I monologhi della vagina

Ma alcuni dei Farisei, che erano tra la folla, dissero a Gesù: ‘Maestro, fai tacere i tuoi discepoli!’.
Gesù rispose: ‘Se tacessero loro, le pietre stesse si metterebbero a gridare!’.

(Luca 19, 39-40)

Oggi, in rete, ho trovato un articolo a cui voglio rispondere. Ha catturato la mia attenzione perché mi ha spinto a chiedermi come possa certa gente spendere soldi per gli allucinogeni quando nessun acido al mondo potrebbe far vedere a chi lo prende qualcosa di più onirico e surreale del testo di cui sto parlando. Lo pubblico qui integralmente perché (seriamente) credo ci sia il rischio che gli stessi autori, una volta riletto quello che hanno scritto, decidano di cancellarlo. Fino a quel momento, lo trovate qui. Continua a leggere “I monologhi della vagina”

I monologhi della vagina

Le impressioni di un autore riguardo la pirateria informatica

Si parla molto in questi giorni (tutti i giornalisti sognano di dire questa frase, appena se ne presenta l’occasione) di pirateria informatica. Il motivo lo avete saputo da enti di informazione meno pigri di questo: l’imminente votazione delle leggi SOPA e PIPA e la chiusura del sito di file-sharing Megaupload (con annesso Megavideo). Essendo io un appartenente alla categoria che questi signori dicono di voler proteggere, ossia quella degli autori, una serie di pensieri riguardanti la pirateria informatica ha attraversato la mia mente. Ho parlato con tantissimi autori, sia emergenti che affermati, nella mia vita; ne avessi mai trovato uno contrario alla pirateria informatica. Deve essere perché i produttori che si preoccupano della pirateria possono essere giusto quelli di gente che non sono abituato a frequentare, come Jovanotti, personaggi che non hanno bisogno di anteprime perché, tanto, la gente li segue perché lo fanno tutti. Se sei, che so io, l’editore di Fumetti Disegnati Male (i cui autori, infatti, pubblicano su internet tutto quello che fanno), fai di tutto perché i tuoi fumetti siano più noti possibile, in modo che i lettori abbiano una base su cui scegliere il tuo libro piuttosto che un altro. La gente non compra a scatola chiusa; i produttori lo sanno e cercano spesso di incoraggiare la diffusione di anteprime. Per citare un utente di YouTube che era stato rimproverato per aver pubblicato lo spezzone di uno spettacolo filmato col videofonino, “basta con questo accanimento verso chi non danneggia affatto il lavoro di un artista, anzi, lo pubblicizza”! Secondo certa gente, io non dovrei andarmi a vedere dal vivo uno spettacolo di tre ore perché, tanto, c’ho il video di trenta secondi fatto col telefonino… La verità è che metà della produzione artistica che c’è in giro nessuno la conoscerebbe, senza la pirateria informatica. Continua a leggere “Le impressioni di un autore riguardo la pirateria informatica”

Le impressioni di un autore riguardo la pirateria informatica

Intervista a Marzio Giossi, un tipico gentiluomo bergamasco

Ecco a voi la seconda intervista rilasciatami in occasione della “Madame Butterfly” di qualche tempo fa.

Incontrai Marzio Giossi in camerino, e l’impressione che ricevetti fu quella di un distinto signore abituato a quella dignitosa etichetta di cui i miei ospiti lombardi sanno essere maestri ma che sembra ormai appartenere, purtroppo, al secolo passato. Giossi, difatti, per questo spettacolo ha giocato in casa, essendo Bergamo la sua madrepatria.
Specializzato nel repertorio verdiano, ha fatto del ruolo di Rigoletto il proprio cavallo di battaglia. Ecco cosa ci siamo detti.

Due o tre cose che ami ricordare di te.

Per prima cosa, vorrei essere ricordato come una persona semplice. Seconda cosa: vorrei essere ricordato come una persona che ha voluto dare un messaggio positivo, e a volte non è semplice, nell’ambiente del teatro. Terza cosa: la grande passione che ho per il mio lavoro… dal punto di vista professionale, altrimenti una cosa bella che ho fatto nella mia vita è la mia famiglia.

Oggi giochi in casa. È un vantaggio? Un piacere?

