Seconda settimana di vignette antifemministe: piccola digressione da melomani

La donna è originale e stravagante.

(riscrittura sessantottina della scena di una scena de “L’elisir d’amore” in cui il cattivo definisce la donna “un animale stravagante”)

È mai possibile che si possa pensare oggi alla realizzazione di un “Rigoletto”, efferata istoria di un tirannello provinciale che usa e abusa dei suoi sudditi, di un satrapo che si sollazza di rapimenti e assassini in una Italietta divisa e primitiva, con tutte le conseguenze politiche e morali che ne possono derivare alla massa di pubblico che frequenta il cinema e che è centomila volte superiore a quello che frequenta il teatro lirico? È mai possibile che in un’Italia cattolica si possa riesumare per l’edificazione delle grandi masse un dramma come la “Tosca”, fosco e truce, intriso di sangue, con un contorno di abusi polizieschi? È mai possibile che nell’Italia moderna si osi parlare di rievocare davanti agli occhi di tutto il mondo il dramma da cronaca nera della “Cavalleria rusticana” (l’opera lirica, s’intende), con tutto il vecchio bagaglio coloristico della gelosia, del coltello, del costume? È mai possibile che in un’Italia che pretende di stabile una morale tra la razza bianca e quella di colore, si pensi a realizzare un’”Aida” in cui pateticamente e drammaticamente si esalta, mi pare, perché io non ho mai capito bene la storia, il connubio tra un bianco e una negra, al padre della quale non manca che l’appoggio della Società delle Nazioni per apparire come il Negus?

(Luigi Freddi a Benito Mussolini)

Vogliate perdonarmi, ma volevo , in attesa di cominciare gli articoli di oggi, proporvi un articolo che scrissi un annetto fa, e che ho già pubblicato una volta in occasione della prima scaligera dell’anno passato (un “Don Giovanni”, per chi non se lo ricordasse). Vogliate perdonarmi perché so bene di abbandonarmi troppo spesso a efferate citazioni da melomani e che, quando comincio, non la finisco più.
Comunque sia l’articolo che sto per proporvi tratta di censura ideologica femminista nel mondo della lirica. Come avevo accennato introducendo questa inchiesta, c’è un piccolo riferimento a un’opera d cui ho già parlato, questa settimana, ma la cosa è del tutto casuale, in quanto già avevo deciso di inserire questo articolo in quest’inchiesta prima ancora di scrivere quello di apertura.

CENSURA IDEOLOGICA NEL “DON GIOVANNI”

Qualche tempo fa c’è stata una diretta radiofonica de “Il flauto magico”. Per chi ha poca familiarità con questo titolo o con l’Opera Lirica in generale, la trama racconta del giovane principe Tamino, al quale la Regina della Notte chiede aiuto per ritrovare la propria figlia Pamina, rapita dal malvagio Sarastro. Nel corso della sua avventura, però, Tamino scoprirà che Sarastro ha rapito Pamina per proteggerla; egli, infatti, non è il mostro descritto dalla Regina della Notte e sarà, anzi, proprio quest’ultima che passerà a rappresentare la malvagità (l’oscurità contrapposta al regno solare di Sarastro) nella seconda parte dell’opera.
Questa storia (in cui possiamo cogliere vari livelli di lettura) si presenta difatti come una parabola illuminista, in cui si passa dalle arzigogolate bugie di una dimensione fiabesca (principi, principesse da salvare, draghi…) ad una dimensione razionale che permette il perfezionamento di sé stessi.

Durante l’intervallo della diretta, vari personaggi dicono la loro su quanto sta accadendo. Ascolto distrattamente questa parte della trasmissione, ma vengo colto da una frase bizzarra. “In altre rappresentazioni” dice una commentatrice di cui non ho afferrato l’identità “la Regina della Notte era TRA VIRGOLETTE UN PO’CATTIVA.”.
Ma come? L’incarnazione del male e delle tenebre era “TRA VIRGOLETTE UN PO’ cattiva?”. Mi sono messo in ascolto con più attenzione.
Questa affermazione faceva da cappello a un discorso secondo il quale, in sostanza, Sarastro sarebbe un patriarca misogino che tratta male le donne. Ed è così che tutta la storia dello scoprire le bugie ben raccontate dell’oscurantismo se ne va bellamente a puttane.
C’è da dire anche un’altra cosa, infatti: il regno notturno e quello diurno sono sì contrapposti, ma già il contrapporli significa considerarli paragonabili. Cioè, considerare la Regina della Notte un’eroina negativa può essere eccessivo, ma di certo è previsto che il pubblico provi una certa simpatia verso il personaggio; prova ne sia che è sua l’aria più nota di tutta l’opera. Sono bugie, le sue, ma bugie ben raccontate! È un personaggio importante, un omaggio a quei grandi virtuosi nei confronti dei quali Mozart dimostrò in vari frangenti una certa stima. Trasformarla nella protagonista di una di quelle improbabili scenette degli spot anti-stalking significa toglierle tutta questa complessità. Una complessità in cui è insito anche il concetto che il mondo della luce non può esistere senza questo mondo delle tenebre.

