Il “Lohengrin” scaligero e le scenografie teatrali

Pubblico oggi, con un po’ di ritardo dovuto a inconvenienti tecnici, l’articolo scritto all’indomani della prima scaligera del 7 dicembre 2012.

Ieri sera si è aperta la stagione scaligera con il “Lohengrin” di Wagner.
Serata che musicalmente mi ha soddisfatto più di altre (mi viene in mente la celebratissima “Carmen” di qualche anno fa).
Non amo impegolarmi in discorsi sulle singole vocalità dei cantanti. Mi sono piaciuti particolarmente René Pape (re Enrico), e la fisicità di Evelyn Herlitzius (spaventosa soprattutto all’inizio del secondo atto). Inevitabile un accenno a Annette Dasch (Elsa), la soprano che ha sostituito eroicamente Anja Harteros e la sostituta Ann Petersen. Non molto sciolta ma apprezzabile, indubbiamente. Forse più apprezzabile in video che dal vivo, dal momento che la sua voce non ha proprio il timbro wagneriano.
L’impressione generale, in effetti, è stata quella di assistere a uno spettacolo di voci non malvagie, ma appartenente a un epoca lontana da Wagner. Questo alle volte è un bene, perché è piacevole riscoprire un Wagner “belcantistico”, morbido, specie dopo anni di ululati che hanno tenuto fede più ai luoghi comuni sul compositore tedesco che alla sua musica, ma in parte la mancanza di voci “da colosso” come quelle richieste da certe partiture si fa sentire. A farne le spese è soprattutto il tenore, costretto a cantare tutto uguale, per quanto il suo mezzo espressivo possa essere buono.
Quando dico, tuttavia, che non voglio impegolarmi in discorsi sulle singole vocalità, su come sono state, su come avrebbero potuto essere eccetera, intendo dire che bisogna distinguere tra le sacrosante riflessioni su come cantare Wagner, essere all’altezza dei grandi del passato e l’approvare o meno uno spettacolo. Si possono fare molte riflessioni su dove si collocano le vocalità ascoltate ieri sera nella discografia wagneriana, ma io mi limito a dire che durante il “Don Giovanni” dell’anno scorso mi sono addormentato e ieri sera no. Questo, per il momento, può bastarmi. Per me la Scala, infatti, deve avere non solo la funzione di promuovere l’eccellenza, ma anche quella di diffondere. Diffondere il particolare, certo (Wagner cantato come Wagner, Verdi come Verdi eccetera), ma anche il generale. Cioè, devi uscire dal teatro con la voglia di saperne di più di quello che hai appena visto.
Ragion per cui un po’ posso capire quelli che hanno criticato la regia di Claus Guth, che pure mi è piaciuta molto. Forse mi sarebbe piaciuta molto in un altro teatro, ma alla Scala no.
C’è un altro discorso da fare a riguardo.
Da tempo, ormai, su questo blog, sto straparlando di un articolo sulle scenografie teatrali che non arriva mai. Questa potrebbe essere l’occasione buona per tirarle fuori.

