romanzo di Carroll sia della storia della Sirenetta e credo che la Disney abbia reso entrambe le storie egregiamente. Alice è rappresentata come una bambina, e per giunta come una bambina dell’età vittoriana (colta, bene educata…) persa in un mondo confusionario dove tutto può cambiare in pochi secondi per colpa di un gioco di parole o del capriccio di un potente. Il romanzo non viene semplicemente usato come un pretesto per far succedere cose buffe. Ci sono molte scene in cui vengono resi benissimo il turbamento di Alice, divisa tra le regole della sua epoca e le proprie pulsioni, o il suo odio-amore per il mondo degli adulti. Si pensi ad esempio alla scena in cui il Brucaliffo stravolge una filastrocca classica raccontandone una versione inedita decisamente violenta, o all’incontro con un gruppo di fiori che ricorda in modo imbarazzante un club di signore per bene. Insomma, Walt Disney, con la sua narrazione “per immagini”, le sue caratterizzazioni parodistiche e il suo stile psichedelico, era la persona migliore per raccontare questa storia! Quanto poi a “La sirenetta”, credo che le pulsioni sessuali nella versione della Disney non manchino (e ve lo dice uno che di pulsioni sessuali per la Sirenetta ne ha avute parecchie); anzi, non mancano le pulsioni in generale, il desiderio di un nuovo mondo, la curiosità tutta adolescenziale della protagonista, i suoi dubbi riguardo alla strada da prendere. Una cosa simile venne proposta anche in “Pocahontas”, film in cui la protagonista, insoddisfatta della sua vita monotona, sogna qualcosa di diverso.
Potrei fare molti altri esempi. Per dirne una, quel Peter-Pan che qualcuno descrisse come “un folletto asessuato” io l’ho sempre trovato inquietante, con quel suo sguardo spettrale, l’indole selvaggia e l’atteggiamento da leader immaturo che può portare lo spettatore a una vera e propria pedofobia.

Osservate come in questa locandina, con la sola postura della protagonista, protesa verso la superficie dell'oceano, si riesca a sintetizzare tutto il significato della storia della Sirenetta.
Osservate come in questa locandina, con la sola postura della protagonista, protesa verso la superficie dell’oceano, si riesca a sintetizzare tutto il significato della storia della Sirenetta.

    Raccontare tutte queste storie fissandoci esclusivamente sui turbamenti erotici dei protagonisti significherebbe averne una visione limitata. Per fortuna alla Disney lavoravano persone serie che  studiavano i soggetti dei loro film a 360°. Meno seri sono gli autori  dei vari film darkoni usciti di recente. Film dai toni “cupi” e “adulti” ma che di fatto perdono completamente di vista la storia che stanno raccontando.

Film tratti da

La Disney è maschilista

    Ok, mettiamolo in chiaro da subito. A me il femminismo non piace. So che è una posizione impopolare ma è una cosa da mettere in chiaro.
In particolare non mi piace la tendenza tutta femminista a chiedere per esistere, a lamentarsi non perché ci sia un motivo per farlo ma perché certe rivendicazioni sono la ragione della propria esistenza.
Una di queste rivendicazioni riguarda senza dubbio il modo in cui le donne vengono rappresentate al cinema. Detesto in particolare quando l’attrice di turno afferma: “Il mio personaggio è una donna forte, non la solita principessa da salvare!” quando, in realtà, se esiste un cliché riguardante i personaggi femminili, è proprio il loro “non essere principesse da salvare”.
    In effetti i personaggi femminili “che non devono essere salvati” al cinema sono in genere figure piatte, senza difetti, monodimensionali. Proporrei, a questo proposito, di allontanarci per un momento dal mondo Disney per fare un paragone tra le due figure femminili che compaiono nei primi due film di Indiana Jones.
Nel suo primo film*, “I predatori dell’arca perduta”, il celebre archeologo ha al suo fianco una vera dura, una gran bevitrice che tira cazzotti a destra e a manca. La coprotagonista del secondo film, “Il tempio maledetto”, è invece una bambina viziata, una cantante di night-club più a suo agio tra diamanti e vestiti eleganti che nella giungla per cui si ritroverà a scrorazzare.
Se analizziamo più da vicino il personaggio della vera dura™, però, scopriamo che passa metà del film ad urlare “Joooooooneeeeees!” per farsi salvare da qualche pericolo e l’altra metà a non fare assolutamente nulla. È una dura solo di nome, di facciata. La bambina viziata™ de “Il tempio maledetto”, invece, agisce, dà consigli (quando Indy decide di avventurarsi tra i seguaci della dea Kalì per recuperare delle pietre sacre, lo sbatte al muro sibilando “Ma che sei scemo? Tu finisci morto ammazzato a forza di cercare fortuna e gloria!”), partecipa all’avventura, prende decisioni, si lamenta, ha carattere. È un personaggio ironico e infantile, in pieno stile “Indiana Jones”. A conti fatti, insomma, il vero personaggio forte è quello de “Il tempio maledetto”.
Del resto, l’essere emancipato di un personaggio è una cosa deleteria per la narrazione. Se un personaggio sta bene dove sta, non ha motivo di partire per cercare un tesoro, salvare il pianeta o sconfiggere un drago. Se un personaggio non ha problemi da risolvere o paure da superare, non c’è nulla da raccontare. Chi se ne frega delle avventure di un rude esploratore che si è perso nella giungla! Fateci vedere le avventure di un impacciato ragioniere che si è perso nella giungla!

