Terza Settimana di Vignette Antifemministe: cronaca di un fallimento pt1

“Quello che auspico è che tutti gli antipucchosisti del mondo si uniscano in nome di un unico comune denominatore, ossia la Ragione, l’Illuminismo che combatte l’oscurantismo.”

Con questa idea in testa mi presentai agli antifemministi parlando di antianimalismo e agli antianimalsiti parlando di antifemminismo. Ecco come fu che fallii miseramente.

L’ateista, ovvero come fallì il mio tentativo di avvicinare antifemministi e antianimalisti sul fronte antifemminista

“E voi banditi,
pirati e contrabbando,
è da parecchio
che vi sto osservando.
Ma che rivoluzione!
La vostra aspirazione
è diventare
né più e né meno
come quelle persone serie.

(Edoardo Bennato)

Purtroppo (secondo il mio punto di vista) questa mia idea non è ancora molto in auge tra gli antifemministi, che sono spesso prontissimi a dividersi per ogni sciocchezza, e sono poco inclini a cercare invece punti di contatto.
Poco dopo aver conosciuto “A Favore della Sperimentazione Animale”, andai su un gruppo di FacciaLibro antifemminsita e la portai all’attenzione dei presenti. “Ecco una pagina di cui dovremmo seguire l’esempio! Questi hanno capito benissimo qual è il punto! Razionalismo! Illuminismo! Solo così si può davvero essere antisessisti e antispecisti…“.

Un antifemminista mi rispose: “Ma scusa, tu sei antispecista o no? No, perché un antispecista è un animalista, non lo sai?”.
Dovete sapere, infatti, che quando si dice “antispecisti” si indicano solitamente gli animalisti, nonostante questi siano, se andiamo a vedere, sostanzialmente specisti.
Io risposi che lo sapevo benissimo ma che, appunto servendomi della Ragione, potevo facilmente capire che, così come un femminista non è un antisessita e uno che dice “L’uomo bianco ha distrutto il mondo.” non è antirazzista, uno che va in giro a dire “Gli animali sono migliori delle persone.” non può essere antispecista. Ne è nato un dibattito tutto impegolato sul termine “antispecista” al termine del quale il mio discorso sull’antianimalismo venne definito OT.
Questo è falso, perché l’antifemminismo non è una presa di posizione in un gioco di potere, ma un’idea, e questa idea deve essere appunto razionalista. Ergo, parlare di razionalismo tra gli antifemministi non dovrebbe essere assolutamente OT.

Sono in molti a considerare la Resistenza Razionalista una presa di posizione in un gioco di potere, un semplice smettere di credere in questo o quell’ideale.
In verità, il cinismo è l’ultimo stadio del pucchosismo. Dopo aver accarezzato per un po’ i cagnolini, aver coccolato le donne maltrattate, aver tenuto in braccio i bambini in chemioterapia eccetera, dopo essersi stufati della beneficenza, i pucchosisti abbandonano tutti allegramente in autostrada. Il cinico, quello che dice “Quando sento le farfalle nello stomaco bevo insetticida.” è un moralista che in capo a sì e no vent’anni (anche prima, se vince al Superenalotto) se ne andrà in giro ad appendere lucchetti ai ponti e a disegnare cuoricini.

Il cinismo è la stupidità suprema. Essere cinici vuol dire essere ottusi e, se proprio uno deve essere ottuso, tanto vale vedere il mondo tutto rosa, non tutto nero.

L’antipucchosismo è, invece, proprio la salvaguardia di valori che dalle ideologie pucchosiste vengono dapprima abusati e poi calpestati.

Per esempio, io mi definisco “così ateo da essere cristiano”, in quanto non mi sognerei mai di sostituire il dogma dell’infallibilità del Papa col dogma dell’infallibilità di Darwin.
Io sono cristiano così come sono una persona che crede alla chimica. Non credo che in un bicchier d’acqua ci siano tante palline con scritto sopra “H” e “O” legate insieme come si vede nei libri di scuola, e non credo che le donne vergini possano partorire. È chiaro che quello che vuole dirci l’illustrazione di un libro di scuola non è che gli atomi sono palline e che la storia di Gesù non insegna che le vergini partoriscono o che si può camminare sull’acqua.

Diffido enormemente di chi fa del proprio ateismo una fede.

L’antipucchosismo non insegna che i simboli non si toccano, bensì ad andare oltre. A tredic’anni è sintomo di intelligenza capire che le vergini non partoriscono, ma a vent’anni è un sintomo di intelligenza capire che il punto non è quello.

I femministi più seri parlano di eliminare ogni differenza di genere. “Che mi frega a me” dicono “di chi ha la gonna e chi non ce l’ha? Qua si muore di fame. Mettiamoci tutti in tuta, comodamente, e viviamo una vita tranquilla, senza troppe seghe mentali.”.
Devo ammettere che un punto di vista lo capisco. Parlando di donne che lavorano, ad esempio. Come posso parlare di donne che lavorano? Cosa posso dire alle donne a cui non basta lo stipendio del marito per tirare avanti? Semplice: se serve, mandate i vostri figli a lavorare in miniera finché non si reggono in piedi, quando non si reggono in piedi prostituiteli finché rimangono interi, quando iniziano a sfaldarsi, vendete gli organi che potete vendere; mangiate il resto. Quel che conta è tirare avanti, lasciare almeno un ovulo o un embrione da cui possa nascere un individuo che vivrà in una famiglia dove non solo non lavoreranno donne e bambini, ma neppure gli uomini.
Non ho intenzione di cercare un’etica o una morale nel lavoro. Il lavoro è la versione umana di quello che fanno i cani randagi quando lottano per mangiarsi la carcassa di un topo di fogna. Quindi, se c’è bisogno, che le donne lavorino.

Un’immagine mi viene sempre in mente è quella della zia di Rossella O’Hara in “Via col vento”, quando si preoccupa del fatto che la nipote resti sola a badare a una partoriente mentre gli altri scappano, in quanto che una ragazza resti sola “non sta bene”. “C’è la guerra!” le fanno notare “Non lo capite?”.

Io per capire capisco, ma la paura è follia. Non voglio tagliare il nodo gordiano della femminilità solo perché è conveniente. Non lo voglio né come antifemminsita, né lo vorrei se fossi femminista.

Metodi alternativi

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