Forse la commentatrice esagerava, comunque, e io non so come sia stata effettivamente la regia di questo spettacolo (dalla diretta radio ho potuto cogliere solo l’audio), ma posso dire che spesso capita di assistere a regie che strapazzano le opere messe in scena per trasformarle in parabole femministe. Il risultato, il più delle volte, è quello di una visione delle cose edulcorata; si sta sul buonismo e non si fanno vedere al pubblico cose BLUTTEBLUTTEBLUTTE… non sia mai che capisca a quale spettacolo sta assistendo con tutte le sue complessità, che non possono, la maggior parte delle volte, essere spiegate col semplice ritornello “perché i maschi sono cattivi”.
Un’opera che ho visto spesso, parlando papale papale, fare MALE pur di metterci un po’ di femminismo è un altro capolavoro mozartiano, il “Don Giovanni”.
La grandezza di quest’opera sta nel modo in cui si riescono a rendere i vari personaggi. Essi vanno resi nelle loro complessità e nelle loro scabrosità. L’interpretazione dei personaggi rende l’opera una cosa viva.
Si tratta infatti di un’opera che tratta di temi… che necessitano di un’interpretazione del pubblico. Viene mostrata la condotta di Don Giovanni, di cui vengono date varie interpretazioni (come quella del servo, di cui ricordiamo la celebre aria in cui elenca le conquiste del suo padrone), vari punti di vista. Alla fine sarà LO SPETTATORE a dover dire l’ultima parola e gli stessi autori sembrano sfidarlo a farlo inserendo un finale II esplicitamente riduttivo. Ogni personaggio rappresenta un punto di vista perfettamente rispettabile, ha una sua dignità, si colloca in un sistema di personaggi dove non esistono ruoli umilianti, ma viene mostrata la bellezza di ognuno.
Dico che ciò rende viva l’opera perché a seconda della bravura degli interpreti lo spettatore sarà portato a scegliere un certo punto di vista.
Per esempio, noi non vediamo cosa succede di preciso nella prima scena dell’opera, quando Don Giovanni si intrufola in casa di Donn’Anna mascherato. Ci sono registi che tagliano corto, interpretando la cosa come uno stupro, mentre altri parlano di seduzione. Più avanti, Donn’Anna racconta lo “strano” (appunto) “avvenimento” al promesso sposo Don Ottavio. Se la cantante interpreta con intensità, possiamo credere alla sua versione dei fatti, mentre passerà per una smorfiosa che chiede al fidanzato di picchiare uno che le sta antipatico se non sarà in grado di interpretare.
Non esiste un “Don Giovanni” uguale a un altro!

