Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?

I più attenti di voi avranno notato che nel mio ultimo articolo, a dispetto del titolo, non c’è nessunissimo accenno alla “Square-Enix”, celebre ditta campione d’incassi nell’industria videoludica.
Bèh, ci sto arrivando. Essendo appena ricominciata la stagione lirica bergamasca, prossimamente pubblicherò una serie di recensioni (una per ogni spettacolo) e vorrei scrivere, a guisa di premessa, un articolo su cosa significa scrivere recensioni.

Quando nasce il mestiere del critico? Nel film “La pazza storia del mondo”, Mel Brooks prova a rispondere a questa domanda.

In effetti il concetto di “recensione” nacque probabilmente quando l’arte iniziò a diventare un prodotto da consumare. E “consumare” vuol dire “pagare dei soldi”.
Già gli uomini primitivi si resero conto che affrontare lunghi viaggi a bordo di scomode automobili dalle ruote quadrate per poi pagare cinque conchiglie per l’ingresso in una caverna dove si potevano ammirare pregevoli pitture non era cosa da farsi alla leggera. All’epoca, come sappiamo, le strade erano poco praticabili, piene di dinosauri e alieni megalomani venuti a portare ai terrestri la tecnologia senza che nessuno glie l’avesse chiesto. Inoltre, in quei paesi dove come merce di scambio si usavano i cammelli, estrarre il contante dal borsellino (realizzato talvolta in pelle di contante) era faticosissimo, e nessuno osava farlo se non ne valeva la pena.

Fu così che i nostri antenati capirono che prima di partire per andare a vedere le pitture rupestri era il caso di informarsi. Iniziarono a chiedere in giro quali fossero le pitture che valeva la pena di andare a vedere e quali no.

La funzione del critico era quindi molto simile a quella dell’esploratore. Così è ancora oggi. Il mio ruolo, quando mi metto a scrivere una recensione, è rivelare nel modo più obiettivo possibile a un potenziale fruitore cosa potrebbe trovare in quel particolare spettacolo/romanzo/film.

Proprio come fa un esploratore. Cosa si potrà trovare in questo punto della mappa? Giungla? Montagna? Un lago?
Cosa si può trovare in questo spettacolo/romanzo/film? Azione? Romanticismo? Una bella trama? Una trama che fa schifo, ma attori grandiosi?
Nulla vieta di fare un viaggio senza portarsi dietro una mappa. Ai più avventurosi piacerà andare in avanscoperta. Nulla vieta di comprare un libro senza neanche leggere il titolo. Chi ha soldi da spendere può farlo.

Immagino vi stiate ancora chiedendo cosa c’entri la Square-Enix in tutto questo.
Spesso chi scrive recensioni si dimentica del suo ruolo, e sostituisce l’analisi obiettiva con un inutile spreco di parole.
Me ne sono accorto quando ho provato a cercare qualche recensione degli ultimi capitoli di “Final Fantasy”, titolo di punta della “Square-Enix” (già “Squaresoft”) su internet.

La mia impressione di giocatore è che tutti i GDR prodotti dalla “Square-Enix” dopo il 2002 facciano schifo. Non hanno le trame intriganti che hanno caratterizzato i grandi classici, né i loro epici personaggi, né le loro musiche ricercatissime. In cerca di una seconda opinione, ho dato un’occhiata alle recensioni su internet.

Non ho trovato assolutamente nulla che che confutasse la mia opinione. In realtà, non ho trovato neanche nulla che la confermasse.
Questo perché, penso io, la mia era un’opinione, quello che ho letto sui vari siti è solo uno spreco di parole. Il motivo? Presto detto. Il titolo che si stava analizzando era rinomato, ma il prodotto era scadente. Se Final Fantasy X<numero capitolo≤XV si chiamasse Illustred Unknowed Virtual Adventure 3 ci si limiterebbe a dire “fa schifo, non compratelo”, ma si chiama Final Fantasy, quindi giù chiacchere inutili.

Se il nostro cavernicolo amante dell’arte dovesse leggere le poche righe qui sopra (“non hanno le trame intriganti…” eccetera) otterrebbe delle informazioni utili circa l’acquisto che ha intenzione di compiere. Far finire i suoi preziosi cammelli (o le sue preziose conchiglie) nella già nutritissima stalla della “Square-Enix” o no?
Se è in cerca di trame intriganti, personaggi epici e musiche ricercate, no. Se vuole vantarsi con gli amici di aver comprato per primo il nuovo Final Fantasy, invece, deve assolutamente affrettarsi al GameStop più vicino.

Vediamo invece cosa c’è scritto sulle recensioni che ho letto in giro.

Recensendo Final Fantasy XIII, gamesblog.it ne elogia l'”incipit narrativo profondo e meritevole d’attenzione”.