Prima di tutto un grande privilegio. Sono nato a Bergamo, anche se nato da venticinque anni a Bologna. Qui ho fatto i miei studi e cantare nel teatro dove sono cresciuto, musicalmente, per me è una grande emozione. Ma, come ho detto, è anche un privilegio, perché qui a Bergamo ho visto spettacoli che hanno veramente fatto la storia del teatro. Vidi un “Belisario” con Gencer e Bruson, per esempio, un “Barbiere di Siviglia” con Panerai e Alva, addirittura una “Wally” con la Olivero, Cappuccilli nel “Simon Boccanegra”… Devo ringraziare il direttore artistico per avermi chiamato. È già tre volte che mi chiama, finalmente stavolta ce l’abbiamo fatta. L’anno scorso dovevo essere qui con “Rigoletto” (prima con Malatesta ma ci fu un cambio di titolo) mentre, invece, ci fu una coincidenza di date con Parigi, dove mi trovavo per “Il Trovatore”. Poi ci fu una proposta per una “Traviata” l’anno prima, ma anche lì successe la stessa cosa con una “Lucia di Lammermoor” ad Avignone, però andai in Giappone con la tournée.

Tu sei un verdiano. Quali sono le differenze e le analogie con la vocalità pucciniana?

Non ne trovo molte, onestamente. Noi dobbiamo usare la nostra tecnica a servizio di quello che cantiamo; a volerla trovare, potrebbe esserci giusto una differenza. Verdi richiede un legato che, a volte, Puccini non richiede. Con questo non voglio dire che Puccini va cantato slegato, ma la frase verdiana è famosa per essere quella lunga, col fiato lungo, i colori… Puccini, per la corda del baritono, non ha scritto delle gran frasi. Diciamo che un baritono, con Verdi, va a nozze, ma io non sacrifico nulla, se canto Puccini. La voce è quella, punto.
Per esempio, l’aria che molti ritengono sia una delle più brutte, cioè “Di Provenza il mare, il suol”; io ritengo sia una delle arie più difficili che Verdi abbia scritto, insieme a “Il balen del suo sorriso”. Puccini non arriva mai a scrivere cose così difficili, per il baritono. Se hai una buona tecnica e una buona forma ne vieni sempre fuori. Uno che canta “Rigoletto” può cantare anche “La fanciulla del West”. Uno che è nato per “La fanciulla del West”, però, anche se, magari, ha una tecnica più buona, non riesce a cantare “Rigoletto”.

Ci sono cantanti che cantano tutto, altri che si specializzano. Cosa pensi di questo e quanto è importante specializzarsi per un cantante?

Domanda bella. Io sono del parere che non si canti tutto, a meno che tu non si sia un fenomeno (Callas, Sutherland, Pavarotti…). Anzi, neanche i fenomeni hanno cantato tutto; Pavarotti di Wagner, ad esempio, ha cantato gran poco.
Per esempio, io sono un baritono (così mi dicono, e io mi rendo conto che hanno ragione) né drammatico e né leggero. Sono un lirico e posso spaziare, a volte, in un repertorio che non è precisamente il mio. “La gioconda”, “Otello”…
Tanti mi dicono “Perché non canti ‘Tosca’?”. Perché Scarpia non è nella mia vocalità. Potrei farlo, ma sarei uno dei tanti. E non è giusto dare questa impressione bisogna essere quello che si è. “Tosca” non l’ho mai accettata, “Il Tabarro” non l’ho mai accettato, “La fanciulla del West” non l’ho mai accettato… ci sono cose che non fanno parte del mio repertorio.
Cantare tutto può aiutare a scoprire la vocalità, o è una cosa che si lascia allo studio, e una produzione non sarà mai una lezione di canto?
Un cantante in carriera deve essere maestro di sé stesso e rendersi conto di quello che può o non può fare. Scoprire una vocalità… può essere, ma, se uno nasce violoncello, rimane violoncello. Io sono nato come Figaro, per esempio, come Marcello… già Malatesta era un ruolo spinto, per me. Dopo, nell’andare avanti negli anni, maturando la mia tecnica… mi sono permesso il lusso di affrontare dei ruoli che, magari, non sarebbero congeniali alla mia vocalità. Però sono sempre stato anche molto rigido con me stesso. Ho sempre detto anche dei grandi “No”. Al Puccini verista dico di no, come dico di no (o di sì malvolentieri) alle “Cavallerie Rusticane”, per esempio.

