I monologhi della vagina

Ma alcuni dei Farisei, che erano tra la folla, dissero a Gesù: ‘Maestro, fai tacere i tuoi discepoli!’.
Gesù rispose: ‘Se tacessero loro, le pietre stesse si metterebbero a gridare!’.

(Luca 19, 39-40)

Oggi, in rete, ho trovato un articolo a cui voglio rispondere. Ha catturato la mia attenzione perché mi ha spinto a chiedermi come possa certa gente spendere soldi per gli allucinogeni quando nessun acido al mondo potrebbe far vedere a chi lo prende qualcosa di più onirico e surreale del testo di cui sto parlando. Lo pubblico qui integralmente perché (seriamente) credo ci sia il rischio che gli stessi autori, una volta riletto quello che hanno scritto, decidano di cancellarlo. Fino a quel momento, lo trovate qui.

Web: circa l’obbligo di parlare anche con chi ti sta sul culo!

La rete si nutre della rete e noi ci proviamo a non essere autoreferenziali e a guardare il mondo altrove. A cosa ci servirebbe un blog se non a parlare di quello che succede in realtà? Ma ci sono volte in cui è necessario – detto con ironia – osservare alla propria funzione sociale chiarendola all’universo intero.

Abbiamo dedicato un’intera collezione di post al cyberstalking [li trovate elencati in basso a destra] e altrettanti post di denuncia su ciò che succede alle donne nel web.

Quello che ancora forse non vi abbiamo raccontato è a proposito delle categorie diverse dei commentatori compulsivi, quelli che esigono che gli si pubblichi il commento e che se non lo fai non mollano la presa e riscrivono il commento numerose volte.

Ce ne sono alcuni che da blogger donna che scrive di donne e similari noterai sovente a fare la coda per passare il filtro della moderazione. Nomi che si ripetono costanti tra tutte le donne blogger della rete femminista, e che intervengono anche altrove dove si parla di noi e di tutte quante. Tant’è che quando capita che una giornalista professionista scrive male di noi la prima cosa che ci viene in mente è che almeno si sukerà un pochino quel tal commentatore.

Il commentatore compulsivo è di tante specie. C’è quello volgare, c’è lo stalker che insidia e segue passo passo qualcuna in particolare, c’è lo squadrista, c’è il millantatore, c’è lo stronzo aggratis che arriva, caga il suo parere tecnico su questo e quello, poi c’è l’interlocutore, quello passivo aggressivo che scrive commenti come se rilasciasse interviste. Ti molla mille frasi su cinema e teatro, su creme di bellezza e corpi femminili, su uomini e su donne, e qui e là insinua un po’ a casaccio che la donna è mignottame e che qualunque cosa faccia comunque lui sta dalla parte di una neutralità presunta che in realtà si rivela sempre molto parziale.

Ed è di quelli ossessivi/compulsivi – lo chiameremo puello89 – che cliccano a ripetizione e scrivono, riscrivono, e poi imbastiscono dibattiti basati un po’ sul nulla, per il puro gusto di vedersi lì stampato, per averci l’ego grande quanto tutto il pianeta e per crearti sostanzialmente noia. Ché si può dire noia?

Ebbene si, noia, due ovaie grandi quanto una casa. E allora si precipita e tu sai che non appena scriverai un post il primo cazzo di “parere” non richiesto sarà il suo e poi un secondo e un altro ancora e farà a gara per avere l’ultima parola e se gli chiedi infine perchè non si apre un blog suo abbiamo idea che vada in crisi mistica, ché è così bello rompere le ovaie a tutte le donne in rete e parlarsi addosso in questo modo che non è per nulla dialogante. Si tratta di defecazione. Arriva, escogita ed espelle, poi attende quatto l’altro post per ovviare alle lacune con sottigliezze accademiche e minchiatine sparse ché manco l’enciclopedia ne sa così tante.

Questo genere di commentatori pare che noi ce li si debba scarrozzare, non si capisce in virtù di cosa, che se li mandi in culo pare sia censura, perché se per la strada puoi permetterti di fare conversazione SOLO con chi ti pare, in rete, invece, è legge e obbligo parlare proprio con tutti in una sorta di preteso dialogo bipartisan che pare tanto un nè rossi nè neri ma liberi pensieri di casapoundiana memoria.

Però a noi il bipartisanismo sta abbastanza stretto e ci teniamo a dire che non abbiamo mica capito quando, perchè e chi ha imposto questo stratagemma dialogante indi per cui chi manda in culo gente che non merita una percentuale di prezioso tempo è giudicato poco democratic@.

