Giustiniano ci racconta il “Belisario”; intervista a Francesco Palmieri

Dopo il “Belisario” di qualche giorno fa ho intervistato per voi il basso Francesco Palmieri, alias Giustiano. Ecco cosa mi ha raccontato.

Una descrizione di te in poche parole.

Non amo parlare di me, e sono anche poco avvezzo alla sintesi. Anche questa potrebbe essere una descrizione.

Come ti trovi in questo ruolo? Hai qualcosa in comune col tuo personaggio?

Poter vestire i panni di un personaggio storico così di rilievo è un grande privilegio. Vestire i panni di qualsiasi personaggio è un’occasione. Il personaggio ti offre la possibilità, attraverso la sua incompletezza, di misurare la tua incompletezza nella vita. Questa, a parer mio, è l’unica completezza possibile, la grande offerta che fa il teatro!
Dal punto di vista musicale mi sarebbe piaciuto essere impegnato di più, ma alla fine mi rendo conto che nell’economia generale dello spettacolo tutto è impostato in una coralità, quindi tutti i personaggi contribuiscono alla sua realizzazione.

Come ti trovi, invece, in questo repertorio?

In questo tipo di Donizetti mi trovo abbastanza bene. Ci ho visto la radice di quello che poi sarà il melodramma italiano con Verdi. A parte il mio amore incondizionato per Verdi, io come vocalità mi sento verdiano.

Vedi un’attualità in questo repertorio? Perché un uomo di un’epoca frenetica come questa dovrebbe andare a vedere un Donizetti?

Perché uno dovrebbe andare a vedere un museo coi capolavori del ‘500? Se un capolavoro è tale, lo sarà per sempre, quindi non ne faccio un problema di attualità. Semmai c’è da chiedersi quanto siano attuali tante cose fatte al giorno d’oggi.
Io sono molto ortodosso in questo. Sono dell’opinione che un artista serio non si deve mai piegare al suo tempo, farsi sedurre dagli ammiccamenti delle mode. Un artista deve andare dritto per la sua strada, sempre che ne abbia una. Si è attuali e moderni nel momento in cui si è sé stessi. Soprattutto si è moderni quando si sente il peso del valore delle cose del passato. Purtroppo siamo ubriachi del mito dell’attualità, della modernità, della contemporaneità.

La tua massima aspirazione, o “sogno non realizzato”, se preferisci, come cantante?

Ci sono tanti ruoli che ancora non ho realizzato. Per esempio ce n’è uno che amo molto: l’arcivescovo di “Assassinio della cattedrale”. È un’opera che amo molto.

Impegni futuri?

In questo momento di crisi non ce ne sono molti ma, bene o male, ci si arrabatta. Sarò a Catania, Firenze e all’Arena di Verona.

Ottima risposta. Bhè, alla prossima!

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