Parliamo di “Sì” detti mal volentieri. Bisogna affrontarne tanti? Quanto è padrone delle scelte che fa un cantante.

È un problema… se sai che canterà con te un cast stellare… più che “Sì” dici “Perché no?”. Oppure puoi dirlo là dove ci sono risorse economiche di alto livello… ma dentro di te hai sempre quel campanellino che ti fa pensare “Ma come andrà?”.
C’è anche da dire, però, che chi dice un “Nì” lo fa perché sa che al 90% quello che ti chiedono lo puoi fare.
Recentemente mi è capitato di sentire un Trovatore (non dico né dove né come) che sembrava il conte de “Le Nozze di Figaro”… e non è bello.

Come si gestisce un personaggio secondario come Sharpless rispetto a un Rigoletto?

A mio avviso non esistono personaggi secondari. Malatesta, Sharpless, Marcello… sono tutti primi baritoni, e sono tutti sono stati cantati dai più grandi baritoni del mondo. Certo, arrivare a cantare “Rigoletto” è un po’ l’apice della carriera di un baritono e, ovviamente, le soddisfazioni che hai cantando “Rigoletto” o Verdi in generale non le hai cantando i ruoli che hai chiamato secondari. Sono d’accordo se mi dici che Rigoletto è il ruolo padre dei baritoni, ma non sono d’accordo con te se chiami Malatesta o altri “ruoli secondari”.
Ho lavorato di più nel “Don Pasquale” fatto a Ginevra che per cantare “Rigoletto”! Mi si è aperto un mondo completamente diverso, perché in un’opera buffa c’è tanto da fare.

Un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscito a realizzare ed uno che vorresti realizzare adesso, invece.

Come cantate ho sempre avuto il sogno di fare una carriera duratura, e non fare tre o quattro anni per poi finirla lì, come succede oggi. Questo sogno è stato realizzato, perché sono ventisette anni che canto e, fortunatamente per me, mi dicono che ho ancora un timbro da ragazzino (meno male!).
Un altro sogno realizzato è stato quello di venire a cantare nella mia città, finalmente e un sogno che non ho ancora realizzato è stato arrivare al massimo del teatro mondiale, cioè la Scala.

Canti in un repertorio dove la tentazione di urlare è forte. Come si concilia la necessità del volume della voce con la necessità della raffinatezza del canto?

Bisogna trovare un equilibrio sia vocale che orchestrale. Più orchestrale che vocale, oserei dire, nel senso che l’orchestra, nell’Opera, accompagna, non dovrebbe coprire la voce. Poi sta nella testa, nell’intelligenza e nella tecnica del cantante il non urlare tutto.
A volte nell’impostazione tecnica di una voce si sente tutto, si dà un po’ più di mordente, tanto da dare l’impressione di un urlo. Ad esempio, se prendi in mano lo spartito de “La Traviata” e guardi la dinamica del ruolo di Germont (in particolare l’aria), vedi che è tutta piena di forcelle, di crescendo, di calando… tutto sul passaggio del baritono. Di un rischioso pauroso! Mi son sentito dire più di una volta che “Di Provenza il mare, il suol” non è una bella aria e soprattutto la cabaletta fa schifo. Perché? Perché pochi guardano la dinamica di questa romanza; i più pensano solo a arrivare in fondo. Stessa cosa per “Cortigiani, vil razza dannata”; dove bisogna saper cantar piano. Sta anche nella sensibilità del cantante non voler far sempre sentire solo la voce.

Bene. Lo spettacolo inizia tra poco e, se rimango ancora, finisce che ti distraggo.

Vedrai che sarò concentratissimo! Un saluto!

Alla prossima.

 

Intervista a Marzio Giossi, un tipico gentiluomo bergamasco

Intervista a Donata D’Annunzio Lombardi

In questa notte gelida e nebbiosa, il pensiero corre al fatto che non ho ancora pubblicato le due interviste fatte in occasione della Madame Butterfly di qualche tempo fa. Lo farò ora.