Vorremmo dichiarare che la moratoria a chi non nutre sensi di colpa rossobruni, a chi sceglie gli interlocutori e le interlocutrici, a chi attraversa la rete come attraverserebbe qualunque altro spazio reale, deve finire.

E’ tipico di ogni dibattito, di ogni social frequentato, di ogni spazio virtuale, che se ti rompi le ovaie di ricevere commenti livorosi o insinuanti o acidi da quelle dame che ogni tanto sfruttano l’anonimato per lanciarti bolle papali perchè non segui la loro stretta scia di branco, la prima cosa che ti viene detta è che “censuri”. Come se tu rappresentassi TUTTA la rete. E non basta che tu dica mo’ vai altrove perché ti viene ribadito che hai L’OBBLIGO di parlare con ‘sta gente con la quale immagino nessuno in realtà parlerebbe.

Vorrei porre un quesito a tutte le donne in rete, tutte quelle che conosciamo e che stimiamo: ma ce l’ha prescritto il medico che dobbiamo accogliere la peggiore mondezza che esiste nella rete? Siamo in rete per fare delle cose che ci interessano o siamo assistenti sociali a nostra insaputa? E poi perché questo dilemma ce lo poniamo solo noi, infastidite, stufe, incazzate a bestia, mentre  certi uomini banalizzano e ridacchiano di quel trollaggio che tanto a loro mica li tocca. Siamo noi quelle che vengono insultate. Noi quelle che devono sucarsi chilometri di stronzate sotto forma di commento. Siamo noi che poniamo un problema di emendamento alla netiquette che è uoma, maschia, macha, e non ci somiglia affatto.

Personalmente non ho voglia di parlare con tutt*, di ricevere i commenti di tutt*, di perdere tempo con tutt*, di assolvere a questa obbligatoria funzione sociale che ovunque, nella realtà come nel web, viene assegnata alle donne. Perché sapete bene che nei blog gestiti da uomini non si scatenano gli stessi pruriti. Semmai arrivano commenti generici e seriosi, intraprendenti e specialistici, professionali e competenti. Ma basta che una donna scriva e parli un linguaggio differente allora apriti cielo, arriva tutta la merda che gravita ovunque nella rete e che è fatta di perditempo e gente che passa 24 ore su 24 a rompere le ovaie, ché di mestiere immaginiamo faccia quello.

Perché dovremmo noi essere un palliativo? uno psicofarmaco sociale? perchè dobbiamo digerire commenti di gente che tra un “scrivilo così e fattelo cosà” dimostrano tre secoli di misoginia o comunque di comportamenti che attingono a sicuri disagi personali?

E in generale il problema nella rete qui si pone: la rete non è neutra, non solo perchè è sede di monopoli economici non indifferenti ma perché la divisione di ceti, etnie, sesso, opinioni politiche, religioni e genere è assolutamente visibile.

Perché si è imposto in rete questo leit motiv per cui se non ti cago perchè NON MI INTERESSI allora sarei poco democratica? Come dire che dovrei fare entrare a casa mia tutt*? Dovrei dare confidenza a tutt*? E perché mai? In virtù del fatto che la rete, quella italiana, è egemonizzata dalla stessa gente che egemonizza i dibattiti su quotidiani e televisioni? In virtù del fatto che la logica bipartisan è passata dappertutto grazie a quella componente virtuale che tra pd, grillismi, travaglismi e santorismi ha immaginato che tutto il web dovesse per forza diventare un ampio palcoscenico in cui i dibattiti hanno da svolgersi alla stessa maniera? Con un belpietro di fronte a un fassino, con uno di destra e uno di sinistra (e belpietro o fassino fanno entrambi parte della prima categoria)?

Con l’obbligo di subire passivamente il monopolio culturale di chi ha immaginato che il mondo deve andare così? Ad esclusione di quelli che vengono definiti estremismi solo perchè non c’entrano un tubo con il linguaggio di quelli del pd o con quello delle donne che gravitano attorno alle riviste femminili (quelle che pubblicano articoli di maschilisti e se ne vantano pure) o con il linguaggio di gente di destra che pratica l’ipnotismo rincoglionente sulla massa che seguirebbe qualunque messìa purché pronunci le parole sacre “certezza della pena”?

