Seconda settimana di vignette antifemministe: un uso giusto delle ideologie?

 T. S. Jr.: “Un processo difficile: molti si sono persi, alcuni anche morti, con il dilagare degli allucinogeni, di cui si è fatto un uso assolutamente sbagliato.”
INTERVISTATORE: “Esiste un uso giusto?”
T. S. Jr.:”L’uso giusto è comprendere che l’acquisizione di una sostanza che – se non sei un moralista, e la escludi a priori – bene o male ti apre quelle che Huxley chiamava le porte della percezione, ti mette in contatto con una parte di te stesso che altrimenti probabilmente non conosceresti mai, può essere un fatto che appartiene all’esperienza umana. E magari ti indica un cammino. Poi il problema è confondere quell’esperienza con la sostanza che te l’ha procurata, e allora si cade nella dipendenza e in tutti i problemi che essa comporta.”

(Tito Schipa Jr. sugli allucinogeni, durante un’intervista)

Il femminismo, come tutte le ideologie, tende a ragionare secondo un criterio di infallibilità. La propria.
“Dio è con noi!”, “Dio lo vuole!”, “Siamo in missione per conto di Dio!”, sembrano pensare con sicurezza i femministi quando dicono qualcosa. E dritti alla meta, dunque, come un caterpiller.
Le ideologie rincitrulliscono. La gente si perde dietro i simboli e arriva a fare cose che, in uno stato di lucidità, non farebbe mai. Cose grandi? Forse. Cose utili? No. Bisogna infatti interrogarsi anche sull’utilità delle cose fatte sotto il controllo di un’ideologia.
Banalmente, se io sono strafatto di cocaina posso sentirmi un eroe, ma il fatto di sentirsi un eroe non implica necessariamente esserlo. È la sostanza che hai preso che ti fa sentire eroico; la sostanza dà, la sostanza (finito l’effetto) toglie. Un coglione in un umido parchetto che ha preso una polverina bianca resta un coglione in un umido parchetto, e un coglione che dice che “le donne muoiono perché donne” alzando il pugno in mezzo a una manifestazione resta un coglione che dice una stronzata.
Non ho avuto spesso il piacere e l’onore di assistere a un incontro sulle droghe tra psicologi e studenti in cui venisse detto qualcosa di interessante (queste cose vengono spesso fatte più per dare l’impressione di essere impegnati nel sociale che per impegnarsi veramente) ma uno di questi lo organizzarono nella mia classe del liceo. La prima cosa di cui ci parlarono gli psicologi durante questo incontro non fu la droga, ma la pubblicità. “‘L’Oreal… Perché io valgo…'” citarono “Tu non vali perché hai dei sogni o delle aspettative, ma perché compri L’Oreal!”. Al posto del solito terrorismo, ci fu un’interessante riflessione su come un imbecille rimanga un imbecille anche con uno shampoo in testa, una polverina bianca nel naso o uno slogan sulla maglietta.
Mi chiedo che utilità possa avere il sentirsi fighi senza averne motivo, a parte il ricevere la forza necessaria a alzarsi il giorno dopo. Ampliare le proprie percezioni può essere utile? Come in “A Bug’s Life”, ne “L’uomo del giorno dopo” e in una miriade di altri film (spesso americani, chissà perché…?), le bugie possono aiutare, possono dare a qualcuno la forza di fare cose di cui non si sarebbe creduto capace. Io credo però che le bugie, a un certo punto, esauriscano la loro spinta primitiva, che le cose posticce, dopo un po’, si stacchino. E, anche se può darsi che la colla regga il tempo necessario a compiere la grande impresa (“È un placebo, ma non importa cos’è una cosa, quando funziona!” diceva un personaggio in un libro di Stephen King), ma io spero che gli utilizzatori delle bugie riescano, a un certo punto, a farne a meno.
Quante storie abbiamo letto su persone capaci di trovare il coraggio solo con l’aiuto di feticci? Dumbo volava grazie all’aiuto di una piuma, e si è poi accorto di riuscire a farlo anche senza. Cosa sono i simboli? Dove sta la loro utilità, tolta quella di feticci?
I simboli sono lettere, da sempre aiutano a capire il mondo, ma usarli sono come appoggio significa svilirli.

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