“Maria Stuarda” a Bergamo e piccola riflessione sulle scenografie teatrali

Dopo l’inizio brillante col “Belisario”, il Festival Donizetti ha rilanciato con un titolo assai impegnativo: la Maria Stuarda”.

Da dove cominciare? La prima cosa che salta all’occhio in questa produzione è l’impostazione funerea della regia. Colori cupi e macabri adeguati al titolo, ma ho avuto modo di vedere da vicino i costumi di Manuel Pedretti, prima dello spettacolo, e devo dire che in una scena di massa perdono molto del loro fascino.

Sintetica la scenografia, formata da un cubo al centro della scena che rappresenterà volta per volta il trono della regina, il carcere della prigioniera finché solo alla fine lo spettatore si accorgerà di trovarsi di fronte a una vera e propria ghigliottina.

Molto evocative le luci di Claudio Schmid, forse poco protagoniste, dato che la scena resta perlopiù avvolta in un neutro bianco e nero e solo in alcuni momenti, per esempio il finale con l’uscita di scena di Maria Stuarda, in cui il cubo di cui sopra si apre per liberare una candida luce sfolgorante.

La “Maria Stuarda” è ormai un’opera dalla lettura completamente soggettiva, come ci ricorda il programma di sala. Che tanta austerità, oltre che all’atmosfera funerea, sia dovuta anche al fatto di volersi porre nel mezzo? In effetti, è stato uno spettacolo abbastanza neutrale dal punto di vista dello scontro tra le due personalità di Maria ed Elisabetta, e piuttosto fedele alla partitura di Donizetti e al libretto di Giuseppe Bardari (all’epoca studente diciassettenne subentrato a un oberatissimo Felice Romani).

È pleonastico dire che la grande attesa per questa recita era per Mariella Devia. Ecco, io purtroppo non l’ho sentita in quanto, suppongo per ragioni di chachet, è stata scritturata per una recita sola. Posso dirvi che i commenti di altri spettatori, colleghi e non, sono entusiasti. Sapete come la penso a riguardo: commenti dei critici teatrali sono in genere da prendere con le pinze, non perché siano più o meno disonesti dei critici di altre forme di intrattenimento, semplicemente per il fatto che, per quanto sia triste ammetterlo (e sconveniente ammetterlo scrivendo una recensione), la mole di spettatori di questo genere non è tale da giustificare un impegno giornalistico che vada oltre il semplice “Tò, guarda, ho fatto un articolo su questo spettacolo.”. Comunque sia, in questo caso direi che possiamo tranquillamente credere agli entusiasti, in quanto è notorio quanto questo ruolo si addica alla cantante in questione sotto tutti i punti di vista, si potrebbe dire anche per quanto riguarda i più spiacevoli (il manierismo pieno di portamenti da molti criticato nella signora, in una tragica primadonna come questa, è più un pregio che un difetto).

Il ruolo della protagonista nella seconda recita, secondo il programma, sarebbe dovuto andare a Donata D’Annunzio Lombardi (e, se devo essere sincero fino in fondo, dopo la “Butterfly” dell’anno scorso avevo più fretta di vedere lei che la Devia, naturalmente con tutto il rispetto), viceversa è stato sostenuto da Majella CullaghNon ho nulla da rimproverarle, ma avrei preferito sentire un timbro più caldo.

Per quanto riguarda l’altra primadonna, Elisabetta, questo ruolo è stato sostenuto da Josè Maria Lo Monaco, che lo ha interpretato con grande pathos. Personalmente, penso che proprio questo pathos abbia fatto pendere la bilancia delle simpatie verso la regina inglese. Va anche detto che questo personaggio, in un’epoca come la nostra, finisce forse per attirare più simpatie della rivale per via della sua stessa natura.
Almeno dal mio punto di vista, Maria è un personaggio sì innocente, ma non necessariamente puro, nel senso che la sua innocenza non ha nulla di interessante, è semplicemente una che “non ha fatto niente”. Intendiamoci, sto parlando unicamente del personaggio teatrale, non del personaggio storico, ma credo che secondo i canoni odierni la tormentata Elisabetta conquisti molto più facilmente; non per mere ragioni di “sapore” (il suo personaggio è più saporito di quello di Maria), ma perché attraverso di lei gli autori hanno modo di parlare di concetti quali la ragion di stato, la sanguinolenta storia dei reali del Regno Unito eccetera.

Un po’ senza voce il tenore Dario Schmunk. Un problema di cui avevano risentito anche i protagonisti della “Maria di Rohan” in questo stesso periodo. Cambi di clima impietosi? Darò la mia risposta a questa domanda con un complesso ragionamento sull’apparato respiratorio e il lavoro che il cantante deve fare su di esso: bhò! E che ne so? Può darsi! Comunque il risultato è lo stesso.

Da segnalare anche la presenza di Marzio Giossi nel ruolo di Lord Guglielmo. Da segnalare perché, se volete, potete leggere una sua intervista qui.

Assolutamente necessario un accenno al coro, che ha fornito una prova così convincente che al momento del suo numero d’oro, la scena sesta del terzo atto, si è visto richiedere un bis.

Prossimo appuntamento: “La Bohéme” venerdì 19 e domenica 21 ottobre.

Annunci
“Maria Stuarda” a Bergamo e piccola riflessione sulle scenografie teatrali

3 pensieri su ““Maria Stuarda” a Bergamo e piccola riflessione sulle scenografie teatrali

    1. È vero. Non mi sono permesso, più che altro, per non avere una grandissima conoscenza di quest’opera in particolare (cosa che ammetto senza remore perché è vero che ci sono cose che non si può non conoscere, ma è anche vero che ce ne sono così tante che è impossibile conoscerle tutte). In questo mio primo ascolto integrale non mi sono trovato male, comunque.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...