La scuola all’opera: “Così fan tutte”

Anche quest’anno il teatro Donizetti ha organizzato il progetto “La scuola all’opera”, con il quale vengono portati a teatro bambini delle elementari e ragazzi delle medie. Questo progetto, che riguarda un titolo per ogni stagione, presentato in forma ridotta durante l’orario scolastico, quest’anno riguardava il “Così fan tutte”.

Dico subito che, prima ancora di andare ad assistere a una di queste recite mattutine, ero dubbioso circa la scelta del titolo. No, non perché mi sembrasse “incomprensibile” per i bambini. Non credo esistano davvero cose che i bambini non possono capire; e, comunque, il fatto che qualcuno non capisca una cosa non è un buon motivo per non mettergliela davanti.
Ma “Così fan tutte” è un’opera che si rivolge al mondo degli adulti, che vuole cercare di svecchiare un modo di vedere le cose che per i bambini si spera non sia ancora un problema. I protagonisti si ritrovano disillusi rispetto a delle illusioni da cui si comincia a essere bersagliati qualche anno dopo la pubertà.
E poi, temevo che la cosa degenerasse in quel “maschi contro femmine” che personalmente mi preoccupa molto più della pedofilia (quantomeno per il fatto che la pedofilia è illegale, mentre “maschi contro femmine” no!). In effetti il programma di sala stesso ci rassicura che “Così fan tutte” parla di “vizi [che sono] più degli uomini che delle donne, malgrado il titolo”. Non si sa perché, ma almeno le bambine sono state messe a riparo dai traumi. I bambini un po’ meno.

Due parole su questo programma di sala che veniva distribuito agli studenti (io me ne sono procurato uno rovistando in un cestino). Conteneva la trama, raccontata dalla voce narrante di Despina, la descrizione dei personaggi, il libretto (ridotto come la versione che stava andando in scena dello spettacolo) e lo spartito del coro del primo atto “Bella vita militar”.
Questo sarebbe servito ai giovani spettatori perché, come ogni anno, nel corso dello spettacolo c’è stato un momento in cui sono stati chiamati a cantare insieme al coro.

Tornando al discorso di prima, una volta in teatro mi sono accorto che il pubblico non era composto solo da bambini, in quanto l’età degli spettatori arrivava fino a quella dei ragazzini delle medie. Cosa interessante perché, checché se ne dica, i ragazzini delle medie non sono bambini. Sì, saranno stupidi, ma secondo questa logica il mondo sarebbe pieno di bambini. Comunque la pubertà l’hanno raggiunta, e questo creava un’interessante distinzione tra due zone del pubblico: bambini e ragazzi. Per questi ultimi, forse, certi temi discussi nell’opera sarebbero stati più interessanti.

O magari no. Ho parlato con una professoressa che ha accompagnato una classe delle medie a questo spettacolo e la risposta alla domanda “Come hanno reagito i tuoi studenti a questo spettacolo?” la risposta è stata “Si masturbavano, lanciavano caramelle dai palchi sui bambini più piccoli in platea e ascoltavano in cuffia i Linking Park. L’unico commento inerente lo spettacolo era che le interpreti portavano gonne troppo lunghe per poter stare in scena.”. Tralasciando la natura filologica della masturbazione durante un’opera buffa (e magari dei commenti all’abbigliamento), l’immagine non è edificante. La professoressa di cui sopra mi ha confermato che il pubblico più attento era quello delle elementari.

Ad ogni modo, questa esperienza mi è piaciuta molto per due motivi. In primo luogo questa versione ridotta del libretto lascia sì un po’ troppo appetito per alcuni versi, ma per altri è davvero molto apprezzabile. Snellito specie per quel che riguarda l’approfondimento psicologico dei personaggi, il ripetersi di alcune situazioni e i recitativi. Despina diventa un personaggio di rilievo; perde una delle sue arie ma spadroneggia per quel che riguarda le scene dei travestimenti, su cui sembra che il regista abbia voluto soffermarsi per queste recite mattutine.
A proposito di queste scene, non me ne voglia la bella Valentina Vitti (Despina), ma nella scena del primo travestimento quel medico somigliava un po’ troppo a Despina. Pare sia una scelta registica (che non so spiegarmi) però, dato che anche la Despina di Roberta Canzian (recita serale e pomeridiana) ha caricato poco quel ruolo per poi caratterizzare molto di più il notaio Beccavivi.
L’altro motivo è che l’atmosfera era, senza retorica, bella. Ho sempre sentito i cantanti che ho intervistato e interrogato riguardo a queste recite elogiare la risposta molto spontanea del pubblico, e in effetti avevano ragione. Molte scene, secondo me, sono state accolte come dovevano. Risate per le convulsioni di Guglielmo e Ferrando nella già citata scena del medico, ululati per le scene di seduzione eccetera. Intendiamoci, non è che durante le recite canoniche ci fosse un pubblico di morti; domenica, vicino a me, sedeva una vecchietta che commentava, durante la stessa scena, “Uh…! Ma guarda te…! Li stira…!” (la “pietra mesmerica” utilizzata da Despina, in questa regia, altro non era che il suo fidato ferro da stiro). Tuttavia qui l’atmosfera era ancora più spontanea; nella scena in cui le due donne si “spogliano” (per così dire) per dirigersi a folleggiare coi loro corteggiatori, qui sentivo commenti e fischi alle attrici…! Un conto è non essere freddi, un altro è provare addirittura a interagire con gli attori. Attori in quanto tali, non attori che si improvvisano animatori per dialogare con il pubblico; uno che urla apprezzamenti a Sabina Beani che si toglie la camicia e rimane in vestaglia sa benissimo che sta parlando con un attrice e lo spettacolo andrà avanti anche se non lo farà.

Indulgenza per i cantanti! Un’altra cosa di cui molti di quelli che hanno fatto queste recite mattutine si sono lamentati è stata la fatica a cui esse sottopongono. È vero. Cantare “Così fan tutte” di prima mattina non è un gioco da ragazzi (è “come muovere i macigni”, come direbbe Matteo Falcier), e infatti spesso i risultati ne risentivano. Molti acuti sono saltati, l’espressività non è stata la stessa che ho sentito altre volte… ma mi sento di essere indulgente. A parte quello che poteva essere un problema per limiti fisici, il resto del lavoro è stato svolto a dovere da un cast composto da Diana Mian (Fiordiligi), Sabina Beani (Dorabella), Marco Bussi (Guglielmo), Edoardo Hurtado Rampoldi (Ferrando), Daniele Piscopo (un Don Alfonso meno credibile di quello messo in scena da Lorenzo Regazzo domenica e venerdì, in quanto giovane e aitante) e la già citata Valentina Vitti (Despina). Un cast completamente diverso da quello delle due recite canoniche (a differenza di quanto è accaduto per altri spettacoli dello stesso progetto), probabilmente anche per preservare la voce dei cantanti.

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