“Troppo semplice fischiare ciò che non si capisce invece che ragionarci sopra”, scrive Alberto Mattioli su “La Stampa”. A quanto pare quelli che criticano chi non ama le regie moderne si immaginano questi ultimi vogliosi di fondali dipinti e piume di struzzo. In realtà non è proprio così; c’è anche quello, ovviamente, ma non penso che tutti coloro che hanno da ridire su certe scelte siano così ottusi da rifiutare tutto ciò che non è estremamente filogico.
Per me il problema è un altro. Durante uno spettacolo del genere si ha l’impressione che “Nun ce riguarda”. Mi viene da pensare che, se andassi dal regista e gli chiedessi cosa significano le sue scelte registiche, lui, prima ancora di raccontarmi cazzate o meno, mi guarderebbe con aria indisponente e mi chiederebbe “A te cosa interessa?”.
E in realtà mi interessa eccome, perché lo spettacolo è fatto per me. Non nel senso che “devi farmelo capire” parlando semplice, ma nel senso che non puoi parlare da solo.
Oggi molti registi ti raccontano la loro visione dei fatti non tramite la messa in scena, ma mettendo in scena simbologie non sempre chiarissime (per esempio proprio non afferro perché la prima notte di nozze l’abbiano ambientata in uno stagno) che peraltro disturbano la sospensione dell’incredulità.
Perché io vedendo un cavaliere che entra in scena accompagnato da un cigno posso pensare all’eroe che viene a salvare il mondo. Magari, vedendo lo stesso eroe in imbarazzo davanti agli omaggi dei suoi cavalieri, posso pensare a un eroe in difficoltà. Ma vedendo una che, accusata di omicidio si mette a suonare il pianoforte, prima ancora di pensare a una con dei problemi, mi rendo conto che sto guardando uno spettacolo teatrale.
Certe cose mi fanno sentire fuori dalla storia.
Questi registi sono come quegli scrittori che vogliono spiegarti la storia mentre te la raccontano.
L’idea mi piace (un Lohengrin umanizzato, Wagner che non riesce a scrivere una fiaba… bello, bello, bello), ma non mi piace come l’hanno realizzata, perché non c’è stata drammatizzazione.
Vorrei fare il paragone con due spettacoli che ho visto di recente a Bergamo. Si tratta della “Maria Stuarda” di Federico Bertolani e della “Bohéme” di Ivan Stefanutti.
Dalle “forme archetipe” la prima, come informava il programma di sala, e molto tradizionale la seconda.
La cosa bella, però, è che una regia è stata non filologica senza perdere di efficacia e l’altra è stata filologica senza essere facilona.
La scenografia della “Maria Stuarda” di Bertolani era formata da un cubo (la forma archetipa di cui sopra) messo lì a suggerire tante cose. La prigionia della protagonista, la sua condanna a morte, le barriere tra i protagonisti… tutte le cose presenti nell’opera, insomma.
Si tratta di “forme”, appunto. La rappresentazione non è filologica, ma non corre dietro a simbolismi di cui conosco il significato (perché me l’hanno spiegato nelle interviste) ma che sento distante.
Di Stefanutti conosciamo tutti la passione. Luci taglienti, scene nevrotiche, personaggi cupi… ma questo non si traduce in noiosi teatrini dell’assurdo. Non vedi gente che si butta in terra in preda alle convulsioni, per esempio, ma questo non vuol dire che il suo sia un modo “facile” di proporre la storia. L’uso dei colori (si pensi all’apparire improvviso dei palloncini argentei di Parpignol nel secondo quadro) e degli effetti (la nebbia nel terzo quadro) c’è comunque. Il regista ha comunque modo di esprimere la sua opinione, solo che lo fa da regista, coi mezzi che ha a disposizione.
A me quella “Bohéme” è rimasta impressa, mi ha dato qualcosa, e non si tratta solo di un punto di vista su questo o quel personaggio. È qualcosa di più profondo, più diretto.

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Il “Lohengrin” scaligero e le scenografie teatrali

4 pensieri su “Il “Lohengrin” scaligero e le scenografie teatrali

  1. Caro “vignettaio”, sulla regìa di Guth avevo sintetizzato il mio giudizio in 10 righe, la sera stessa del 7 dicembre, come forse avrai letto sul mio blog.
    E guarda che non erano affatto considerazioni sarcastiche!
    Il soggetto che Guth (con il suo drammaturgo Dietrich) si è inventato è assolutamente intelligente, frutto di studi e ricerche, sulla biografia di Wagner e soprattutto sulle sue opere (successive al Lohengrin). Il riferimento a Kaspar Hauser è fatto esplicitamente da Dietrich e il Lohengrin che vediamo in scena è precisamente quel povero ragazzo coetaneo di Wagner. Ed è figlio di quel Parsifal di cui (però quasi 40 anni dopo, a proposito della favola del lupo e dell’agnello…!) Wagner si occuperà, combinazione insieme ad un cigno trafitto dal papà di Lohengrin (qui c’è materia per qualunque volo pindarico-freudiano…)
    Poi c’è Elsa e il suo rapporto freudianamente morboso con il fratellino, dove non è difficile scorgere tendenze addirittura incestuose. Il tutto in un ambiente domestico malsano (la coppia dei tutori Ortrud-Telramund).
    Insomma, un moderno dramma alla Ibsen, o alla Strindberg, frutto di una preparazione meticolosa e oggetto di un’esecuzione di alto livello.
    Ma con tutto ciò, che hanno a che fare il testo e soprattutto la musica del Lohengrin di Wagner?
    Ciao!

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