Per riagganciarci al discorso “Disney”, “Atlantis” racconta la storia di un impacciato linguista che intraprende un viaggio avventuroso. Ah, le due tizie ai lati sono delle vere dure™.
Per riagganciarci al discorso “Disney”, “Atlantis” racconta la storia di un impacciato linguista che intraprende un viaggio avventuroso. Ah, le due tizie ai lati sono delle vere dure™.

    I film Disney non hanno mai avuto un target spiccatamente maschile. In effetti il primo film Disney pensato specificatamente per i ragazzi fu probabilmente “Aladdin”. Prima di allora avevamo film “per tutta la famiglia” o addirittura per bambine. Molti sono i personaggi femminili protagonisti di questi film. Sono le famose “principesse Disney”, attorno alle quali ruota tutta la storia. E, anche se andiamo ad analizzare i momenti in cui vengono “salvate” dagli uomini, ci rendiamo conto che questi ultimi, nel farlo, hanno un ruolo completamente marginale, da deus-ex-machina. Sono, è proprio il caso di dirlo “semplici oggetti del desiderio” delle protagoniste!
La Disney, tuttavia, si piegò spesso a quelle ricerche di un certo tipo di pubblico che chiedevano personaggi femminili “duri”… finendo spesso per creare macchiette simili alla coprotagonista de “I predatori dell’arca perduta”. È solo un mio parere personale, ma ho sempre trovato film come “Mulan”, “The Brave” o il recente “Frozen” molto patetici nel loro voler a tutti i costi seguire una morale per piacere al pubblico.

Jasmine

Disney e animalismo

    C’è chi dice che molte persone abbiano sviluppato una concezione distorta del mondo animale guardando i film Disney. In essi gli animali vengono rappresentati come senzienti, capaci di organizzarsi e di andare d’accordo in un modo che di naturale ha poco.
Come per il paragrafo precedente, devo fare una precisazione: non sono animalista. Non ho simpatia per chi umanizza gli animali o addirittura li santifica (“gli animali non farebbero mai una cosa simile”, “preferisco gli animali alle persone” eccetera).

    Nondimeno, se pensiamo ai giocattoli per bambini, agli animali domestici o alle favole di Esopo ci rendiamo conto che in fatto di animali umanizzati la Disney non ha inventato niente. Ma ammettiamo pure che la maggior parte delle persone abbia visto animali umanizzati solo nei suoi film.
La Disney, in realtà, è sempre stata molto più scientificamente accurata di quel che sembri. Nel senso che il mondo che descrive, sia pure romanzato, non butta via del tutto le leggi di natura. Ogni stravolgimento scientifico ha sempre una sua logica.

    Per esempio, se pensiamo a “Il Re Leone” ci accorgiamo che quello che succede in questo film è molto simile a quello che succede in natura tra leoni: ci sono due leoni rivali, uno uccide l’altro e si sbarazza dei cuccioli perché il branco (le leonesse, che non a caso sono gli unici animali presenti alla corte di Scar oltre alle iene) lo riconosca come maschio alfa (cioè per potersi creare un proprio harem, come avviene nel film).
In effetti l’intuizione di fare un parallelismo tra una storia umana di tradimenti, omicidi e discendenze come quella dell’“Amleto” e il mondo dei leoni è geniale. Le nostre pulsioni più arcaiche e animali rappresentate da… degli animali!
Qualcuno si lamenta dell’irrealistica amicizia di Simba con Timon e Pumbaa. Questa amicizia, però, rappresenta la rinuncia si Simba al proprio ruolo di predatore alfa, quindi lo stravolgimento delle leggi naturali è pienamente giustificato. Quando è Nala a incontrare il simpatico facocero, agisce esattamente come un leone normale: cerca di mangiarselo.  
    Analogamente, è pienamente giustificato lo stravolgimento delle leggi di natura che vediamo in un altro film: “Le avventure di Bianca e Bernie”. Si tratta di una pellicola molto sottovalutata, che racconta la storia di due topi membri di una sorta di ONU murina che intraprendono un viaggio per salvare una bambina rapita. Quel che rende bello questo film è proprio il fatto che i protagonisti non siano avventurieri o gente dedita all’azione ma due ambasciatori. I loro problemi li risolvono parlando, da diplomatici.
In una scena, ad esempio, incontrano un gatto. In un’altro film, questa sarebbe stata l’occasione per un bell’inseguimento vecchio stile, invece qui ognuno spiega le proprie ragioni. “Non fatevi vedere in giro o perderò il posto!” dice il gatto ai due topolini, e loro rispondono “Non si preoccupi, non ci tratterremo molto.”. Anche qui il mancato rispetto della verità scientifica è pienamente giustificato. Tutto il film è basato sulla contrapposizione tra persone civili e ragionevoli e persone stupide e incivili. Non a caso gli antagonisti sono una donna folle ossessionata dall’idea di possedere un enorme diamante e un suo tirapiedi poco sveglio. Quindi una scena in cui due topi e un gatto che si incontrano senza farsi la guerra perché entrambi capiscono che non è necessario ci sta come il cacio sui maccheroni: se si ascoltano a vicenda prima di lottare, tutti possono andare d’accordo, persino… gatto e topo!

Dirò di più: se non tenessimo conto di come vanno naturalmente le cose in natura, queste cose non avrebbero neanche senso.

