Intervista a Marzio Giossi, un tipico gentiluomo bergamasco

Ecco a voi la seconda intervista rilasciatami in occasione della “Madame Butterfly” di qualche tempo fa.

Incontrai Marzio Giossi in camerino, e l’impressione che ricevetti fu quella di un distinto signore abituato a quella dignitosa etichetta di cui i miei ospiti lombardi sanno essere maestri ma che sembra ormai appartenere, purtroppo, al secolo passato. Giossi, difatti, per questo spettacolo ha giocato in casa, essendo Bergamo la sua madrepatria.
Specializzato nel repertorio verdiano, ha fatto del ruolo di Rigoletto il proprio cavallo di battaglia. Ecco cosa ci siamo detti.

Due o tre cose che ami ricordare di te.

Per prima cosa, vorrei essere ricordato come una persona semplice. Seconda cosa: vorrei essere ricordato come una persona che ha voluto dare un messaggio positivo, e a volte non è semplice, nell’ambiente del teatro. Terza cosa: la grande passione che ho per il mio lavoro… dal punto di vista professionale, altrimenti una cosa bella che ho fatto nella mia vita è la mia famiglia.

Oggi giochi in casa. È un vantaggio? Un piacere?

Prima di tutto un grande privilegio. Sono nato a Bergamo, anche se nato da venticinque anni a Bologna. Qui ho fatto i miei studi e cantare nel teatro dove sono cresciuto, musicalmente, per me è una grande emozione. Ma, come ho detto, è anche un privilegio, perché qui a Bergamo ho visto spettacoli che hanno veramente fatto la storia del teatro. Vidi un “Belisario” con Gencer e Bruson, per esempio, un “Barbiere di Siviglia” con Panerai e Alva, addirittura una “Wally” con la Olivero, Cappuccilli nel “Simon Boccanegra”… Devo ringraziare il direttore artistico per avermi chiamato. È già tre volte che mi chiama, finalmente stavolta ce l’abbiamo fatta. L’anno scorso dovevo essere qui con “Rigoletto” (prima con Malatesta ma ci fu un cambio di titolo) mentre, invece, ci fu una coincidenza di date con Parigi, dove mi trovavo per “Il Trovatore”. Poi ci fu una proposta per una “Traviata” l’anno prima, ma anche lì successe la stessa cosa con una “Lucia di Lammermoor” ad Avignone, però andai in Giappone con la tournée.

Tu sei un verdiano. Quali sono le differenze e le analogie con la vocalità pucciniana?

Non ne trovo molte, onestamente. Noi dobbiamo usare la nostra tecnica a servizio di quello che cantiamo; a volerla trovare, potrebbe esserci giusto una differenza. Verdi richiede un legato che, a volte, Puccini non richiede. Con questo non voglio dire che Puccini va cantato slegato, ma la frase verdiana è famosa per essere quella lunga, col fiato lungo, i colori… Puccini, per la corda del baritono, non ha scritto delle gran frasi. Diciamo che un baritono, con Verdi, va a nozze, ma io non sacrifico nulla, se canto Puccini. La voce è quella, punto.
Per esempio, l’aria che molti ritengono sia una delle più brutte, cioè “Di Provenza il mare, il suol”; io ritengo sia una delle arie più difficili che Verdi abbia scritto, insieme a “Il balen del suo sorriso”. Puccini non arriva mai a scrivere cose così difficili, per il baritono. Se hai una buona tecnica e una buona forma ne vieni sempre fuori. Uno che canta “Rigoletto” può cantare anche “La fanciulla del West”. Uno che è nato per “La fanciulla del West”, però, anche se, magari, ha una tecnica più buona, non riesce a cantare “Rigoletto”.

Ci sono cantanti che cantano tutto, altri che si specializzano. Cosa pensi di questo e quanto è importante specializzarsi per un cantante?

