Perché ha senso essere cristiani, perché non ha senso essere cristiani

Buona Pasqua a tutti. Oggi voglio raccontarvi un po’ di fatti miei.
Sapete, c’è stato un periodo della mia vita in cui sono stato cristiano. Ora non lo sono più, perché mi sono reso conto che non è possibile dirsi davvero credenti se non si crede prima di tutto alla cosmogonia di una religione, alla presenza di un dio e all’esistenza di un oltremodo così come viene descritto dalla religione in questione. Insomma, non ho mai visto di buon occhio le tante religioni fai-da-te di cui tanti esempi si vedono in giro.
Intendiamoci: sia che queste religioni fai-da-te se le inventi un privato ad uso personale sia che se le inventi un papa con un concilio.

Tuttavia volevo raccontarvi di come mi sono convertito al cristianesimo. Che ci crediate o no, è stato quando ho sentito “La Resurrezione” di Georg Friedrich Händel, un oratorio composto nel 1708 su libretto di Carlo Sigismondo Capece. Ovviamente non è stato solo a causa di quest’opera, ma l’averla ascoltata è stato l’evento scatenante. Questo perché quest’opera, a differenza di altre, ci restituisce l’immagine di un cristianesimo rivoluzionario.

“Ma come?” direte voi “Sono cinquant’anni che si parla di Gesù come un rivoluzionario, dicendo cose come ‘anca lü l’era un socialista e morì per la libertà’ o facendone rappresentazioni tipo ‘Jesus Christ Superstar’, e tu ti svegli oggi, peraltro citando un’opera sconosciuta al grande pubblico di un autore vissuto trecento anni fa?”.
È vero, è vero… i discorsi del Gesù rivoluzionario non hanno nulla di nuovo. Tuttavia ho sempre trovato questi discorsi molti retorici e poco pratici. Sappiamo che Gesù è stato un tizio rivoluzionario ma in che cosa consiste la sua rivoluzione? Per fare una rivoluzione bisogna cambiare qualcosa, e dopotutto non è che sia cambiato molto con la venuta di Cristo. Non hanno tutti i torti quelli che dicono che “Gesù è venuto a liberarci dal peccato e in giro ci sono ancora un sacco di peccatori, Thor è venuto a liberarci dai giganti di ghiaccio e effettivamente non ne vedo in giro.”.
Tuttavia… forse qualcosa nella nostra mentalità è cambiato.

La genialità dell’opera di Händel consiste nel fatto che, nonostante il titolo, non ci fa assistere alla resurrezione di Gesù. Ne sentiamo solo parlare, e peraltro solo verso la fine (negli ultimi due numeri musicali, quando tutta la partitura ne conta circa venticinque). L’immagine fisica che abbiamo davanti agli occhi è quella di un Gesù sconfitto: i suoi amici (Cleofe e Maddalena) piangono per la sua scomparsa e i suoni nemici (Lucifero) festeggiano la propria vittoria. Solo due personaggi si aggirano in mezzo a tanta desolazione facendo discorsi dall’ottimismo così incrollabile da rasentare la follia: sono l’angelo e San Giovanni.
L’opera si apre infatti con un angelo che scende all’inferno subito dopo la morte di Gesù. Lucifero e i diavoli stanno festeggiando la propria vittoria (“se son del mio valore” canta Lucifero “gli applausi giusti sono,/oggi che vincitore/cittadini d’abisso a voi ritorno/e già mi vendicai con fiero sdegno/chi perder già mi fe’ dei cieli il regno”) e l’angelo piomba tra di loro accompagnato dal suono festante delle trombe, al grido di “Disserratevi, oh porte d’Averno!/E al bel lume d’un lume che è eterno/tutto in lampi si sciolga l’orror.”. Un modo di porsi parecchio cazzuto per uno che è appena stato messo in croce, ed un piacevole cambiamento rispetto al classico “chiagni e fotti” con cui siamo abituati a sentire raccontare questa storia (Gesù muore, tutti sono tristi, poi si scopre che non era vero, Gesù torna e fa il culo ai cattivi modello film Disney). Qui abbiamo un apparato divino-cristiano che canta vittoria nella sconfitta. Sia l’angelo che San Giovanni esultano da ben prima dell’effettiva resurrezione di Gesù, e già le loro prime battute sono permeate dell’incrollabile ottimismo di cui sopra (quelle di San Giovanni sono “Oh, Cleofe! Oh, Maddalena!/Del mio divin maestro amanti amate./Oh, quanto invidio, quanto,/quelle che ora versate/stille di puro amor più che di pianto./Spero presto vederle,/per coronare il mio Signor risorto,/da rugiade di duol cangiarsi in perle.”).
C’è una differenza abissale tra esultare nella sconfitta e esultare quando – alla fine – la sconfitta non si rivela più tale. E a proposito di questo è molto importante nell’opera la figura di Maddalena, che rappresenta l’umanità attonita di fronte alla morte di Gesù. È un personaggio senza cui l’opera non avrebbe senso, in quanto è l’unico (insieme all’amica Maria di Cleofe) che non sa assolutamente nulla della sua futura resurrezione. Il suo è un dolore drammaticamente sincero.

