Intervista a Donata D’Annunzio Lombardi

In questa notte gelida e nebbiosa, il pensiero corre al fatto che non ho ancora pubblicato le due interviste fatte in occasione della Madame Butterfly di qualche tempo fa. Lo farò ora.

La prima cantante di cui pubblico l’intervista è la primadonna della serata Donata D’Annunzio Lombardi, a cui si deve gran parte del successo della serata, che è stata, come già detto, toccante e commovente come ci si aspetta da un titolo del genere.
Poco dopo lo spettacolo, a cena, ho fatto qualche domanda alla cantante.

Quale pensi che sia il momento più difficile della carriera di un cantante?

Penso sia l’inizio e la fin: l’inizio perché bisogna dimostrare di esistere, la fine perché bisogna garantire e mantenere la propria identità artistica, ovvero ciò che si è costruito in una vita intera.
Ci sono cantanti che cantano tutto e altri che si fissano su un repertorio. Cosa pensi di questo? Quando è importante la specializzazione per un cantante?
Credo sia una questione soggettiva. Ci sono persone che protendono ad un eclettismo artistico, voglio dire, che naturalmente si trovano a loro agio a vivere un più vasto repertorio; altri, invece, che prediligono rimanere negli argini di un vocalismo più pertinente alla loro natura, diventando per questo degli indispensabili “specialisti”.
Nel primo caso, credo, si è spinti da una maggiore curiosità e senza dubbio generosità, che però spesso si pagano nel tempo con una più breve longevità vocale.
Vale un nome per tutti: Maria Callas, che ha eseguito, con la sua immensa arte, tutto ciò che è stato scritto nel mondo dell’Opera. La possibilità di fare una carriera più varia e di spaziare nel repertorio dipendono moltissimo dalla qualità ed elasticità della voce che si possiede; molto dalla tecnica che si è maturata e, ovviamente, dal “cervello”, perché non dobbiamo dimenticarci che il canto è soprattutto uno stato mentale.

Come ti collochi in questa catalogazione?

Come una cantante con una voce al servizio del cervello e non una con un cervello al servizio della voce; un’artista da sempre innamorata del melodramma.
Per quanto riguarda il discorso sul repertorio, non ho una voce particolarmente definita; sono curiosa per natura e quindi mi piace sperimentare. Ho cantato dal barocco fino al ‘900 prediligendo Mozart, Bellini e Puccini.

In un’intervista, hai parlato delle donne pucciniane come di donne distinte tra reali e ideali. Cioè ci sono quelle che rappresentano un amore concreto e quelle che rappresentano un simbolo amoroso. Se tanto mi dà tanto, l’idealista Cio-cio-san è una donna “simbolica”.

Tutt’altro! Il codice di Cio-Cio-San, affinché venga assecondata questa testardaggine amorosa verso Pinkerton, è del tutto pragmatico. Puccini ci regala l’immagine di una fanciulla risoluta, accanita e sognatrice, ma assolutamente vera e tangibile. Basti pensare a tutto il canto di conversazione del secondo atto. Forse Mimì, Liù, Turandot o Suor Angelica sono più vicine a metafore di un ideale femminile evocato; Butterfly, come ad esempio anche Musetta e Tosca, rappresenta così tanto il reale da essere capace di reinventarlo.

Interpretando uno dei ruoli che hai appena elencato ci si sente meno partecipi alla sua tragedia?

No. E’ necessario solo trovare un altro codice interpretativo, perché gli accenti e i moti dell’anima sono simbolici e meno “quotidiani”. Il canto e il fraseggio di queste creature diventano vera e propria elegia.

C’è un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscita a realizzare? Uno di adesso?

Uno che sono riuscita a realizzare è proprio vivere le donne di Puccini. Amo profondamente questo compositore.
Un sogno che ho adesso? Mi piacerebbe tornare a dedicarmi a Mozart: la Contessa de “Le Nozze di Figaro”; e poi vorrei ricantare La Traviata.

A proposito di Violetta. T’è capitato di cantare ruoli di personaggi, come Violetta o Butterfly, che stanno in scena quasi per tutta l’opera. Se dovessi consigliare una giovane cantante al suo debutto in un ruolo del genere.

Le consiglierei di automatizzare il più possibile la tecnica, prima di affrontare ruoli così impegnativi.

Arrivare a cantare senza pensarci, come quando si va in bicicletta?

Credo che cantare senza pensare sia impossibile…persino i tenori sono obbligati a pensare 😀 però un certo automatismo ci vuole. Usando la metafora della bici, la pedalata deve essere disinvolta, anche in salita. Se entriamo in scena e abbiamo un problema tecnico, la paura di rivelarlo sottrae molto all’interpretazione, a noi stessi e crea ansia per noi e per gli altri. Gigli diceva: “Una vita per studiare e una vita per cantare”. Aveva ragione, perché non c’è veramente mai il tempo, in tutta l’esistenza, per capire profondamente tutto. Non puoi immaginare quanti grandi cantanti mi hanno confidato di aver compreso i segreti di una buona tecnica solo in tarda età.

Dice una canzonetta francese, “Les filles on voudrait leur plaire/mais on n’ sait pas trop y faire/c’est une longue étude, un art/qu’on comprend quand c’est trop tard” (“Vorremo piacere alle ragazze, ma è un lungo studio, un arte che si impara quando è troppo tardi”). Vale anche per il canto?

E’ una bellissima frase. Ed è esattamente ciò che volevo intendere!
Questo è un lavoro che richiede uno studio profondo, un accanimento amoroso, matto e disperatissimo. Mai essere pigri, o questo lavoro non lo si può fare. Bisogna essere “Folli e affamati”, come diceva Steve Jobs.

Quanto un cantante è autonomo? Penso ai “sì” e ai “no” che si devono o non si possono dire.

Purtroppo, pochissimo, nel nostro sistema. A volte un “no” può valere dieci “sì”… ma bisogna essere intelligenti e capire fino a quanto ci si può spingere in questa autonomia. Chi ha il coraggio di salire sul palcoscenico deve combattere, purtroppo, ogni giorno contro determinate egemonie che tendono a sovrastarci e a cancellare la nostra individualità a favore di una omologazione…
Ma questo è un altro discorso, molto delicato e polemico, che meriterebbe più tempo.

Dei “no” che hai dovuto dire o dei “sì” di cui ti sei pentita?

I “sì” di cui mi sono pentita? Neanche uno. Dei “no” che ho dovuto dire? Idem! Sono abbastanza in pace con me stessa, anche se qualche volta… tirerei volentieri qualche pugno.

A chi?

All’incompetenza, alla superficialità, al pressapochismo, al narcisismo! Quando vedo il sopruso solo per la fioritura di un ego: allora divento una belva.

Sei una delle cantanti più in voga, al momento. Se ti chiedo tre nomi significativi di tue colleghe, quali mi dici?

Martina Serafin, la Netrebko, la Garanca, la Damrau e Maria Agresta.

Direi che non c’è altro da dire.

“La brevità… gran pregio”!

Infatti. Un saluto!

A presto!


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