La prima cantante di cui pubblico l’intervista è la primadonna della serata Donata D’Annunzio Lombardi, a cui si deve gran parte del successo della serata, che è stata, come già detto, toccante e commovente come ci si aspetta da un titolo del genere.
Poco dopo lo spettacolo, a cena, ho fatto qualche domanda alla cantante.

Quale pensi che sia il momento più difficile della carriera di un cantante?

Penso sia l’inizio e la fin: l’inizio perché bisogna dimostrare di esistere, la fine perché bisogna garantire e mantenere la propria identità artistica, ovvero ciò che si è costruito in una vita intera.
Ci sono cantanti che cantano tutto e altri che si fissano su un repertorio. Cosa pensi di questo? Quando è importante la specializzazione per un cantante?
Credo sia una questione soggettiva. Ci sono persone che protendono ad un eclettismo artistico, voglio dire, che naturalmente si trovano a loro agio a vivere un più vasto repertorio; altri, invece, che prediligono rimanere negli argini di un vocalismo più pertinente alla loro natura, diventando per questo degli indispensabili “specialisti”.
Nel primo caso, credo, si è spinti da una maggiore curiosità e senza dubbio generosità, che però spesso si pagano nel tempo con una più breve longevità vocale.
Vale un nome per tutti: Maria Callas, che ha eseguito, con la sua immensa arte, tutto ciò che è stato scritto nel mondo dell’Opera. La possibilità di fare una carriera più varia e di spaziare nel repertorio dipendono moltissimo dalla qualità ed elasticità della voce che si possiede; molto dalla tecnica che si è maturata e, ovviamente, dal “cervello”, perché non dobbiamo dimenticarci che il canto è soprattutto uno stato mentale.

Come ti collochi in questa catalogazione?

Come una cantante con una voce al servizio del cervello e non una con un cervello al servizio della voce; un’artista da sempre innamorata del melodramma.
Per quanto riguarda il discorso sul repertorio, non ho una voce particolarmente definita; sono curiosa per natura e quindi mi piace sperimentare. Ho cantato dal barocco fino al ‘900 prediligendo Mozart, Bellini e Puccini.

In un’intervista, hai parlato delle donne pucciniane come di donne distinte tra reali e ideali. Cioè ci sono quelle che rappresentano un amore concreto e quelle che rappresentano un simbolo amoroso. Se tanto mi dà tanto, l’idealista Cio-cio-san è una donna “simbolica”.

Tutt’altro! Il codice di Cio-Cio-San, affinché venga assecondata questa testardaggine amorosa verso Pinkerton, è del tutto pragmatico. Puccini ci regala l’immagine di una fanciulla risoluta, accanita e sognatrice, ma assolutamente vera e tangibile. Basti pensare a tutto il canto di conversazione del secondo atto. Forse Mimì, Liù, Turandot o Suor Angelica sono più vicine a metafore di un ideale femminile evocato; Butterfly, come ad esempio anche Musetta e Tosca, rappresenta così tanto il reale da essere capace di reinventarlo.

Interpretando uno dei ruoli che hai appena elencato ci si sente meno partecipi alla sua tragedia?

No. E’ necessario solo trovare un altro codice interpretativo, perché gli accenti e i moti dell’anima sono simbolici e meno “quotidiani”. Il canto e il fraseggio di queste creature diventano vera e propria elegia.

C’è un sogno che avevi all’inizio della carriera e che sei riuscita a realizzare? Uno di adesso?

Uno che sono riuscita a realizzare è proprio vivere le donne di Puccini. Amo profondamente questo compositore.
Un sogno che ho adesso? Mi piacerebbe tornare a dedicarmi a Mozart: la Contessa de “Le Nozze di Figaro”; e poi vorrei ricantare La Traviata.

A proposito di Violetta. T’è capitato di cantare ruoli di personaggi, come Violetta o Butterfly, che stanno in scena quasi per tutta l’opera. Se dovessi consigliare una giovane cantante al suo debutto in un ruolo del genere.

Le consiglierei di automatizzare il più possibile la tecnica, prima di affrontare ruoli così impegnativi.

Arrivare a cantare senza pensarci, come quando si va in bicicletta?