Domanda bella. Io sono del parere che non si canti tutto, a meno che tu non si sia un fenomeno (Callas, Sutherland, Pavarotti…). Anzi, neanche i fenomeni hanno cantato tutto; Pavarotti di Wagner, ad esempio, ha cantato gran poco.
Per esempio, io sono un baritono (così mi dicono, e io mi rendo conto che hanno ragione) né drammatico e né leggero. Sono un lirico e posso spaziare, a volte, in un repertorio che non è precisamente il mio. “La gioconda”, “Otello”…
Tanti mi dicono “Perché non canti ‘Tosca’?”. Perché Scarpia non è nella mia vocalità. Potrei farlo, ma sarei uno dei tanti. E non è giusto dare questa impressione bisogna essere quello che si è. “Tosca” non l’ho mai accettata, “Il Tabarro” non l’ho mai accettato, “La fanciulla del West” non l’ho mai accettato… ci sono cose che non fanno parte del mio repertorio.
Cantare tutto può aiutare a scoprire la vocalità, o è una cosa che si lascia allo studio, e una produzione non sarà mai una lezione di canto?
Un cantante in carriera deve essere maestro di sé stesso e rendersi conto di quello che può o non può fare. Scoprire una vocalità… può essere, ma, se uno nasce violoncello, rimane violoncello. Io sono nato come Figaro, per esempio, come Marcello… già Malatesta era un ruolo spinto, per me. Dopo, nell’andare avanti negli anni, maturando la mia tecnica… mi sono permesso il lusso di affrontare dei ruoli che, magari, non sarebbero congeniali alla mia vocalità. Però sono sempre stato anche molto rigido con me stesso. Ho sempre detto anche dei grandi “No”. Al Puccini verista dico di no, come dico di no (o di sì malvolentieri) alle “Cavallerie Rusticane”, per esempio.

Parliamo di “Sì” detti mal volentieri. Bisogna affrontarne tanti? Quanto è padrone delle scelte che fa un cantante.

È un problema… se sai che canterà con te un cast stellare… più che “Sì” dici “Perché no?”. Oppure puoi dirlo là dove ci sono risorse economiche di alto livello… ma dentro di te hai sempre quel campanellino che ti fa pensare “Ma come andrà?”.
C’è anche da dire, però, che chi dice un “Nì” lo fa perché sa che al 90% quello che ti chiedono lo puoi fare.
Recentemente mi è capitato di sentire un Trovatore (non dico né dove né come) che sembrava il conte de “Le Nozze di Figaro”… e non è bello.

Come si gestisce un personaggio secondario come Sharpless rispetto a un Rigoletto?

A mio avviso non esistono personaggi secondari. Malatesta, Sharpless, Marcello… sono tutti primi baritoni, e sono tutti sono stati cantati dai più grandi baritoni del mondo. Certo, arrivare a cantare “Rigoletto” è un po’ l’apice della carriera di un baritono e, ovviamente, le soddisfazioni che hai cantando “Rigoletto” o Verdi in generale non le hai cantando i ruoli che hai chiamato secondari. Sono d’accordo se mi dici che Rigoletto è il ruolo padre dei baritoni, ma non sono d’accordo con te se chiami Malatesta o altri “ruoli secondari”.
Ho lavorato di più nel “Don Pasquale” fatto a Ginevra che per cantare “Rigoletto”! Mi si è aperto un mondo completamente diverso, perché in un’opera buffa c’è tanto da fare.

Un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscito a realizzare ed uno che vorresti realizzare adesso, invece.

Come cantate ho sempre avuto il sogno di fare una carriera duratura, e non fare tre o quattro anni per poi finirla lì, come succede oggi. Questo sogno è stato realizzato, perché sono ventisette anni che canto e, fortunatamente per me, mi dicono che ho ancora un timbro da ragazzino (meno male!).
Un altro sogno realizzato è stato quello di venire a cantare nella mia città, finalmente e un sogno che non ho ancora realizzato è stato arrivare al massimo del teatro mondiale, cioè la Scala.

Canti in un repertorio dove la tentazione di urlare è forte. Come si concilia la necessità del volume della voce con la necessità della raffinatezza del canto?

Bisogna trovare un equilibrio sia vocale che orchestrale. Più orchestrale che vocale, oserei dire, nel senso che l’orchestra, nell’Opera, accompagna, non dovrebbe coprire la voce. Poi sta nella testa, nell’intelligenza e nella tecnica del cantante il non urlare tutto.
A volte nell’impostazione tecnica di una voce si sente tutto, si dà un po’ più di mordente, tanto da dare l’impressione di un urlo. Ad esempio, se prendi in mano lo spartito de “La Traviata” e guardi la dinamica del ruolo di Germont (in particolare l’aria), vedi che è tutta piena di forcelle, di crescendo, di calando… tutto sul passaggio del baritono. Di un rischioso pauroso! Mi son sentito dire più di una volta che “Di Provenza il mare, il suol” non è una bella aria e soprattutto la cabaletta fa schifo. Perché? Perché pochi guardano la dinamica di questa romanza; i più pensano solo a arrivare in fondo. Stessa cosa per “Cortigiani, vil razza dannata”; dove bisogna saper cantar piano. Sta anche nella sensibilità del cantante non voler far sempre sentire solo la voce.

Bene. Lo spettacolo inizia tra poco e, se rimango ancora, finisce che ti distraggo.

Vedrai che sarò concentratissimo! Un saluto!

Alla prossima.

 

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