    Il film che più di tutti ha contribuito a dare questa idea animalista della Disney, però, è probabilmente “Bambi”. Il cattivo di questo film è l’uomo, che come tale venne classificato al ventesimo posto nella classifica dei 50 migliori cattivi della storia del Cinema dell’American Film Institute.
Va detta una cosa, tuttavia. “Bambi” è sostanzialmente la biografia di un cerbiatto. Si apre con la sua nascita e si conclude con la nascita del suo primo figlio. Nel corso del film, Bambi affronterà le varie sfide della crescita: imparare a camminare, fare amicizia con altri esseri viventi, la perdita della madre, l’innamoramento, sfuggire dai pericoli e infine la paternità. C’è davvero un cattivo in tutto questo? Sono semplicemente delle fasi inevitabili della vita (e non a caso il libro da cui è stato tratto “Bambi” si chiamava proprio “Vita di un capriolo” – sì, nel libro era un capriolo, ma la Disney pensò che un cerbiatto sarebbe stato più familiare al pubblico americano). Ciò che rende l’uomo “il cattivo” in questo film è semplicemente il fatto che rappresenta un pericolo per un cerbiatto, ma se sostituissimo Bambi con una zebra e il cacciatore con un ghepardo la storia funzionerebbe lo stesso. In effetti il film, molto intelligentemente, non ci spiega neanche se i cacciatori di cui parla siano cacciatori per sport o per necessità. Potrebbero essere delle persone che vivono la loro vita lottando contro le avversità esattamente come Bambi.

    Una curiosità: un elemento che ha probabilmente contribuito all’idea dell’uomo cattivo in “Bambi” sono probabilmente le parole che il padre di Bambi rivolge a suo figlio subito dopo che i cacciatori hanno sparato a sua madre.

“La tua mamma non tornerà mai più, l’uomo l’ha portata via. Devi essere coraggioso, devi imparare a vivere solo. Vieni figlio mio!”

Quel “l’uomo l’ha portata via” (insieme a “Devi essere coraggioso, devi imparare a vivere da solo.”) è presente solo nel primo doppiaggio italiano del 1948. Nella versione originale (e nel ridoppiaggio del 1968) abbiamo solo una lunga pausa che aumenta la drammaticità della scena e lascia allo spettatore ogni considerazione morale.

    Questa retorica dell’uomo (rigorosamente bianco) sempre cattivo e votato allo sterminio è piuttosto presente in “Pocahontas”, in cui la contrapposizione morale tra natura e civilizzazione è molto netta. Tanto per precisare che neanche la Disney è perfetta.

Pocahontas

Il re travicello

    Dopo aver scritto così tanto sui classici Disney, penso che dovrei dire due parole sui film d’animazione più recenti.
Non sono un grande fan di questi film.
Mi torna in mente una favola di Esopo che racconta delle rane di uno stagno che chiedono a Zeus di inviare loro un re. Questi le accontenta inviando loro un tronco di legno. Il tronco, però, è immobile e inoffensivo, e le rane non lo considerano un monarca degno di questo nome. Così lo deridono e sbeffeggiano fino a che Zeuz, irato, manda loro una serpe perché se le mangi tutte, esclamando: “Se un re buono non vi piace, eccovene uno malvagio!”. Insomma, una versione splatter del vecchio detto “Chi lascia la via vecchia per quella nuova sa quello che lascia e non quello che trova”.

    Ora che ci siamo sbarazzati di questo re buonista, irrealistico, edulcorato, misogino, antisemita, irrispettoso delle fiabe originali e ambientalista, a chi spetta il trono del cinema d’animazione? A cosa ha lasciato il posto il cinema classico di una volta?
    Senza dubbio il cinema di oggi è diventato più leggero. Le storie sono spesso adatte a un pubblico di soli bambini e i personaggi molto meno drammatici (non più orfani traumatizzati ma nuclei familiari da sit-com). Non vi nascondo che preferivo i film Disney di una volta, e che sono contento di essere cresciuto guardando “Il Re Leone”.
Nel cinema per famiglie di oggi c’è ancora spazio per capolavori, beninteso (è il caso di “Up” e “Wall-E”), ma quello che davvero mi lascia l’amaro in bocca è quella ricerca della comicità (spesso puerile) a tutti i costi che ha avuto origine probabilmente da titoli come “Shrek” o “Madagascar”. Mi riferisco ovviamente a film come “I Croods” o “Piovono polpette”.
    È più che altro un cinema con delle regole diverse, che, per ironia della sorte, rendono molto più plausibili critiche come quelle a cui ho risposto in questo articolo (rifiuto della drammaticità, scarso realismo, mondo idilliaco eccetera). Per ironia della sorte, nel tentativo di evadere da un cinema che credevamo fosse buonista, siamo finiti in un cinema che buonista lo è per davvero.

Animation movies

    E così si concludono le mie considerazioni sui miti che riguardano i film Disney. Se siete arrivati fin qui vuol dire che gli articoli lunghi non vi spaventano, quindi congratulazioni! Spero di aver fornito qualche utile spunto di riflessione e di avervi fatto venire voglia di riguardare qualcuno di questi capolavori! Un saluto a tutti!

______________________________________________________________

*E, mi dicono, anche nel quarto. Ma io non ho mai sentito parlare di un quarto film di Indiana Jones. Non esiste un quarto film di Indiana Jones. Qualsiasi cosa sentiate dire su un quarto film di Indiana Jones è una menzogna.

NOTA: Fatta eccezione per le due con lo sfondo nero, non sono l’autore di nessuna immagine presente in questo articolo. Sono immagini che ho trovato su vari siti internet e purtroppo non sono riuscito a risalire agli autori. Se qualcuno di voi dovesse conoscerli, me li segnali e sarò felice di accreditarli.