“I più [sono stati indotti] a soffermarsi sulla ‘linearità’ del gioco, per niente scossi da un incipit narrativo ben più profondo e meritevole d’attenzione. In mezzo a tanto rumore, nessuno che sia riuscito ad udire ciò che qualcun’altro intendeva raccontarci. Ci si è limitati alla forma – indubbiamente discutibile – senza badare in alcun modo alla sostanza. E questo è un peccato, perché Final Fantasy XIII, in mezzo a tanto frastuono emesso dalla stragrande maggioranza dei titoli presenti sul mercato oggigiorno, riesce a lasciare qualcosa, anche fosse una piccola scintilla tesa a farci ragionare su qualcosa di ben più nobile e profondo di un mero videogioco. E questo, proprio per un videogioco, ci pare un grande risultato, quasi insperato in mezzo a tanta aridità.”

Mettiamoci nei panni del nostro cavernicolo.

Tanto per cominciare, che accidenti è l'”incipit narrativo”? L’incipit? L’inizio del gioco? E perché precisare “narrativo”? In realtà, visto il contesto, io ho interpretato “incipit narrativo” come un termine che sta per “tutto ciò che nel gioco non è gameplay ma trama, ambientazione, personaggi”.
Mi sembra la scelta più sensata, in quanto il recensore sta parlando di come al giorno d’oggi (per quel che riguarda “le nuove generazioni”, anche “in Giappone”) non si sia più in grado di “trattare di temi un po’ alti”.

Insomma, mi è parso di capire che si stesse elogiando il valore artistico del prodotto.
Bene. Allora sentiamo… cosa renderebbe Final Fantasy XIII un prodotto dal grande valore artistico?
Bòh. Non si sa. Quel paragrafo della recensione finisce lì. Subito dopo, si passa a parlare d’altro.

“Cari amici cavernicoli, torno or ora dalla vicina città. È proprio un posto adatto ai turisti, cosa rara di questi tempi. Fine.”

Questo è il corrispettivo, nel repertorio di un esploratore di quanto abbiamo letto poc’anzi. Due righe che potrebbero far guadagnare al nostro amico una clavata in testa. La città X è adatta ai turisti. Perché? Non si può sapere.

Se proprio uno vuole scrivere che una città è adatta ai turisti, deve spiegare perché. Altrimenti si possono solo azzardare delle ipotesi. Ci saranno monumenti? Ci saranno servizi adeguati, come alberghi e ristoranti? E questo per tacere del fatto che c’è turista e turista. Ci sono turisti che vogliono entrare a contatto con le bellezze del luogo e altri che vogliono stare tutto il giorno in spiaggia. A quale di questi turisti è adatta la città confinante con Cavernicolandia?
Comodo scrivere così. Se uno dovesse andare a visitare quella che gli hanno detto essere una città “adatta ai turisti” e non dovesse trovare né monumenti, né alberghi, né spiagge, l’esploratore che glie l’ha consigliata potrebbe sempre dire “E che ha mai parlato di alberghi, spiagge e monumenti?”. Se proprio volesse essere stronzo potrebbe anche aggiungere che “il concetto di ‘adatto ai turisti’ è soggettivo!”.

Al di là di quella invettiva contro i giocatori superficiali di oggi (condivisibilissima, Final Fantasy XIII è proprio la dimostrazione che giocatori così superficiali esistono), una recensione così lascia il tempo che trova.

Le recensioni che ho trovato in giro sono molto più esaustive per quanto riguarda il gameplay e l’aspetto grafico. Del resto, si rivolgono pur sempre a un pubblico di videogiocatori. Ad esempio, everyeye.it descrive il nuovo sistema di combattimento punto per punto, in maniera oggettiva.

Encomiabile, ma, secondo me, continua a mancare un elemento base di quella che deve essere una critica.
È essenziale spiegare al potenziale fruitore cosa andrà a fruire ma è anche necessario spiegargli perché è il caso di farlo o no. Viceversa, si fa il lavoro del pubblicitario, che ti espone le caratteristiche del prodotto ma non spiega perché dovresti volerlo (o, meglio, lo fa, ma in maniera faziosa e dichiaratamente disonesta).

Questa recensione di everyeye.it, ad esempio, lamenta che il Final Fantasy XIII mancano le sidequest.

“Ma che sta a di’? Chi te capisce? Parla romano! Io parlo solo romano!”

(Mario Brega)

Per chi, come Mario Brega, non lo sapesse, le sidequest sarebbero le missioni secondarie, tutto quello che non sei obbligato a fare per finire il gioco.
Di base dire che non ci sono sidequest in “Final Fantasy XIII” è un dato oggettivo, ma resta la questione “E allora?”.

Leggiamo a questo proposito il commento di un lettore del sito.

“No ma se le sidequest sono come nel XII ‘prendi l’ordine, uccidi il mostro, prendi la ricompensa’ possono anche non metterle.. sono belle quelle che approfondiscono la trama, ti mostrano nuovi punti di vista, nuovi personaggi o semplicemente hanno un senso.. 

Sotto quel punto di vista non era male Suikoden Tierkreis per ds, dove potevi finire il gioco in (relativamente) poche ore ma se ne avevi voglia potevi fare mille altre cose che rendevano la trama più particolareggiata”

Questo paragrafetto sgrammaticato, per me, vale di più come recensione. Non si limita, infatti, al dato oggettivo, ma giunge a una considerazione.