Esistono, però, dei “Don Giovanni” mediocri, perché c’è chi, a costo di seguire una MORALISTA e riduttiva ottica femminista, MINIMIZZA questi personaggi così complessi.
Partiamo dal protagonista. Contrariamente a quanto ho sentito dire, il personaggio di Don Giovanni non è considerato universalmente un eroe, il suo agire non è l’agire di “un figo, mentre se lo fa una donna non va bene!”; il titolo “Don Giovanni, ovvero il DISSOLUTO punito” dice niente? Però neppure è un antagonista, perché le simpatie dello spettatore tendono a dirigersi verso di lui. È un eroe, sì, ma è un eroe negativo.
Invece l’ho sentito paragonare a Berlusconi che se la spassa con le escort. Rovinato. Da un lato abbiamo un personaggio certamente discutibile ma il cui punto di vista è molto vicino a quello degli autori, dall’altro del banale bunga bunga. Da un lato il burlador de Sevilla e dall’altro uno la cui arguzia… bhé, non ha bisogno di descrizioni.
Anche Leporello soffre di riduzioni caratteriali. Da un lato abbiamo un servo con le scarpe grosse, ma dal cervello fino, dall’altro un meschino.
Viene poi rovinato anche Masetto, che ho visto descrivere come un marito autoritario che pretende obbedienza cieca dalla moglie (perché si offende all’idea che la moglie lo abbandoni il giorno delle nozze per andare con uno che ha appena conosciuto). Da un lato abbiamo un marito cornuto che magari non fa una bellissima figura, ma che non si può negare sia “un uom d’ottimo core”, dall’altro un marito violento che picchia la moglie senza motivo.
È chiaro che questo patetico tentativo di far passare per prepotenza la stizza di un uomo cornificato rovina anche Zerlina. Da un lato abbiamo un personaggio sicuramente volubile, ma coi propri pregi, dall’altro una ragazzina dal comportamento piatto. E tutte le scene da seduttrice di Zerlina se ne vanno a puttane assieme alla storia dello scoprire le bugie ben raccontate.
Rovinata anche Donna Anna. Certi accorati appelli (il “Vendicar quel sangue giura!” esclamato all’indirizzo del promesso) hanno senso anche a seconda del perché vengono fatti e da chi (come ogni vendetta; se vi raccontassi la storia di un uomo che chiude un sacco di persone in una stanza e le massacra tutte, lo considerereste un eroe, se non vi dicessi che sto parlando di Ulisse?); se il perché è “Amo’… quello lì mi ha dato fastidio!”, la questione d’onore diventa un sopruso compiuto con la SCUSA di vendicare un sopruso.
Addio Donn’Anna, dunque. Da un lato abbiamo un personaggio un po’ depresso, ma sicuramente tragico e nobile nel suo velo di castità, dall’altro una donna frigida.
La sorte di Don Ottavio è legata a quella della promessa sposa… da un lato abbiamo un eroe non credibilissimo (senza macchia e senza paura), ma certamente tale (chi non vorrebbe essere come Don Ottavio?) e follemente innamorato, dall’altra uno zerbino a cui non pare vero di poter partire per le ronde padane (per la gioia di 40 donne su 100) e usa i capricci della propria fidanzata come SCUSA.
Poi ci sono pure quelli che dicono che Donna Elvira è una donna che si ribella ai soprusi del prepotente maschio Don Giovanni spingendo anche le altre donne a fare lo stesso… Rovinata anche lei. Da un lato abbiamo un personaggio molto emotivo, ma non per questo sgradevole, anzi (personalmente, tra quelli femminili, è quello che preferisco), dall’altro uno calcolatore e vendicativo… IL CONTRARIO! La freddezza prende il posto del calore.
Del commendatore non parliamone neanche. Egli, ultimamente, fa la fine che fanno tutti i grandi ruoli brevi ma necessari di grandi bassi (vedi Monterone e il grande inquisitore): viene affidato a cantanti di seconda scelta con “non so che al posto della voce” (cito un mio amico melomane). Tanto, deve cantare poco…

Ora non voglio esagerare ma, secondo me, di queste bislacche letture, anche la musica ne risente. Questo in quanto la musica non è scritta a caso, la maggior parte delle volte, ma vive insieme al libretto e ne incorpora il significato.
Per fare un esempio, perché Masetto canta la frase “faccia il nostro cavaliere cavaliere ancora a te” saltellando tra il fa e il la, tra semiminima e croma? Perché, in quel momento, è incazzato, sta perdendo il controllo e vuole rendere questo stato d’animo con una certa scrittura musicale. Un marito autoritario, per definizione, è quello che vuole mantere il controllo su una mogliettina succube. Sennò dove sta l’autorità? Avete mai visto un autoritario che perde genuinamente il controllo? Insomma, se il cantante ha un personaggio in mente, non potrà uscirgliene un altro. Perdonate quest’ultimo volo di fantasia.
Insomma, si è disposti a snaturare e storpiare dei capolavori, senza scrupoli, e questo pur di seguire i dettami del perbenismo.

Si tratta di CENSURA IDEOLOGICA, esattamente come quella che obbligò il povero Verdi a spostare l’azione del “Rigoletto” dalla Francia al ducato di Modena.

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