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Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

8 pensieri su “Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni: i luoghi comuni sulla Disney

  1. Leggo queste facezie su segnalazione di un lettore capitato su questo blog, forse l’unico. Ovviamente ho letto solo il pezzo che mi riguarda perché il resto stava per farmi crollare in un sonno profondo, ma ammetto di averci provato. Meriteresti quasi una coccarda, una critica empirica a delle battute di una pagina umoristica, pagina che a te non farà ridere, ma ad altre 90.000 persone sì… (mentre questo blog chi lo leggerà?) bravo quindi. Per quanto riguarda le tue inesattezze, ti consiglio di leggere il libro di Morton Cohen, “Lewis Carroll, a Biography”, dove c’è scritto che Carroll stesso chiedeva compagnia di adulti durante le sessioni fotografiche di nudo con i bambini per non cadere in tentazione. Non era quindi solo una mia “superficiale” ricostruzione basata su una fiaba. Fiaba oggetto anche di un’analisi psicologica presso la facoltà di psicologia della SUN nel 2007, proprio per via degli elementi equivoci come il coniglio anziano o come le leccornie da mangiare a scatola chiusa. Ma non ci si può aspettare da tutti una conoscenza a 360° di tutto ovviamente, forse di quel che si desidera parlare sì, ma vabbè. Per quanto riguarda Andersen, gli elementi edulcorati dalla Diseny furono altri, tipo il fatto che la sirenetta non avesse la lingua, o che camminare per lei era doloroso come essere trafitta dai coltelli, o ancora il non lieto fine. Il “pettegolezzo” sulla sua omosessualità non era affatto un pettegolezzo. Era cosa nota. Come se dicessi che Leonardo Da Vinci era omosessuale, non è pettegolezzo è storia. Direi che non c’è proprio altro da aggiungere. Un piccolo consiglio: i post scriviamoli un po’ più concentrati, quelli così lunghi e soporiferi tendono ad annoiare.

    1. Il vantaggio di internet è proprio poter usare tante parole quante ne servono, cosa che è impossibile fare quando si scrive su una rivista caratecea. Del resto c’è anche gente che mi scrive lamentandosi perché non gli piacciono gli articoli troppo corti e preferisce quelli chilometrici. Così, per accontentare tutti, scrivo articoli di varie lunghezze. Va detto poi che chi ama gli articoli corti può sempre prendere un articolo lungo e leggerselo un poco alla volta.

