Seconda settimana di vignette antifemminsite: la condizione dell’antifemminista pt2

Il secondo articolo che volevo dedicare alla condizione dell’antifemminista si rivolge direttamente agli antifemministi. È una sorta di lettera agli antifemministi.
Come ho già detto più volte, io penso all’antifemminismo come a un'”eresia”, nel senso più etimologico del termine, ossia come a un’idea contraria all’ideologia dominante (in questo caso quella femminista).

Io non sono un campione di diplomazia. “Pezzo di idiota, quello che stai dicendo è falso”, in fondo, ha lo stesso valore, in una discussione, di “mi spiace contraddirti, ma quello che stai dicendo è falso”. Dico questo non perché non veda proprio nessuna differenza tra le due frasi ma perché seguo il principio “chi ha orecchie per intendere intenda”.
Una persona disposta a capire un discorso che si sta facendo non fa tanto la schizzinosa, se si trova davanti a qualche termine un po’ forte, e cerca di capire comunque. Chi, invece, sta cercando idiozie a cui appigliarsi per denigrare chi dice qualcosa, può trovarsi davanti anche la più diplomatica delle argomentazioni, ma qualche idiozia la trova comunque.
Non possiamo, però, ignorare l’esistenza di questi detrattori, termine che uso qui nel modo più dispregiativo possibile, per indicare coloro che rimestano nel torbido per screditare il povero Cristo di turno. Che ci piaccia o meno, siamo personaggi politici, e come tali dobbiamo operare.
Il nostro modo di parlare deve essere cristallino, scevro da licenze poetiche, quasi da enciclopedia medica. Non dobbiamo abbandonarci a nessun tipo di linguaggio o comportamento che possa essere usato da questo o quel femminista per darci dei maschilisti o dei lupi cattivi.
Dobbiamo essere meno brutali possibile, lavorare su noi stessi per essere sempre più vicini a uno status di intellettuale a cui chi predica il pensiero libero non può non aspirare.
Suggerisco quindi di limitare l’uso di figure retoriche quali “le femministe non scopano”, “nazifemministe” o “maschi pentiti”. Bisogna abituarsi a parlare come se il nostro interlocutore fosse un individuo che non ha mai sentito parlare di femminismo da convincere, non un femminista a cui rispondere a tono.

Quanto alla questione dei “maschi pentiti”, poi, vorrei aprire una parentesi.
Ho sempre detto che sono contrario all’uso di questo termine, che, per me, non ha senso. Chi parla di femminismo e antifemminismo facendo divisioni tra maschi e femmine non ha capito un accidente. La divisione è tra chi sceglie di aderire a una certa ideologia (per me un’ideologia sessista) e chi, non persuaso da essa, decide di criticarla. L’uomo femminista è un testa di cazzo, ma né più né meno di quanto lo sia una donna femminista. È un testa di cazzo perché va in giro a dire che il patriarcato va in giro a violentare le donne, mica perché lo dice con l’aggravante di essere un uomo. L’uomo femminista parla contro sé stesso, ma né più né meno di quanto parla contro sé stessa una donna femminista.
L’uomo femminista non è un uomo che è passato dall’altra parte della barricata. “Altra parte” rispetto a quale? Le due parti si chiamano “femminismo” e “antifemminismo”, quindi l’uomo femminista non ha tradito una delle due per passare all’altra, ne ha scelta una passando ad essa da uno stato di neutralità.
Per riallacciarmi al discorso che stavo facendo, credo che molti antifemministi usino termini quali “maschio pentito” in modo un po’… goliardico, senza riflettere troppo su quel che ho appena detto, in modo superficiale. Questa superficialità, in un dibattito politico, va… magari a malincuore… rifiutata. Si può essere brillanti, provocatori, spiritosi, ma non uterini.

Esiste poi un comportamento che bisogna evitare come la peste, per mostrarsi diversi rispetto a chi lo adotta: la censura. Grazie a Dio, non ho ancora sentito antifemministi vantarsi di quanto sono bravi a censurare, ma… prevenire è meglio che curare.
Soffrirò il giorno che vedrò un commento, per quanto maleducato, sparire da un sito femminista. Sia pur di fronte alla peggiore delle illazioni, dobbiamo prendere come un dovere morale quello di rifiutare la censura. Certe cose lasciamole ai blog femministi.
È vero, spesso ci si trova di fronte a individui imbarazzanti, gente palesemente e dichiaratamente venuta in un sito per trollare, ma la reazione migliore, secondo me, è cogliere l’occasione per mostrare a tutti che genere di persone sono i nostri detrattori.
Una strada pericolosa, lo ammetto (capita che il pubblico sia composto prevalentemente di idioti più in sintonia coi detrattori idioti che con quelli che rispondono), ma considerate un’altra cosa. Si comincia bannando/moderando i troll, quelli palesemente (se non dichiaratamente) venuti per provocare… e poi? Chi decide se l’individuo da giudicare è un troll o uno che sta dicendo la sua? Non che io non mi fidi del buon senso dei moderatori dei siti antifemministi ma… questo allo stato attuale. Un domani, secondo quale criterio si giudicherà se il censurato merita la censura? E se si finisse per adottare quello usato nei blog femministi, cioè “Mi stai simpatico o no”?
Chi ha la possibilità di censurare deve agire come uno scienziato, un matematico, che ignora completamente le apparenze ed arriva persino a pensare che un sistema per incrementare la produzione di latte sia produrre mucche sferiche.
Sarà un metodo ingenuo, ma come arriviamo a capire che il censurato merita la censura? Fidandoci dei sensi…? È necessario verificare continuamente. Solo così si possono trovare metodi di discussione che saranno validi tra cent’anni come oggi.

Solo un paio di riflessioni. Un’autocritica, se volete definirla così.

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