“Otello” all’Arcimboldi

Dice…
“A questi che vanno a teatro non va mai bene niente… Si lamentano di tutto… Attaccano sempre tutti…”.

E si capisce! Se lo spettatore teatrale è così esigente, è perché ogni spettacolo corrisponde a un investimento. Bisogna comprare biglietti costosi, affrontare viaggi costosi, fare pernottamenti costosi, perdere tempo, saltare magari scuola o lavoro… E, mentre il tempo passa e lo spettacolo si avvicina, crescono pure le aspettative. Se poi gli proponi una cosa scarsa, magari dicendogli che se non gli piace è perché è stupido e non capisce, è ovvio che si incazza.
Quando poi si parla di uno spettacolo come l’Otello di Verdi, che, per ovvie ragioni di difficoltà, non è che sia proprio rappresentata tutti i giorni, si diventa ancora più esigenti.

Fortunatamente, al teatro Arcimboldi di Milano, il 29 e il 30 ottobre, è andato in scena uno spettacolo semplice ma bello, che è piaciuto al pubblico.

Un pubblico, fortunatamente, molto “friendly” quello dell’Arcimboldi. Si è visto anche qualcuno scattare foto col telefonino, ignaro del fatto che un flash è meno potente di un faro teatrale e che non arriva fino al palcoscenico lontano cento metri.

Si spengono le luci, si alza il sipario, si vede sventolare un telo americano oltre in quale si intravede una luce minacciosa e inizia quello che, insieme a quello del Don Giovanni, è uno degli inizi più belli della storia dell’Opera. Lascio ad altri critiche tecniche sull’esecuzione; io so di certo che ha fatto il suo dovere coinvolgendo subito il pubblico. A dirigere l’orchestra (Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano) c’è Giampaolo Bisanti, che nonostante un’acustica non proprio da sogno fa un lavoro eccellente. A dirigere il coro (Coro del Circuito Lirico Lombardo), invece, abbiamo Antonio Greco, che secondo me ha avuto a disposizione un numero troppo esiguo di elementi, anche se sinceramente non sono stato a contarli.

Venendo agli interpreti, come dice Gigi Proietti: “Tra Otello e Iago è come tra Bartali e Coppi: er pubblico vo’ vede’ chi vince.”. E credo che questa volta abbia vinto Iago, interpretato da Alberto Gazale, vero beniamino della serata. Un trionfo meritato per un’abilità nel calcare la scena piuttosto rara di questi tempi. Peccato per la scena del Credo sporcata dall’aggiunta di una figurante vestita da Morte che entra in scena durante l’aria, si avvicina a Iago e lo bacia. Intenzione buona, ma realizzata così distrae. Davvero perfetta, invece, la scena in cui Iago racconta a Otello di aver sentito Cassio nominare Desdemona nel sonno (“Era la notte, Cassio dormia”).
Personalmente trovo che Walter Fraccaro, interprete di Otello, fosse vocalmente più tranquillo, ma la sua mimica fatta di gesti esagerati lo penalizza non poco. Ho apprezzato, però, il fatto che abbiano messo in scena un Otello vissuto, ormai in cerca di pace, un vero e proprio vecchio leone.
Ho amato molto anche la Desdemona di Daria Masiero, capace, come di consueto (come di consueto in un Otello ben fatto, si intende) ferma il tempo nella scena dell’Ave Maria (per quella, personalmente, avrei voluto chiedere un bis, ma sono troppo timido per queste cose, io).

Ho letto che per questo spettacolo si è voluto puntare molto su artisti giovani. Fuffose argomentazioni da assessori, ma qualcosa di vero c’è. È stato uno spettacolo molto “veloce”, pur nella sua pesante drammaticità. La regia di Stefano De Luca, insieme alle luci di Claudio De Pace, hanno creato un’atmosfera intima ma non troppo, che ha lasciato spazio a uno spettacolo godibile con cui passare una serata intensa ma piacevole.
Insomma, spero di vedere presto un’altra opera all’Arcimboldi.

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