  2. Grazie per i complimenti di prima 🙂
    Ho letto qui; questo articolo è interessante. Ha il merito di difendere la Disney da alcune accuse ingiuste, ma ha anche il demerito, d’altro canto, di proporre per contrasto un’immagine troppo agiografica della “Disney di un tempo” e dunque dei “film di un tempo”.
    La Disney è sicuramente una casa cinematografica cui tutto si può rimproverare tranne il non aver osato; e infatti in realtà osa ancora: alcuni dei film con temi più maturi che hai citato (Lilo e Stitch, Finding Nemo) non son certo anni ’50. Ciò detto, però, ha i suoi clichè, ed essi rappresentano un suo limite.
    Da un lato la presenza di questi limiti è per certi aspetti qualcosa che ha finito con l’impreziosirne i lavori, in quanto la Disney ha dovuto trovare il modo per aggirarli e questo ha prodotto vette artistiche considerevoli. Dall’altro, mi domando inevitabilmente cosa avrebbe potuto fare SENZA questi limiti.
    Prendi il Gobbo di Notre Dame: “Hellfire” è probabilmente la più elaborata canzone di tutto l’universo cinematografico Disney; nonché così “adulta” da essere potenzialmente perturbante anche per i grandi. E tuttavia, anche un film che contiene una sequenza di quel genere ripropone alcuni inevitabili cliché: il lieto fine, la storia d’amore (anche se non per il gobbo, vero…), gli animaletti (o i gargoyle) parlanti, numeretti musicali buffi… cose che inevitabilmente stonano messe nello stesso film di “Hellfire”. Tu dici che la colpa di questi cliché è da attribuirsi agli effetti di un’implicita censura culturale. Probabilmente è vero, nessuna produzione da milioni di dollari può sganciarsi del tutto da logiche commerciali, e infatti il filtro disneyano è e sarà sempre distorto, di più o di meno, da tali logiche. Per questo quando nel mio altro commento mi riferisco al filtro disneyano, puoi tranquillamente intenderlo per sineddoche come “il filtro hollywoodiano”. Un filtro hollywoodiano che è veicolo di messaggi e stereotipi, ovviamente legati alla cultura e al periodo di riferimento. Paradossalmente, la Disney come casa di produzione è una di quelle che gli stereotipi li sfida di più (ti do un altro esempio da aggiungere alla tua lista di temi non convenzionali trattati dalla Disney: uno dei suoi film contiene chiaramente una coppia gay, anche se non viene mai detto apertamente che lo sia :P), quindi è forse ingiusta la sineddoche di cui sopra… ma è la Disney quella che ha venduto le fiabe “aggiornate” e che ha fatto più soldi su di esse, quindi mi sembra inevitabile che la si nomini quando si vuol esemplificare e criticare la distorsione hollywoodiana.
    Per questo se mi dici che una fiaba non va bene se pianificata, io devo far notare che la Disney ha pianificato e venduto fiabe per decenni con grande successo, e lo fa ancora. E in un certo senso, erano pianificate anche le fiabe originali: non si parlava di Cappuccetto Rosso che serviva a mettere in guardia dagli sconosciuti?
    Peraltro anche la “cronistoria” mi stona: Pochaontas è uno dei film peggiori della storia delle Disney: banale, noioso, fintamente “maturo” e in realtà moralmente bianco e nero e pieno di cliché, mi par di capire che concordiamo su questo. Pochaontas, però, è molto più vecchio di Lilo e Stitch o Finding Nemo; entrambi lontani dai cliché e il secondo un capolavoro. Io e te, mi par di capire, abbiamo in comune una certa indole conservatrice che ci fa vedere “le cose di una volta” attraverso una lente deformata, ma secondo me se ci rifletterai meglio ti accorgerai di come non c’è nessun trend temporale nel fenomeno negativo che hai descritto, ovvero il cinema buonista, finto-moderno e finto-maturo che in realtà è l’equivalente visivo di una lobotomia. Nei media c’è sempre qualcuno che cerca di “aggiornare” il classico a tutti i costi, ma in realtà fa grandi pasticci: o lo snatura e rovina, oppure lo trasforma in un minestrone di stereotipi alla moda.
    Dico solo questo titolo: “Troy”. Con Achille, improvvisamente diventato “cugino” di Patroclo, che spara frasi da cioccolatini sulla vita e la morte alla sua schiava (la sua schiava, capito?); con gli autori che inspiegabilmente si aspettano che essendo noi mollicci e stupidi borghesi troviamo simpatico un molliccio e stupido Orlando Bloom/Paride; con gli dei spariti perché… boh, troppo fantasy, troppo “infantili”?; con Agamennone che vuol conquistare Troia per ragioni politiche (oh, ma quanto è seria la tematica! Questo sì che è un film tosto!)… Pensano di poter “aggiornare” e render più “matura” l’Iliade, e poi non hanno neanche il coraggio di affrontare il tema omosessualità.
    Terrificante esempio di tutti i vizi peggiori di Hollywood, nonché universalmente il film che più ho odiato fra tutti quelli che abbia mai visto. Uscito nel 2004: lo stesso anno usciva Finding Nemo (ti giuro, ci ho fatto caso solo adesso! XD), e scherzando scherzando, son passati undici anni, ero ancora liceale! Non mi pare che oggi sia peggio di allora; lo sforzo di voler fare i moderni a tutti i costi ha sempre abbattutto l’arte trasformandola in maniera. Non è un problema esclusivamente o peculiarmente della Disney, vero. Ma non è neanche un problema esclusivo e peculiare della Disney “di oggi”, o dei film “di oggi”.
    Il problema piuttosto mi pare un altro, e cioè che come hai notato tu ormai la “donna forte” non sfida più nessuno stereotipo. In “Enchanted” (2007) è la principessa che salva il suo eroe: dov’era lo scandalo? Per carità, sono sicuro che gli alfieri del “gender” si sono incazzati molto anche allora, e la differenza è solo che adesso stanno tentando una specie di disperata controffensiva culturale; ma davvero, la donna forte non è più una cosa strana o inusuale, e per questa ragione chi insiste tanto sul voler fare un personaggio femminile “forte” in realtà spesso non fa che mettere in luce il fatto di trovare intimamente ancora strana l’immagine della donna forte. Questo, però, è vero oggi, non era necessariamente vero venti, trenta, quarant’anni fa; quindi anche questo va tenuto in conto nella valutazione del merito artistico: per intenderci (anche se qui cambio media di riferimento :P), “la bambola” è una canzone con merito artistico e originalità sul tema della reificazione della donna, “Essere una donna” una stronzata immonda e stereotipata; “Sulla porta” è una canzone potente e commovente sui dissidi del coming out in età matura, “Il mio amico” una cagata pazzesca rivelatrice soltanto dei pregiudizi di chi l’ha scritta (sì, la Tatangelo non sa proprio scegliersi i parolieri, ma se consideriamo che “Essere una donna” gliel’ha scritta Mogol, che sulla carta doveva essere una specie di genio, forse possiamo perdonarla).
    Ah, un’ultima cosa: devo intervenire in difesa di Frozen, necessariamente 😛
    Frozen non mi ha eccitato particolarmente per ragioni di gusto personale, ma non gli si può negare originalità rispetto alla prassi disneyana. L’originalità non è tanto nell’aver infranto il cliché del principe azzurro, quanto nell’averlo rovesciato e nell’aver aggiunto del nuovo. Ciò che dà maggior merito artistico a Frozen, secondo me, sono le seguenti tre cose:
    – Tratta ancora di amore, ma per una volta, non parla di amore romantico (questo si può dirlo anche di Maleficent, un film che però non m’è piaciuto per niente…). L’amore familiare fra le due sorelle non era mai stato un tema così centrale in un film Disney, è forse la prima volta che il romanticismo viene spostato sullo sfondo.
    – Il famoso colpo di scena sul principe.
    – Il fatto che per quanto riguarda Elsa, la questione relazioni sentimentali non venga trattata per niente.
    Insomma, non si son limitati a infrangere lo sterotipo, cosa che avevano già fatto in passato (ancora “Enchanted”) e che in effetti era già diventata essa stessa uno stereotipo; sono andati oltre, proponendo anche una riflessione sui pericoli nascosti nelle passioni troppo improvvise.
    Credo che Frozen sia un film capace di sorprendere, e proprio a questo è stato dovuto il suo successo… chi scommette sulla novità, spesso viene premiato. E ancora una volta, è un film estremamente recente 🙂

    1. Ciao, scusa se ti rispondo solo ora ma ho avuto mille impegni da cui mi sono liberato solo di recente e negli ultimi giorni (come tutti) ho avuto altro per la testa.