Credo che cantare senza pensare sia impossibile…persino i tenori sono obbligati a pensare 😀 però un certo automatismo ci vuole. Usando la metafora della bici, la pedalata deve essere disinvolta, anche in salita. Se entriamo in scena e abbiamo un problema tecnico, la paura di rivelarlo sottrae molto all’interpretazione, a noi stessi e crea ansia per noi e per gli altri. Gigli diceva: “Una vita per studiare e una vita per cantare”. Aveva ragione, perché non c’è veramente mai il tempo, in tutta l’esistenza, per capire profondamente tutto. Non puoi immaginare quanti grandi cantanti mi hanno confidato di aver compreso i segreti di una buona tecnica solo in tarda età.

Dice una canzonetta francese, “Les filles on voudrait leur plaire/mais on n’ sait pas trop y faire/c’est une longue étude, un art/qu’on comprend quand c’est trop tard” (“Vorremo piacere alle ragazze, ma è un lungo studio, un arte che si impara quando è troppo tardi”). Vale anche per il canto?

E’ una bellissima frase. Ed è esattamente ciò che volevo intendere!
Questo è un lavoro che richiede uno studio profondo, un accanimento amoroso, matto e disperatissimo. Mai essere pigri, o questo lavoro non lo si può fare. Bisogna essere “Folli e affamati”, come diceva Steve Jobs.

Quanto un cantante è autonomo? Penso ai “sì” e ai “no” che si devono o non si possono dire.

Purtroppo, pochissimo, nel nostro sistema. A volte un “no” può valere dieci “sì”… ma bisogna essere intelligenti e capire fino a quanto ci si può spingere in questa autonomia. Chi ha il coraggio di salire sul palcoscenico deve combattere, purtroppo, ogni giorno contro determinate egemonie che tendono a sovrastarci e a cancellare la nostra individualità a favore di una omologazione…
Ma questo è un altro discorso, molto delicato e polemico, che meriterebbe più tempo.

Dei “no” che hai dovuto dire o dei “sì” di cui ti sei pentita?

I “sì” di cui mi sono pentita? Neanche uno. Dei “no” che ho dovuto dire? Idem! Sono abbastanza in pace con me stessa, anche se qualche volta… tirerei volentieri qualche pugno.

A chi?

All’incompetenza, alla superficialità, al pressapochismo, al narcisismo! Quando vedo il sopruso solo per la fioritura di un ego: allora divento una belva.

Sei una delle cantanti più in voga, al momento. Se ti chiedo tre nomi significativi di tue colleghe, quali mi dici?

Martina Serafin, la Netrebko, la Garanca, la Damrau e Maria Agresta.

Direi che non c’è altro da dire.

“La brevità… gran pregio”!

Infatti. Un saluto!

A presto!


Intervista a Donata D’Annunzio Lombardi

Idiota imita cantante stonato

Oggi una cara amica mi ha fatto vedere il video di una ragazzina che canta una canzone di Marco Mengoni su YouTube con risultati imbarazzanti. Risultati così imbarazzanti che non vi mostro nemmeno il video per non contribuire al futuro trauma infantile della protagonista. Se avete un minimo di capacità di ricerca su Google, comunque, lo trovate subito.

Con una umanità che mai avrei creduto potesse essere di questo mondo, questa mia amica ha commentato la performance non con lancio di ghiande ma criticando costruttivamente. Le ha spiegato, cioè, che non ha senso cantare imitando il timbro di un cantante. “Quando parli” ha detto “hai una voce pulita, morbida, dolce. Perché non la usi anche quando canti?”.

Quello dell’imitazione è un problema celebre. “Di imitazione si può anche morire”, diceva Celletti.

L’imitazione, però, non è solo dei fan, dei poveri, del popolo che si inginocchia davanti a idoli peggiori di lui o ha il terrore di potenti che potrebbe sconfiggere solo alzando la testa. L’imitazione è anche delle etichette; l’imitazione verso i modelli di moda, verso i grandi classici scimmiottati.