Non è un caso se di recente femminismo a sud è stata lapidata pubblicamente e in rete da tutte quelle “frange” collegate che in parte avevano dei conti da saldare con noi e che proprio non ci soffrono perchè rappresentiamo, e per fortuna non solo noi, un’anomalia nella rete, perchè non caliamo le braghe alla casapounditudine imperante, al bipartisanismo obbligatorio, alla moderazione delle borghesi con il giro di perle attorno al collo, al finto casual degli intellettuali social democratici che innalzerebbero molto volentieri ben oltre il 5% di consensi la soglia di ingresso non solo al parlamento ma anche nel web, tant’è che sono gli stessi che hanno bisogno di classifiche per identificarsi e autorappresentarsi al mondo.

Insomma, il punto è che ci sono dei soggetti, in rete, che adoperano un altro linguaggio e lo impongono e si autorappresentano e si parte ironicamente dai commenti per chiarire che tutta la modalità di discussione in rete è ipocrita e imbarazzante perché non è vero affatto che chi fa passare i vostri commenti lo fa perché è d’accordo con voi o perché con voi vuole “dialogare”, perché la rete è diventata un luogo fatto di cecchini e cecchine che farebbero di tutto pur di mettere in ombra, di criminalizzare, di punire, di marginalizzare chi non la pensa come loro. Avviene nella realtà e avviene nel web.

Basta pensare alla rissa perenne che c’è sui social network, e non mi riferisco alla razza criminale di cyberstalkers che si nascondono dietro pagine fake per sputare merda contro le donne, ma di dibattiti tra soggetti con nomi e cognomi che finiscono puntualmente con un “non sai chi sono io” o “presentati e dicci il tuo vero nome” o con un “ronf” (ella disse, praticando bullismo in web).

Risse che copiano lo schema televisivo con gente che si incazza se la escludi con un bel Ban e com’era bello il web ai tempi il cui il ban era una pratica anzi auspicata, con quelle chat dallo sfondo nero in cui potevi sputare in faccia allo stronzo ed escluderlo definitivamente dalla tua vista.

Gente che ora, invece, te la devi portare anche a dormire, a momenti, perchè ci devi parlare per forza, e sulla base di chiacchiere rissose si creano simpatie e antipatie, vere e proprie tifoserie, squadrismi a tutti i livelli, per qualunque ceto, finanche quelli più intellettualmente conosciuti.

A cosa si è ridotto il dibattito in web se tutto ciò di cui si nutre è lo stesso web? Se quando parli lingue altre e parli di altre storie devi sorbirti commenti di gente piccola e nefasta intrappolata in quei social-cosi che non vive altro che per googlarsi o per trovare il flame in cui imbarcarsi o l’eventuale pseudo-causa per la quale indignarsi?

Ché poi, davvero, è così facile e anche umiliante seguire lo schema della rete, che è una soddisfazione quando tu riesci a formulare altri temi per dirigere la discussione, per veicolare altri contenuti, per tuffarti nella rete riuscendo del tutto a cambiare fattori, minimi comuni denominatori, parole, concetti, pensieri, ed è così difficile, cazzo, avere le idee chiare e rimanere lucide senza lasciarsi influenzare o condizionare da questi perenni santorismi da strapazzo ché non ci si può rassegnare a vedersi teleguidare anche i propri post.

Ce n’è da dire, che ne pensate? Anzi no. Tenetevi i pensieri per voi e scrivete qui solo se avete spunti che arricchiscono la discussione. Per il resto: soluzioni drastiche. Chiusura dei commenti e un po’ d’ossigeno e pensieri nuovi, non ripetitivi, che fa tanto bene alla salute. Volete dire altro? Apritevi un vostro blog o scrivete altrove i vostri bei pensieri e facciamo che facilitiamo la morte di ogni monopolio e che mettiamo in circolo più parole, più pensieri, più corpi, più immagini, più noi. Ovunque. Sempre.

Che “Femminismo a Sud” non stravedesse per il dibattito io lo sapevo già da un po’, ma che si potesse arrivare a questo punto non me lo immaginavo.

“Obbligo di parlare anche con chi ti sta sul culo”? Ma noi, come esseri umani, abbiamo l’obbligo di parlare SOLO con chi ci sta sul culo! Persino quando parliamo con un nostro amico, o con noi stessi, la discussione va avanti grazie ai punti di contrasto, non certo grazie ai punti in comune.

Cosa c’entra che “ti sto sul culo”? Mica devi invitarmi a mangiare a casa tua!

Leggendo un articolo in cui si ricordano con nostalgia i bei tempi in cui “il ban era una pratica auspicata” (mentre, ora, la gente vuole esprimersi liberamente… dove andremo a finire?), ci si chiede come qualcuno possa mandarlo giù senza fiatare. Da che mondo è mondo, c’è un modo solo per spingere la gente a mandar giù qualsiasi cosa: parlarle di un pericolo imminente. Ed ecco quindi che commentatori le cui parole (in quanto, appunto, censurate) non possono essere valutate da chi legge diventano pedofili, stupratori, frustrati e maschilisti. “Mangiatori di bambini” se lo sono scordati ma, quando c’è la pedofilia, c’è tutto.