      Prima di tutto dopo aver letto le prime righe del tuo commento devo subito correggerti una cosa: “Disney di un tempo” non significa necessariamente “film di un tempo”. Non sono affatto un nostalgico che ama le cose vecchie solo perché sono vecchie ma ciò non toglie che l’epoca d’oro della Disney, cinematograficamente parlando, sia passata.

      Per il resto credo che tu confonda gli stereotipi con lo stile. È normale che nella produzione di un autore molto prolifico compaiano alcuni elementi ricorrenti (se così non fosse oggi non ci occuperemmo di una grande casa di produzione con uno stile ben definito ma di tanti ottimi film che hanno in comune lo stesso finanziatore). Ed è altresì normale che andando avanti alcuni di questi elementi diventino cliché (tieni anche conto del fatto che l’ultimo film a cui mise mano Walt Disney in persona fu “Gli aristogatti”; nei film successivi furono altre persone che cercarono di restare fedeli allo stile originario, spesso finendo per scimmiottarlo).

      Aggiungerei poi che c’è una differenza tra “pianificare” e “sapere cosa si sta facendo”. È normale – anzi, è necessario, perché la casualità nell’arte non esiste – che un autore possa aver voglia di esprimere un’idea quando racconta una storia, solo che un conto è farlo perché se ne sente la necessità, un altro è farlo perché il tuo editore ne sente la necessità. Quello che mi fa storcere il naso delle storielle con la principessa che ammazza il drago è che puzzano di artificiale lontano un chilometro. Fiabe che esprimono il disagio che può provare una donna in un mondo in cui viene considerata meno di un uomo ne esistono a bizzeffe (“La prima spada e l’ultima scopa”, tanto per farti un esempio), solo che artisticamente sono ineccepibili in quanto nate dal desiderio genuino di un autore di esprimere un suo sentimento, un suo malessere e via discorrendo, non dalla voglia di approfittarsi di un fenomeno per vendere narrativa scialba a educatori incapaci.

      Esemplificando:
      “Cappuccetto rosso” – Un tizio, o meglio una serie di tizi, osservando come le loro figliolette o nipotine sono entusiaste della vita e fiduciose verso il mondo al punto tale che rischiano seriamente di farsi male, tantopiù che sono anche “giovanette carine, cortesi e di buona famiglia” assai appetibili. Così si fanno una serie di film mentali sui pericoli che corrono e alla fine nasce la storia.
      “La bella addormentata” – Altri tizi osservano le adolescenti che hanno intorno, le vedono malinconiche, svogliate e sfiduciate (addormentate, appunto) e auspicano che si sveglieranno crescendo (maturando anche sessualmente).
      “La sirenetta” – Un tizio (che stavolta ha un nome e un cognome) si sente fuori posto nel mondo in cui vive (in quanto gay, malato, timido, figlio di due epoche contrapposte… che importa? Il bello dei capolavori è proprio il fatto che esprimono migliaia di realtà diverse), si fa una serie di film mentali e siccome è uno scrittore decide di scriverli.
      “La principessa e il drago” – Un ubriacone, dovendo pagare i suoi debiti di gioco, decide di scrivere un libro. Nel tempo in cui vive vanno di gran moda certi discorsi campati per aria sulle donne che se stirano sono sottomesse, così l’ubriacone mette insieme una storiella raccogliticcia sui ruoli di genere e la vende a un altro tizio furbo come lui che però fa l’editore.

      Non so da cosa tu lo abbia capito ma in effetti non considero chissà quale capolavoro “Pocahontas”. Che vuol dire che la cronistoria ti stona?

      Di “Troy” ne ho sentito parlare male spesso sia per i motivi da te citati che per altre imprecisioni letterarie. Devo ammettere timidamente che non l’ho trovato così brutto. Non un capolavoro ma neanche orribile. Tantopiù che non credo che lo scopo di quel film fosse fare qualcosa di paragonabile al testo omerico quanto cercare di riprendere il filone peplum hollywoodiano, cosa che secondo me sono riusciti a fare egregiamente. Per quanto riguarda l’omosessualità di Achille va anche detto che la pederastia dei greci non era qualcosa di paragonabile a quello che intendiamo noi oggi quando parliamo di coppie gay (riguardava soprattutto il rapporto mentore-allievo) e secondo me trattare la questione fino in fondo sarebbe stato dispersivo per un film che, per l’appunto, non vuole essere un documentario sulle abitudini degli antichi greci. La storia d’amore con Briseide in realtà mi ha sempre indignato molto meno rispetto ai miei colleghi. Dopotutto non è nata con “Troy” l’idea che tra Briseide e Achille ci fosse un’intesa più profonda di quella che c’è tra un oggetto e il suo possessore (ne parla anche Ovidio nelle “Eroidi”). Devo dire però che mi ha lasciato l’amaro in bocca il modo in cui è stata affrontata la cosa, decisamente troppo sdolcinato. Non è mancato il coraggio di rappresentare l’omosessualità, è mancato il coraggio di rappresentare il protagonista del film come uno stronzo più interessato alla propria gloria che a una ragazza che si strugge per lui.
      In effetti si potrebbe quasi dire che a rovinare quel film non sia stata la paura di rappresentare l’omosessualità quanto la paura di raffigurare una donna come un soggetto passivo ma devo ammettere che quel “quasi” è d’obbligo.