Sempre oggi ho scoperto un’altra cosa imbarazzante. Pare che David Zard stia preparando una versione italiana di “Romèo et Juliette” di Presgurvic coi testi di Pasquale Panella. Trauma.
Sappiamo che oggi l’egemonia francese, in fatto di teatro musicale, esiste. Come potrebbe essere altrimenti, visto che tutto quello che riguarda l’Europa è nato da lì? Ma io ho idee mie su come si deve guardare al successo di qualcuno: se ne riconosce la bravura senza trascurare la propria e si cerca di fare tesoro dei suoi insegnamenti senza copiarlo.
Noi che abbiamo fatto? ll contrario. Abbiamo fatto finta che i francesi non esistano (tanto da proporre come nuovi spettacoli vecchi di dieci anni!) con spocchioseria quasi campanilistica, mentre nel frattempo ci scannavamo a vicenda per le loro briciole.

Di imitazione si può anche morire…

Idiota imita cantante stonato

Repost: Come si canta in un’opera moderna? Ce ne parla Vittorio Matteucci

Come sapete, da qualche tempo ho lasciato Splinder, la piattaforma che ospitava il mio blog precedente, per trasferirmi qui. Ebbene, Splinder ha conservato per qualche tempo i miei articoli ma, a un certo punto, ha deciso di allontanarmi del tutto, un po’ come quei clienti che stanno al bar senza ordinare niente.
Naturalmente sono stato avvertito prima, ed ho fatto in tempo a salvare il materiale che stava per andare perso, ma esso non è più disponibile in rete.
Per questo motivo ho deciso di postare nuovamente alcuni articoli tra i più interessanti e meritevoli di tornare in prima pagina.

Qualche giorno fa si è conclusa, insieme al 2011, la mia inchiesta sul decennale di “Notre-Dame de Paris”. Purtroppo, la quasi totalità di quella inchiesta si trovava su Splinder, quindi non è più disponibile in rete. Credo quindi che pubblicherò anche su questo blog alcuni articoli. Tra questi la riuscitissima (per merito più suo che mio, ovviamente) intervista a Vittorio Matteucci, il quale è, tra parentesi, attualmente impegnato in un progetto discografico che riguarda la contaminazione di generi tra Musical e Opera Moderna (su cui ancora non posso pronunciarmi, almeno non in questa sede).

Come si canta in un’opera moderna? Ce ne parla Vittorio Matteucci

Qualche giorno fa, Vittorio Matteucci si trovava a Milano in attesa delle prove de I Promessi Sposi di Guardì, attualmente in scena all’Arcimboldi.
Già da un po’ progettavo di fargli un’intervista riguardo all’impostazione vocale che richiede un’opera moderna, argomento che avevo già affrontato in una precedente intervista a Paola Neri [la quale è una povera cosa, quindi dubito che la ripubblicherò, a meno che qualcuno non me lo chieda]. Il tempo e il preavviso non hanno giocato a nostro favore, ma intervistare Matteucci significa davvero intervistare un pezzo di storia dell’Opera Moderna; così, dopo un pranzo veloce con poco tempo per masticare mi sono fiondato a Milano, l’ho raggiunto in albergo e gli ho fatto l’intervista che segue.

Spesso ho sentito dire che quelle che vengono chiamate opere moderne sono musical “perché non c’è il canto impostato”. Cosa risponderebbe a un’affermazione simile?

Che è una stupidaggine, nel senso che “canto impostato”, già di per sé, non vuol dire assolutamente nulla. Ci sono mille modi di cantare, e tutti sono impostati.
L’unica distinzione che posso fare è la grande distinzione tra voci liriche e voci non liriche. Le voci liriche hanno dei risonatori molto precisi e, soprattutto, hanno delle necessità dal punto di vista dell’estensione. Infatti noi mutuiamo i nomi delle voci dalla lirica; io posso dire “io sono un baritono”, ma non esiste la definizione di baritono attinente alla musica pop o leggera (se non timbricamente).
Il resto son vocalità miste. Io uso la mia, c’è chi usa una vocalità più ingolata, più profonda, chi il belting, chi questo, chi quell’altro… per me, se una strada è buona per arrivare a un risultato, evviva
quella strada, basta che uno non si faccia male. Continua a leggere “Repost: Come si canta in un’opera moderna? Ce ne parla Vittorio Matteucci”

Repost: Come si canta in un’opera moderna? Ce ne parla Vittorio Matteucci