“Un ballo in maschera” al Teatro Donizetti

Eccoci arrivati alla fine della Stagione Lirica 2013 del Teatro Donizetti. O, per meglio dire, quasi alla fine, perché, oltre alle cinque opere che ne compongono il calendario canonico, la stagione di quest’anno ha il serbo molte altre sorprese.
Ovviamente i balletti. Quelli che saranno rappresentati a metà dicembre saranno Il corsaro e La bella addormentata nel bosco.
Poi c’è il Teatro delle Novità. Il 30 ottobre è andato in scena il dittico composto dalle due opere contemporanee L’aumento e La macchina (che ho già recensito) e il 24 di questo mese andrà in scena La finta semplice di Michele Varriale, che recensirò. Due giorni dopo, il 26 novembre, sarà in teatro per un altro evento imperdibile: il recital di Leo Nucci.

Una stagione densa di appuntamenti, quindi. Andiamo a vedere come è andato uno dei più importanti: la messa in scena di Un ballo in maschera.

Ma prima devo scusarmi ancora una volta con voi per il ritardo con cui pubblico questo articolo. Sono stato distratto da due disavventure giornalistiche.
La prima è stata l’inaugurazione di una nuova rubrica per un sito, la seconda… forse ve la dirò un giorno, al momento affrontare l’argomento mi mette di cattivo umore.

Prima di recarmi a vedere quest’opera avevo raccolto varie voci di corridoio. Sapete, sono uno che presta orecchio alle maldicenze. Tutte mi parlavano di una musica bellissima e di una regia orrenda. Naturalmente se la regia è orrenda la musica bellissima serve a poco, perciò mi dispiacque molto sentire certi commenti. Rimasi anche abbastanza perplesso quando scoprii che il regista era di Ivan Stefanutti, che non è uno che firma regie orrende. Dopo aver visto la regia in questione con i miei occhi, comunque, ecco cosa ne penso.

È molto meno brutta di quello che si dice. Zoppica, è innegabile. E non tanto per la scelta di ambientare l’opera negli anni ’50 o giù di lì (la storia dovrebbe, in teoria, svolgersi nel 1600), quanto per la natura veramente pacchiana di alcuni elementi che abbiamo visto sul palco. Sto pensando soprattutto alla scena di Ulrica, che tra il teschio metallico che fa capolino dall’alto, la schiera di cristallo e le ballerine con gli spuntoni sulla schiena fa pensare più alla cameretta di una teenager wicca che all’antro di una maga. Più piacevole la scena del ballo in maschera, almeno vista dalla prima galleria. I coloratissimi costumi (anch’essi a cura di Stefanutti), tutti insieme, fanno un effetto niente male. Tuttavia più da vicino, lontano dal vortice delle danze (come nelle ultimissime pagine del libretto) hanno un aspetto deprimente.
“Regia”, però, non significa solo “scene” e “costumi”, ma anche entrate, uscite, movimenti scenici. In questo senso devo dire che non ho visto un brutto lavoro o un lavoro svolto male… solo, un lavoro poco sicuro. Non afferro bene dove si voglia andare a parare. Anche quello spostamento di date da 1600 a “da qualche parte nel ventesimo secolo” che pure non mi ha traumatizzato troppo non vedo che senso abbia, così come il Lucca Comics in casa di Ulrica, o il Congresso delle Nazioni Unite al palazzo di Riccardo. Realismo? Attualizzazione? Filologia, nel senso che ai tempi quest’opera aveva un significato politico e si è voluto riproporlo? Boh. Si possono fare delle ipotesi, ma lasciano il tempo che trovano. Stefanutti, forte di una grande preparazione tecnica, non fa danni, ma neanche crea qualcosa che vien voglia di vedere e rivedere.

Molti critici bocciano la parte musicale. Io, dal canto mio, l’ho trovata una delle più belle sentite quest’anno al Donizetti.
Mario Malagnini (Riccardo) l’ho trovato adattissimo al ruolo, seducente e brillante. Basti pensare che, appena ha concluso il suo La rivedrà nell’estasi, il pubblico è esploso in un boato di applausi, vincendo la ritrosia dei compostissimi babbi che vorrebbero gli applausi solo alla fine e che, come sapete, considero inferiori alle più basse forme di vita, persino a Capezzone.
In effetti tutta la serata è stata all’insegna dell’entusiasmo. Anche la greca Dimitra Theodossiou (Amalia) ha ricevuto degli anticonvenzionali applausi a scena aperta dopo il suo Morrò ma prima in grazia, e quando il coro cantava “Ah, che baccano sul caso strano” dietro di me c’era una che cantava con loro. Voi dite quello che vi pare, ma io l’ho trovato adorabile. Ovviamente i dispensatori di “Ssssh!” di cui sopra non si sono fatti intenerire al punto di lasciar passare anche un “Brava!” urlato a Oscar a metà dalla sua aria nell’ultimo atto, ma pazienza. Anche i Paolo Scavalcacinghie hanno bisogno dei loro spazi.
Dicevamo della Thedossiou. Applauditissima, come dicevo, sia a scena aperta che alla fine dello show. Applausi meritati, anche se a me personalmente sono piaciuti molto di più i due protagonisti maschili.
Igor Golovatenko (Renato) è stato infatti probabilmente il migliore della serata. Una prestazione più sottile di quella degli altri due protagonisti la sua, anche considerato il ruolo ben più ambiguo e psicologicamente più complesso, e che quindi strappa applausi meno spontanei, ma ottima.
Giovanna Lanza (Ulrica) non ha offerto la prestazione terrificante (nel senso buono, ovviamente) che ci si aspetta da questo ruolo, ma penso che la più volte citata scenografia pacchina della sua scena non abbia aiutato.
Paola Cigna (Oscar) non l’ho sentita e su di lei non mi pronuncio. Nello stesso ruolo ho sentito Gabriella Costa, insostituibile in queste occasioni.
Qualche fischio al direttore d’orchestra Stefano Romani, che in effetti non ha brillato per sentimento.