      Riguardo a “Frozen” non posso essere d’accordo con te. E per dirla tutta non posso neanche essere in disaccordo. Per il semplice motivo che per me “Frozen” non è un film, è una merda. Ergo non riesco a giudicarlo come prodotto cinematografico né in positivo né in negativo. Se stessimo parlando di “Maleficent” direi che è un film brutto, di “Rapunzel” che è un film blando, ma “Frozen” è il balbettio sconnesso che emette il Manu prima di vomitare sulla macchina del Debbo (citazione ardua da cogliere). Non ha una trama, non ha dei personaggi degli di questo nome, non ha una coerenza. E infatti se chiedi a chiunque di parlarti di “Frozen” questi non riuscirà ad andare oltre la storia degli stereotipi e delle sorelle. L’idea di fare un film sul rapporto tra due sorelle sembra bella (al pari di tante altre), se mai quelli della Disney dovessero farci un film andrò a vederlo e poi potremo discutere. Ma dovrà essere un film, non uno sgorbio.
      Il successo di “Frozen” è dovuto due cose: una theme-song orecchiabile e una valanga di pubblicità impostata appunto sulla BUGIA dei canoni classici sconvolti. “Come volevasi dimostrare” potrei concludere.

      1. Guarda che uno stereotipo è semplicemente quello che succede quando lo stile diventa ripetitivo e manieristico, ovvero si trasforma in cliché. E Hollywood, che pure ha prodotto tanti capolavori, tende a riproporre dei cliché, che non sono, ripeto, cliché disneyani quanto cliché hollywwodiani. La Disney si muove dentro quei cliché e spesso ne soffre.
        La questione che sollevi riguardo all’artificialità … si direbbe che sia più che altro l’effetto che fa su di te, ovverosia, tu percepisci chiaramente l’intento pedagogico e ti dà fastidio, mentre ipotizzi che dietro una fiaba quell’intento non ci sia, o per meglio dire, ci sia ma sia tipo “non voluto”. Non dico che ciò che affermi sia impossibile, dico però che non è affatto scontato che se ne accorga il bambino, che è il target primario della storia. Le storie trasmettono valori ed idee, lo hanno sempre fatto, le fiabe indirettamente perché finalizzate all’intrattenimento, ma le favole anche volutamente e dichiaratamente. Questo distinguo che fai riguardo al senso di artificialità sicuramente rivela un tuo personale gusto, ma nel merito di quello che l’autore vuol fare ci entra ben poco. Scrivo una storia che sovverte gli stereotipi di genere, perché no? Voglio poter trasmettere proprio certi valori e certe idee. Potrei comunque fare un ottimo lavoro artistico; tu dici che hai trovato la storia bruttina, e magari se la leggessi sarei anche d’accordo, ma ciò non discende dal fatto che sia stata scritta con un intento paideutico, molte bellissime storie sono state scritte con intento paideutico. Ce lo diranno i bambini se gli piace o meno. Come l’hai posta è un po’ un processo alle intenzioni … e ci sta, perché ogni opera d’arte trasmette un intento, e io stesso nella mia recensione su Troy ho scorto e condannato proprio l’intento; ma non può prescindere dalla valutazione su come la cosa è messa in atto. In breve: non posso fidarmi di te che mi dici “è bruttina” solo perché c’è l’inversione dello stereotipo di genere con intento paideutico, perché questo non prescinde affatto che possa essere un ottimo lavoro, mi spiace ma devo anche leggerla prima di darti ragione o torto.
        Sulla questione Troy ho scritto qui un poema
        https://lostranoanello.wordpress.com/2015/11/05/troy-ovvero-lepica-al-tempo-della-piccola-borghesia/
        E non lo riassumo nel commento 😛
        Aggiungo solo che visto che secondo me il paragone col genere peplum non sussiste in alcuna maniera. Il peplum, anche nelle sue peggiori declinazioni, diventa al peggio un trash ingenuo che storpia la mitologia per fare puro intrattenimento, spesso low-budget. Troy è sicuramente trash, il problema è che un trash tutt’altro che ingenuo, anzi, alquanto malizioso negli intenti. Il problemanon è l’assenza dell’omosessualità; sappi che nell’Iliade non c’è nessun riferimento chiaro all’omosessualità e infatti che Achille e Patroclo fossero coppia è idea da imputarsi a fonti posteriori. No, il problema non è che non abbiano affrontato l’omosessualità, e che non l’abbiano affrontata dopo quello che avevano fatto al film… ma leggi la recensione perché lì mi spiego bene.
        Su Froze non so risponderti, perché appunto non hai argomentato molto la tua posizione … A occhio e croce si direbbe che quel film ti abbia lasciato quella che io chiamo una “ferita estetica”: quello che succede quando sperimenti una bruttezza e una storpiatura tali che l’effetto è opposto a quello di un’opera d’arte: la tua vita sarebbe stata meglio senza. Io mi son sentito così dopo aver visto Troy, mi sono sentito fisicamente a disagio e spesso mi lancio semplicemente nell’invettiva quando si parla di quel film. Infatti ci ho messo dieci anni prima di decidermi a scrivere un’opinione estesa e approfondita su quel film piuttosto che un semplice “è merda pura”. Se lo farai anche tu sarò lieto di leggerla 🙂

      2. Ah, dimenticavo: mi stona la “cronistoria” perché non trovo che l’ordine cronologico rispecchi qui alcun “trend” di lungo corso. Potrei sicuramente scrivere una “storia del cliché holliwoodiano”, ma troverei film infarciti di cliché in tutta la storia del cinema, non più in certi periodi che in altri. La cronistoria prevede un ordine cronologico, e, beh, non vedo un ordine di tipo cronologico nello sviluppo del problema che analizzi.

