“La serenata al vento” di Aldo Finzi; non proprio buona la prima

È il 1937. Il compositore Aldo Finzi  partecipa al concorso indetto dal teatro alla Scala per una nuova opera da eseguirsi l’anno seguente e lo vince. L’opera vincitrice è “La serenata al vento”, opera buffa in tre atti che parla di figlie ribelli, genitori severi, matrimoni combinati, scandali… insomma, quelle cose lì.

L’opera, però, non viene eseguita, ed il premio non viene assegnato.
Il motivo? Aldo Finzi è ebreo, e questo è il periodo in cui stanno entrando in vigore le leggi razziali. Al compositore sarà vietato pertanto di far eseguire la propria musica, che, nonostante questo e le altre mille peripezie della sua triste e avventurosa vita continuerà a comporre. Pare che le ultime parole di Finzi siano state “Fate eseguire la mia musica”.

Il primo dicembre 2012, finalmente, “La serenata al vento” è stata messa in scena al Donizetti di Bergamo. È stata la prima assoluta, ospitata dal teatro bergamasco e realizzata dall’Opera Aeterna di Gerusalemme. Realizzazione di scene e costumi a cura degli studenti della Scuola di Teatro HaMartef.

Non c’è molto da dire su come è andata questa serata. Non si sentiva niente e quando si sentiva non si capiva. Alla prima scena ho notato subito che la pronuncia italiana degli interpreti lasciava parecchio a desiderare (sembrava una puntata di “Mistero”), ma già alla seconda ho capito che quello era il problema minore. Alla fine del secondo atto (ma anche a metà) sentivo il pubblico soffrire per loro.
Non posso neanche dire che cantassero male… semplicemente non cantavano. Non so dire cosa stessero facendo.
Nessun applauso spontaneo, e spesso silenzio anche quando viene il momento di applaudire. Qualche commento amaro espresso ora ad alta voce ora diretto al solo vicino di posto da parte di alcuni spettatori ma niente fischi. Potrei aggiungere “purtroppo”, non tanto per risentimento nei confronti degli interpreti, ma perché l’insoddisfazione che si respirava in teatro era tale che mi è sembrata ipocrisia non manifestarla apertamente. Alla fine sentivo sospiri liberatori da parte dei miei vicini di posto ma nessun fischio. 

L’opera in sé, però, non era male. Certo non la andrei mai a sentire per la storia (che parla di una misteriosa serenata intonata non si sa da chi e della ricerca del seduttore da parte del brutale padre della protagonista), né per i personaggi, ma ha vivacità. Pantomime, colpi di scena (come l’ingresso di un personaggio che sviene nel salotto della protagonista o quello di un uomo che piomba letteralmente in camera sua). Le scene di gruppo, il modo in cui sono musicate, mi hanno fatto pensare un po’ a “La mia vera storia” di “Aladdin” (la canzone in cui il ragazzo scappa dalle guardie dopo aver rubato un pezzo di pane).  I personaggi gridano, intervengono, si rispondono tra loro… il ritmo è eccellente.
In questo la mimica dei teatranti israeliani (di alcuni di loro, almeno, soprattutto dei figuranti muti) è servita. Un po’ meno i costumi, che avevano probabilmente l’intenzione di servire questa vivacità, ma sembravano usciti da un incidente nucleare.

Niente di particolare da dire sull’orchestra, salvo che andava un po’ per gli affari suoi.

La serenata al vento

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