Come ho detto, c’è qualcosa di folle, persino di ridicolo (e infatti i cristiani sono spesso stati considerati ridicoli, persone che straparlavano di perdono perché non avevano le palle di risolvere le cose da uomini, e come è noto il termine “cretino” deriva proprio da “cristiano”), nell’immagine di un uomo che dice a due donne in lutto di essere contente o in quella dell’angelo che scende tra i diavoli festanti gridando “Cedete al Re di Gloria/ché della sua vittoria/voi siete il primo onor.”. Per capire quanto questa cosa sia assurda pensate a quando Luke Skywalker, due secondi prima di essere giustiziato, grida a Jabba: “È la tua ultima occasione. Liberaci o morirai!”. O a quando Etcì (figlio di Starnit) dice alle guardie che lo stanno pestando a sangue: “Oh, non mi fate incazzare, eh!”.

In questo incrollabile ottimismo c’è l’idea rivoluzionaria che la ragione non è del più forte. Gesù è stato umiliato nella maniera più atroce ma chissenefrega: se uno è nel giusto, nel giusto rimane. Ed è un’idea che è davvero rivoluzionaria, un’idea che è effettivamente stata introdotta dal cristianesimo (qualcuno dirà che non è vero perché ne avevano già parlato Zarathustra e Confucio. Giusto, tuttavia è con il cristianesimo che certe idee hanno preso piede nel mondo occidentale).

Parlando della mentalità dei popoli antichi a me viene subito in mente L’Epopea di Gilgamesh, che racconta la storia di un rompiculo che ha ragione in quanto è bello e forte. Oppure si pensi allo iudicium dei, basato sul principio secondo cui un uomo che riesce a passare indenne attraverso una prova difficile o a vincere un duello è senza dubbio innocente, in quanto gli dei, riconoscendolo come tale, lo hanno aiutato. Una pratica da cui anche dopo l’avvento del cristianesimo si è faticato molto a liberarsi (la stessa Chiesa cattolica la praticò fino a dopo l’anno 1000), figlia di una mentalità di cui peraltro rimangono le tracce anche nei duelli del 1700. Ma questo, del resto, vale per qualsiasi rivoluzione. Un’idea nuova fa sempre fatica a essere accettata.
E in effetti anche oggi succedono cose del genere. Anche oggi c’è chi fatica a stare a sentire un tizio che dice cose ragionevoli solo perché è uno sfigato, non ha abbastanza sostenitori, gli manca il piglio da vincente o roba simile. Basti pensare a quello scenziato de “Il Piccolo Principe” che nessuno ascoltava perché portava dei vestiti ridicoli (naturalmente queste cose succedono solo nei libri). La differenza è che oggi certi discorsi si sentono al Bar Sport (o al Parlamento Israeliano: ricordiamo quando l’ambasciatore brasiliano accusò Israele di fare un “uso sproporzionato della forza” e il portavoce del Ministero degli Affari Esteri gli rispose “Sproporzionato? Perdere sette a uno è sproporzionato!”), una volta si sentivano nei tribunali. Di base nessuno oggi si sognerebbe di dire “Obama ha ragione perché ha l’atomica.”. E anche frasi come “Ha centomila uomini? Allora cosa volete che me ne importi?” o “Non mi potete processare perché rappresento milioni di cittadini italiani.” assumono un carattere politicamente scorretto e surreale.