A sentire l’autrice dell’articolo qui sopra, pare che i blog femministi vengano riempiti di spam e pubblicità del viagra. In realtà, i commenti incriminati trattano gli stessi argomenti degli articoli, e questo, per come la vedo io, basta per dire che non si tratta di spam.

È evidente per chiunque conosca anche solo superficialmente i “commentatori compulsivi” di cui qui si parla (e che l’articolo si guarda bene dall’indicare con precisione) che i loro non sono commenti gratuiti e basati sul nulla, ma mettiamo pure che lo fossero. Cambia qualcosa?

Persino un giornalista di quinta categoria come me lo sa che, quando si parla con un commentatore, non si parla con lui, ma con tutti i lettori. Ammesso che quel commentatore lì parli perché è un sadico e ce l’ha con te, tu devi fregartene, perché non stai rispondendo a lui, ma a tutti.

Un blog non è “casa tua”, non è una rimpatriata tra amici, non è un club esclusivo, ma è un organo di informazione. Già posso accettare solo in determinate circostanze il fatto che si escluda qualcuno da una rimpatriata tra amici (il gruppetto di bambini coi vestiti firmati che non invita alle feste lo sfigato della scuola non mi ha mai fatto simpatia), ma che si pretenda di farlo in un organo di informazione no, eh…

Trovo inoltre commovente il candore con cui la giornalista, a un certo punto, si domanda se sia democratico o no far parlare solo coloro che si ha interesse a far parlare.

Oggi come oggi, diciamolo, la voglia di comunicare è stata parecchio demonizzata, specialmente su internet. Non è passato molto tempo dal rogo dei libri di Filesonic e Megaupload, dalla distruzione di due archivi di materiale introvabile con la scusa del copyright, i tiranni del globo terraqueo vogliono la testa di Wikipedia e si sta parlando di chiusura di siti internet senza possibilità d’appello. Non mi sembra il momento per fare l’apologia della censura. Non mi sembra il momento di rivendicare la libertà di togliere la libertà al prossimo.

Libertà di non far parlare quelli che ci stanno antipatici? Ma come ti può VENIRE IN MENTE di dire una cazzata simile? Una persona seria si vergogna pure a pensarla una cosa del genere, questi ci hanno scritto su UN ARTICOLO!

In questo articolo c’è anche un appello alle donne che trovano commenti antifemministi sul web, che le invita a non rispondere. Per fortuna, è una battaglia persa in partenza, perché la gente, per sua natura, si impiccia, commenta e non si fa gli affari suoi.

Tuttavia voglio rivolgere anch’io un appello alle donne a cui si sono rivolti questi signori.
Parlate. Non sono forse le donne quelle accusate di parlare troppo? E allora parlate, ma non parlate da sole. Parlate con gli altri, parlate con tutti. Nessun commento è mai stato vano, nessuna parola è mai caduta nel vuoto. Se non vi ascolteranno i vostri interlocutori, vi ascolteranno altre persone, se non vi ascolteranno altre persone, vi ascolterete voi stesse. Una voce che parla sarà sempre migliore di una che tace, come una voce che canta sarà sempre migliore di una che parla.

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I monologhi della vagina

2 pensieri su “I monologhi della vagina

  1. Obbligatorio ha detto:

    Giusto! Anzi è proprio dalla mancanza di dialogo che si generano estremismi! In strada, in una stanza, se A litiga con B, e interviene C per dire che effettivamente B ha ragione, A può: tornare sui suoi passi e cambiare idea, far valere le sue ragioni con il diaologo, oppure interrompere la conversazione e andarsene. MA non può togliere la libertà di B e C di comunicare tra loro e trovarsi d’accordo su posizioni contrarie alle tue. perciò, quando tu elimini un commento solamente perchè contrario alle tue idee, tu togli a me la libertà di parlare, e agli altri di sapere che c’è chi non la pensa come te. democratico come un sovietico, o come una femminista….

    1. È vero. Le vittime della censura non sono solo i censurati, ma anche e soprattutto quelli che non possono sentire la loro voce… e replicare! Chi censura non impone solo la propria opinione, ma anche il proprio modo di fare, di affrontare il dissenso. Dove sta scritto che io quello con cui non siamo d’accordo devo affrontarlo a modo tuo?

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