Intervista chilometrica durante la quale Stefano Brondi ci spiega cos’è il Musical

Questa intervista nasce da una domanda che mi sono posto per la prima volta qualche tempo fa. Numerosi, i detrattori dell’Opera Moderna saltano al collo di qualsiasi cosa, a torto o a ragione, si definisca un’opera al grido di “è un musical!”. Forte sembrerebbe la volontà di difendere il genere Opera, di cui vengono punite appropriazioni considerate indebite. Perché “è un musical”, però? Voglio dire, se ci sono amanti dell’Opera si offendono se una cosa che a loro non piace viene definita opera, perché gli amanti del Musical non dovrebbero offendersi perché c’è gente che usa il loro genere prediletto per buttarci tutto quello che considera spazzatura? Un po’ come se quella pubblicità già di per sé cretina che dice che “hai solo creduto di bere del thé” aggiungesse pure “in realtà, hai bevuto latte”.

Mi pare necessario, quindi, definire con precisione di cosa si parla quando si nomina il Musical. Ne ho parlato con Stefano Brondi, musicista e insegnante di canto il cui campo di studio principale è la storia del Musical anglosassone.

Prima di tutto, presentati ai lettori dell’intervista.

Mi chiamo Stefano Brondi e da un decennio mi occupo specificatamente del Musical anglosassone. La mia formazione è prettamente quella di uno strumentista, nasco studente di pianoforte e ho fatto anche conservatorio per strumenti a percussione; poi, intorno ai quindici-sedic’anni, scopro un po’ del mondo della didattica vocale per alcune esperienze seminariali con alcuni insegnanti di Roma. Da lì, l’unione con il mio gusto musicale un po’ spostato verso il Musical e verso il Jazz, complice mio nonno (di Roma) che, dall’età di tre anni mi ha fatto scoprire un po’ questo mondo che lui amava fortemente. È chiaro che, poi, quando ho acquisito le conoscenze tecniche, mi sono dedicato un po’ a capire dall’interno quello che io ho sempre ascoltato come semplice utente finale.
Ho sviluppato parallelamente questo studio della didattica del canto con una tecnica che portasse dalla base che io definisco universale, che è quella del canto lirico, secondo il principio del cantare naturale, cioè quello che univa il belcanto tra il 1600 e il 1700, cioè prima ancora dell’Opera con forte richiesta vocale (Verdi e Wagner, per capirci) perché, se ritorniamo indietro a quell’epoca, possiamo trovare una connessione tecnica e di purezza timbrica che può essere usata in questo secolo insieme al microfono. Difatti, noi ci scordiamo spesso che la tecnica di quella che noi definiamo la nostra scuola di canto, e che è, effettivamente, la nostra unica scuola di canto, è legata a doppia mandata con il repertorio. Per cui, quando un cantante con la passione per le tecniche vocali, parte con le basi del canto lirico e poi vede intorno a sé una dinamica che, spesse volte, stride con le necessità tecniche del repertorio, come la microfonazione, gli usi di colori vocali che non sono strettamente quelli lirici, quindi la più o meno copertura del timbro, i registri definiti scorretti dalla musica operistica (come il belting), che sono stati codificati meglio dalle tecniche di voicecfaft, quindi dalle poche tecniche moderne che hanno codificato un po’ l’uso del canto dall’avvento del blues e del rock. Continua a leggere “Intervista chilometrica durante la quale Stefano Brondi ci spiega cos’è il Musical”

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Intervista chilometrica durante la quale Stefano Brondi ci spiega cos’è il Musical

“Madame Butterfly” a Bergamo

Salve a tutti. Sono stato lontano dal blog, ultimamente, per questo non ci sono stati aggiornamenti.

Due settimane fa, a Bergamo, si è chiusa la stagione lirica con la “Madame Butterfly”. Presto pubblicherò interessanti interviste ai partecipanti.

Che dire dello spettacolo in sé? Sono rimasto molto soddisfatto.
La messa in scena di un’opera del genere, per valere qualcosa, deve commuovere e toccare, emozionare, far sentire la bellezza intorno a sé. Questa messa in scena c’è riuscita, difatti ho passato l’intervallo cinguettando per il teatro.

Gran parte del merito va al cast. Abbiamo sentito cantare bene, soprattutto da parte della primadonna Donata D’Annunzio Lombardi, che ha gestito il ruolo con sicurezza e professionalità.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso anche dal direttore d’orchestra Hirofumi Yoshida, che avevo sentito già dirigere in questo stesso teatro con tempi mosci e soporiferi. Per quest’opera, invece, ho sentito suoni orchestrali molto piacevoli.

Credo di non poter chiedere di meglio. A presto le interviste.

“Madame Butterfly” a Bergamo