Nel complesso, uno spettacolo che non lascia l’amaro in bocca. Anzi, uno spettacolo che diverte per qualche ora, ma che non lascia molta voglia di rivederlo.

E dopo quest’ultima considerazione vi do appuntamento a venerdì per l’attesissima Finta semplice.

“Un ballo in maschera” al Teatro Donizetti

“Otello” all’Arcimboldi

Dice…
“A questi che vanno a teatro non va mai bene niente… Si lamentano di tutto… Attaccano sempre tutti…”.

E si capisce! Se lo spettatore teatrale è così esigente, è perché ogni spettacolo corrisponde a un investimento. Bisogna comprare biglietti costosi, affrontare viaggi costosi, fare pernottamenti costosi, perdere tempo, saltare magari scuola o lavoro… E, mentre il tempo passa e lo spettacolo si avvicina, crescono pure le aspettative. Se poi gli proponi una cosa scarsa, magari dicendogli che se non gli piace è perché è stupido e non capisce, è ovvio che si incazza.
Quando poi si parla di uno spettacolo come l’Otello di Verdi, che, per ovvie ragioni di difficoltà, non è che sia proprio rappresentata tutti i giorni, si diventa ancora più esigenti.

Fortunatamente, al teatro Arcimboldi di Milano, il 29 e il 30 ottobre, è andato in scena uno spettacolo semplice ma bello, che è piaciuto al pubblico.

Un pubblico, fortunatamente, molto “friendly” quello dell’Arcimboldi. Si è visto anche qualcuno scattare foto col telefonino, ignaro del fatto che un flash è meno potente di un faro teatrale e che non arriva fino al palcoscenico lontano cento metri.

Si spengono le luci, si alza il sipario, si vede sventolare un telo americano oltre in quale si intravede una luce minacciosa e inizia quello che, insieme a quello del Don Giovanni, è uno degli inizi più belli della storia dell’Opera. Lascio ad altri critiche tecniche sull’esecuzione; io so di certo che ha fatto il suo dovere coinvolgendo subito il pubblico. A dirigere l’orchestra (Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano) c’è Giampaolo Bisanti, che nonostante un’acustica non proprio da sogno fa un lavoro eccellente. A dirigere il coro (Coro del Circuito Lirico Lombardo), invece, abbiamo Antonio Greco, che secondo me ha avuto a disposizione un numero troppo esiguo di elementi, anche se sinceramente non sono stato a contarli.

Venendo agli interpreti, come dice Gigi Proietti: “Tra Otello e Iago è come tra Bartali e Coppi: er pubblico vo’ vede’ chi vince.”. E credo che questa volta abbia vinto Iago, interpretato da Alberto Gazale, vero beniamino della serata. Un trionfo meritato per un’abilità nel calcare la scena piuttosto rara di questi tempi. Peccato per la scena del Credo sporcata dall’aggiunta di una figurante vestita da Morte che entra in scena durante l’aria, si avvicina a Iago e lo bacia. Intenzione buona, ma realizzata così distrae. Davvero perfetta, invece, la scena in cui Iago racconta a Otello di aver sentito Cassio nominare Desdemona nel sonno (“Era la notte, Cassio dormia”).
Personalmente trovo che Walter Fraccaro, interprete di Otello, fosse vocalmente più tranquillo, ma la sua mimica fatta di gesti esagerati lo penalizza non poco. Ho apprezzato, però, il fatto che abbiano messo in scena un Otello vissuto, ormai in cerca di pace, un vero e proprio vecchio leone.
Ho amato molto anche la Desdemona di Daria Masiero, capace, come di consueto (come di consueto in un Otello ben fatto, si intende) ferma il tempo nella scena dell’Ave Maria (per quella, personalmente, avrei voluto chiedere un bis, ma sono troppo timido per queste cose, io).

Ho letto che per questo spettacolo si è voluto puntare molto su artisti giovani. Fuffose argomentazioni da assessori, ma qualcosa di vero c’è. È stato uno spettacolo molto “veloce”, pur nella sua pesante drammaticità. La regia di Stefano De Luca, insieme alle luci di Claudio De Pace, hanno creato un’atmosfera intima ma non troppo, che ha lasciato spazio a uno spettacolo godibile con cui passare una serata intensa ma piacevole.
Insomma, spero di vedere presto un’altra opera all’Arcimboldi.

“Otello” all’Arcimboldi