È anche molto interessante notare come la figura di Lucifero esprima un sistema di valori molto simile a quello dell’antichità. Fondamentalmente sembra dire “rendetemi omaggio perché ho vinto, sono stato il più forte”. Ed infatti quello raffigurato da Händel è un Lucifero guerriero, come quello del “Paradiso Perduto” di Milton, con la differenza che questo è un guerriero vincitore.
Perché in effetti Lucifero nel nostro immaginario si è evoluto un po’ come Gatto Silvestro: a furia di vederlo sempre sconfitto ci siamo dimenticati che in realtà si tratta di un gigante invincibile.

Ho sempre trovato le opere a tema religioso di Händel – sia quella di cui ho parlato in questo articolo sia altre – molto ispirate. E credo che quello che ha permesso a Händel di descrivere così bene la religione è stato il fatto di lavorare in un ambiente che si potrebbe quasi definire laico. Come è noto, il Caro Sassone proveniva da una famiglia protestante (anche se qualcuno dice che si sia convertito al cattolicesimo in tarda età) e lavorò in una parte d’Europa che era protestante a sua volta. Ed è forse proprio per questo motivo che Händel nei suoi spettacoli non si è limitato a musicare preghiere o tipici discorsi da cristiani ma è sempre partito da un testo originale oppure da testi già esistenti (come nel caso del “Messiah”) che rielabora. Deve sempre “fare da sé”, in un certo senso, lavorare senza la mediazione di un sacerdote. Ascoltandolo si ha l’impressione – e questo gli fa decisamente onore – che non fosse disposto a musicare qualcosa senza prima averlo assorbito e compreso fino in fondo. Né è mai stato costretto a svecchiare la materia in maniera plateale come avrebbero fatto Tim Rice e Lloyd-Webber anni dopo. Semplicemente Händel prende dalla tradizione quello che gli serve. Il che mi fa pensare che effettivamente vivere in un contesto laico farebbe un gran bene ai cristiani.
Troppe persone – e all’epoca in cui mi dicevo cristiano me ne accorgevo andando nelle chiese e trovandole vuote – accettano la propria religione passivamente. Se uno dovesse sbattersi un po’ per praticare la sua religione (sto parlando anche solo di comprarsi un crocifisso da mettere al collo, mica di chissà cosa), invece di pretendere sempre che vengano sempre a portargliela a casa, che ci sia sempre qualcuno che gli mette davanti agli occhi il crocifisso, forse si capirebbe quali sono i veri cristiani e quali no. Suppongo che non si faccia perché ne resterebbero tipo un migliaio. C’è di buono che potrebbero vivere tutti – indisturbati e indisturbanti – nello stato del Vaticano, poi però hai voglia a dire che l’Italia è un paese cattolico.

Per non parlare poi di gente che pretende ancora oggi di utilizzare la religione come collante tra le persone, o come strumento per fronteggiare la minaccia dell’ISIS (sic!). O peggio ancora ci sono cattolici che pretendono di aver ragione perché “sono la maggioranza”, e questo è esattamente il “la ragione è del più forte” che il cristianesimo dovrebbe aiutarci a superare.

La resurrezione (Handel)
Una pagina dell’opera di Händel.

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