  3. “Cronistoria del trash romantico/generazionale degli ultimi anni” è il titolo della rubrica di cui questo articolo fa parte. Trattasi di una serie di recensioni più o meno serie di libri e romanzi romantici/generazionali (“Il tempo delle mele”, “Tre metri sopra il cielo”, “50 sfumature di grigio” ecc.). P.S.: Tra poco recensirò pure “Hunger Games” e temo che anche in quell’occasione dirò alcune cose che non ti piaceranno. :3

  4. In realtà per quanto riguarda “Frozen” credo di aver argomentato la mia critica, anche se in maniera un po’ sintetica. Se può farti piacere approfondirò.

    “Frozen” vorrebbe raccontare la storia di due sorelle – Anna ed Elsa – che da bambine erano molto legate, da grandi non si parlano e poi si riavvicinano. L’idea non è male ed era già stata utilizzata per il più riuscito “Red e Toby”, anche se lì non si parlava del rapporto tra fratelli.
    Peccato che qui nessuna di queste tre fasi venga rappresentata in modo decente. Del periodo in cui le due sono molto legate ci vengano mostrati qualcosa come cinque minuti (per nulla memorabili), gli anni di silenzio e freddezza di Elsa vengono raccontati in tre minuti e mezzo di canzoncina (anch’essa dimenticabile) e la rappacificazione consiste unicamente in un fumoso quanto poco convincente “Ma certo! È l’amore!”.
    E questi signori vengono a sfottere “La bella addormentata nel bosco” perché non approfondisce abbastanza il rapporto tra i due innamorati?
    Lo stesso vale per l’altra tematica del film, ovvero l’evoluzione del personaggio di Elsa, ragazza repressa che poi sprigiona il suo potere, diventa cattiva ma anche no bla bla tutte quelle cose che già sai. Ti sembra che questa tematica sia sviluppata come si deve? Cosa fa Elsa per dimostrare di essersi liberata delle sue inibizioni oltre a crearsi un castello di ghiaccio (e un abitino moderatamente stiloso) e a generare (involontariamente) un inverno perenne? A te il suo comportamento post-“Let it go” sembra tanto diverso rispetto a quello avuto in precedenza?
    Credo sia mancato il coraggio di rappresentare Elsa come un’eroina negativa, o quantomeno come un personaggio ambiguo, infatti tutto il male che fa questa ragazza lo fa per sbaglio. Altro che liberarsi delle proprie inibizioni, violare il patto sociale e via discorrendo.
    Veniamo poi all’altro punto su cui ha insistito maggiormente il marketing del film, ovvero il rifiuto del concetto di “amore a prima vista”.
    Se le scene in cui i protagonisti di un film Disney si innamorano dopo pochi minuti sembrano assurde a qualcuno è solo perché questo qualcuno non conosce il codice narrativo di certe opere. O fa finta di non conoscerlo per poterci scherzare su, un po’ come quando si fanno battute sul mondo della Lirica (“in un’opera quando uno viene ucciso invece di morire canta” ecc.) o gli egiziani che disegnavano tutto di profilo.
    E finché si scherza si scherza ma quando qualcuno, parlando seriamente, si riserva il diritto di atteggiarsi ad innovatore in virtù del fatto che non capisce i canoni di un certo tipo di cinema, io mi riservo il diritto di trattarlo come uno stupido arrogante.
    Tantopiù che questa cosa dell’amore a prima vista scoppia letteralmente in mano agli autori del film, che concludono la propria opera con un bacio appassionato tra Anna e un tizio che ha conosciuto il giorno prima, in barba a quello che loro stessi hanno affermato all’inizio del film e nei mesi di pubblicità che lo hanno preceduto. Ironia di una sorte condivisa con molti altri “innovatori” che sono caduti negli stessi cliché che avevano giurato di combattere.
    Per non parlare poi dell’ultima mezz’ora di film, lentissima, noiosissima e a tratti troppo intricata, delle canzoni inutili e spesso bruttine, dei disegni banali e anonimi, o di imbarazzanti buchi nella trama quali il cattivo che confessa di essere cattivo nonostante tutto stia andando secondo i suoi piani.

    “Frozen” è un film che ha avuto un periodo di gestazione troppo lungo, e si vede. Non so come fosse l’idea originale che avevano in testa (posso solo supporre che fosse più simile alla fiaba da cui è tratta) ma a furia di rimaneggiarla (e forse, ma non ho questa informazione, farla passare attraverso troppe mani) l’hanno resa eccessivamente ingarbugliata come se alla fine non sapessero più neanche loro cosa avevano intenzione di tirare fuori, finendo così per vomitare un film per nulla stimolante. Perché la caratteristica principale di “Frozen” è proprio la mancanza di qualsiasi cosa possa stimolare l’immaginazione dello spettatore. Avevano a disposizione un personaggio che può creare dal nulla architetture pazzesche e cosa le hanno fatto costruire? Una torre di ghiaccio. C’era la premessa per raccontare un’avventura piena di pericoli e robe soprannaturali e cosa hanno tirato fuori? Dei lupi famelici e uno scarto di magazzino di “Crash of Titans”. Potevano regalarci un viaggio in un mondo magico e sconosciuto e invece cosa ci hanno dato? Una passeggiatina in montagna da una torre solitaria a un’altra.
    È per questo che dico di non considerarlo nemmeno un film, perché è una roba vuota che non lascia assolutamente nulla allo spettatore. E mi fa specie che nonostante questo tutti stravedano per qualsiasi cosa abbia addosso il marchio “Frozen” e la Disney stia facendo un transatlantico di soldi al giorno vendendo diari e zainetti.
    Incredibile cosa possono fare un po’ di PR.

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