“La città di Abetolandia è bella perché è piena di abeti.”

Questa frase potrebbe far guadagnare al nostro amico esploratore preistorico una seconda clavata in testa. Perché dire che una città è piena di abeti? Forse per far contenti i fanatici degli abeti, quelli che, una volta che hanno visto un abete, si disinteressano a tutto il resto.

Il mondo è pieno di fanatici. Il mondo della Lirica, ad esempio, è pieno di gente che quando legge una recensione vuole sapere a tutti i costi se i cantanti erano bravi o no. Se lo spettacolo è bruttissimo e non ci si capisce niente ma i cantanti sono bravi, siamo tutti contenti.
Se ci facciamo caso, infatti, la recensione di un’opera lirica si presenta quasi sempre come una pagella dove al posto delle materie troviamo i cantanti, l’orchestra e la regia e di fianco a ognuna di queste tre cose un giudizio. Anch’io ho scritto recensioni del genere, ma non voglio più farlo. Secondo il mio modesto parere, recensioni del genere danno una visione riduttiva di un qualsiasi prodotto, che va analizzato invece secondo una idea di base e una sola.

Qual è l’idea di base di un videogioco? Quella di mettere di fronte a un esperienza che, a differenza da quella di un film, vedrà coinvolto il fruitore in prima persona.
Poco importa se la scheda grafica è all’avanguardia, tanto da rendere necessario l’impiego di un reattore nucleare per far girare il gioco sulla propria TV, se il gameplay e figo o meno o se i personaggi sono stereotipati. Conta solo sapere se, da tutte queste cose, deriva un’esperienza coinvolgente, e di che livello.

A questo punto potrei anche lasciarmi scappare una rivelazione sensazionale: la grafica degli ultimi Final Fantasy vale poco o nulla.

Non ho detto che non sono belli nonostante la grafica figa, eh. Ho proprio detto che la grafica di questi giochi di figo non ha assolutamente niente.
Quando diciamo “grafica” intendiamo tutto ciò che riguarda l’aspetto visivo di un prodotto.
Spesso si pensa alla grafica come a qualcosa in continua evoluzione, tale che sarà inevitabile che la grafica di un gioco venga superata da quella del successivoIn realtà definire la grafica di un Final Fantasy VIII “inevitabilmente superata” da quella di un “Final Fantasy XII” è come definire i quadri del Pinturicchio “inevitabilmente superati” dalle foto che si fa mia zia con “CamWow”.

Non si può negare che sia piacevole osservare il realismo di molti dettagli in un qualsiasi Final Fantasy recente, ma è un piacere che passa appena si staccano gli occhi dallo schermo. Un po’ come quando si guarda in un caleidoscopio. Lo guardi per un po’, tutto contento, poi lo butti via e te ne dimentichi. Questa vi sembra un’esperienza coinvolgente?

La grafica di Final Fantasy VIII non si dimentica dopo aver staccato gli occhi dallo schermo. Questo perché i filmati sono registicamente perfetti, le location sono architettonicamente perfette e ogni schermata è scenograficamente perfetta.
Come dimenticare, ad esempio, quella particolarissima inquadratura dall’alto nella città di Timber, che mostrava due bambini affacciati alla finestra in primo piano e i nostri personaggi per strada?

Quello che fa grande un pittore come il Pinturicchio è la capacità di dare forma a una propria idea tramite quelli che sono i termini del linguaggio che ha scelto (forma, colore, linea…). Lui ci è riuscito e viene quindi ricordato come un grande. Altri pittori hanno raggiunto una padronanza di mezzi superiori alla sua ma non sono riusciti a fare un cavolo.

Non è solo questione di “cuore”. È questione di rendersi conto di quale sia la funzione di un prodotto X.
Molti, ad esempio, criticano i fuoristrada perché sono potenti e veloci ma ingovernabili, tanto che basta cambiare marcia per andare fuori strada (da cui il nome).
Non so se sia vero, non ho mai guidato un fuoristrada, ma il concetto è quello. Una recensione deve spiegare cosa rende un prodotto degno di essere comprato e cosa no.

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Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?

4 pensieri su “Sì, ma la “Square-Enix” che c’entra?

  1. Mauro ha detto:

    Bellissimo il paragone “critico-esploratore”.

    Purtroppo la Square-Enix ci imbrocca abbastanza, perché credo che continui a vendere. A parere personale, dopo l’ottavo capitolo hanno solo cominciato a scendere, per l’impegno e l’inventiva.
    Il decimo era interessante, ma potevano fare di più.
    Il dodicesimo è banalità e noia, dopo il quale non ne ho toccati più, non mi hanno detto più niente.
    Per quanto riguarda gli on-line, a vederli, non sembrano affatto final fantasy, ma tutt’altro, imitando gli altri MMORPG (come il film “Spirits within” che non c’entra nulla colla serie, imitando però i film di fantascienza americani).

    Per contro gioco ancora all’ottavo, ogni tanto: è come rileggersi un buon libro che ti è tanto piaciuto.

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