“La Cecchina” del Teatro Donizetti raccontata da Leonardo Galeazzi, alias Tagliaferro

Gran parte del successo de “La Cecchina” andata recentemente in scena al Teatro Donizetti si deve al comico personaggio di Tagliaferro, interpretato da Leonardo Galeazzi. Ci ho scambiato due chiacchere nel bar del teatro.

Una breve presentazione per i lettori del blog.

Sono Leonardo Galeazzi, nato a Terni in un anno che non dirò! Cantante lirico, baritono buffo, brillante per vocazione.
Attualmente mi trovo a Bergamo per La Cecchina di Piccinni. Per rompere il ghiaccio va bene questo?

Va benissimo. Ci parli del tuo personaggio?

Faccio la parte di Tagliaferro, un personaggio che entra in scena nella seconda parte dell’opera, dopo una prima parte in cui si capisce l’antefatto della storia di questa “povera ragazza” e il carattere dei personaggi che ruotano intorno a lei. Tagliaferro è un soldato tedesco che si esprime in un buffissimo italiano maccheronico. Apparentemente dovrebbe essere un personaggio tutto d’un pezzo, ma in realtà è un simpatico soggetto  che parla solo di guerra, donne e… trinche vain.
È grazie a lui che si scopre la reale identità di Cecchina. La maestria di Goldoni sta nell’utilizzo della classica tecnica dell’agnizione: Cecchina è una “trovatella” che non ha mai conosciuto i suoi genitori; attraverso Tagliaferro si scopre che in realtà è figlia di un barone tedesco. Da questo momento in poi la vicenda prende un’altra piega che prelude al lieto fine.
Non ho mai affrontato un personaggio così, sono sempre rimasto nei ruoli mediamente comici. Lui è caricatissimo, a partire dal linguaggio che utilizza. Ho cercato di metterci la mia impronta personale tramite gag, improvvisazioni… il risultato è estremamente divertente. È uno di quei personaggi che non mi dà nessun’ansia da…esibizione!

Visto che hai detto “baritono buffo brillante per vocazione” e adesso sei qui per “La Cecchina” di Piccinni, dicci come ti trovi in questo repertorio.

Il repertorio buffo è quello che prediligo, sia per le mie caratteristiche vocali che per una propensione caratteriale. Mi offre lo spunto per una recitazione più accentuata e mi permette di sfruttare al massimo le mie capacità attoriali.

Non solo repertorio buffo, l’ultima volta eri in un’opera dal peso vocale abbastanza deciso. Come ti ci sei trovato?

Amo affrontare anche ruoli più cantabili, sempre che siano adatti alla mia voce, perché il repertorio buffo obbliga a un esercizio costante sul canto d’agilità e il sillabato veloce, per cui a lungo andare si rischia di perdere la capacità di fraseggiare, di cantare sul fiato, che è estremamente importante per consolidare la propria tecnica.

C’è un personaggio preferito, tra quelli che hai interpretato?

Un personaggio preferito? Adesso come adesso, quello che sto facendo ora.
Viceversa, ci sono dei personaggi che, col senno di poi, ho capito di non aver affrontato nella maniera migliore. Magari per immaturità personale, anche tecnica…

Diciamo il peccatore ma non i peccati?

No. Infatti non dico quali. Però, per alcuni personaggi… so di aver dato il massimo, ma quel massimo non era sufficiente.

Uno che vorresti fare, invece?

Don Giovanni. È un’opera, in generale, che amo tantissimo.
Uno che vorrei rifare è il Conte de “Le nozze di Figaro”.
La mia è una vocalità piuttosto versatile che si presta anche ad alcuni ruoli nobili del repertorio settecentesco.

Non sei nuovo in questo teatro…

No. Sono stato già qui per “L’elisir d’amore”, “La Traviata”, “Gemma di Vergy”… Ho trovato sempre un ambiente molto professionale, preparato e familiare… c’è uno spirito di squadra molto costruttivo, rassicurante, che rende il nostro lavoro molto più facile.

Non sei nuovo neanche alle regie di Bellotto…

Già. Ho fatto l'”Elisir” del 2002 nella parte di Dulcamara, facevo una divertente parodia della Wanna Marchi (dato che era l’epoca dello scandalo)… un Dulcamarchi…compreso il famoso D’ACCORRRRDOOOO??
Poi, nel 2009, qui a Bergamo e in tournée in Giappone, nella parte di Belcore.
Quello che mi piace delle regie di Francesco Bellotto è che oltre a dare il giusto risalto ai personaggi, riesce a far vivere il palcoscenico come se fosse un mondo in cui degli elementi, apparentemente semplici, di vita quotidiana arricchiscono la vicenda e la completano. Detto così sembra troppo banale, come se mettesse lì quattro comparse a fare controscene, invece ti assicuro che le sue idee sono molto originali, frutto di una ricerca e grande competenza in campo teatrale e non solo. Te ne accorgerai assistendo a questa Cecchina.

Questo spettacolo fa parte del progetto La Scuola all’Opera. Qual è la differenza tra una recita per tutto il pubblico e una per le scuole? È una difficoltà cantare di prima mattina? Fare queste recite è stato come fare una settimana di prove generali?

 Fisicamente, vocalmente e psicologicamente affronto alla stessa maniera sia un pubblico di adulti che di bambini. Praticamente nella versione per le scuole l’opera è stata ridotta per esigenze di orari scolastici. Infatti sono stati tagliati alcuni da-capo delle arie, alcuni recitativi, il finale del secondo atto… dovevamo portare l’opera a durare un’ora e mezza circa e fare due spettacoli ogni mattina.
La cosa bella che ho notato cantando per un pubblico così giovane è che i bambini (che hanno preparato l’opera coi loro insegnanti prima di venire a teatro, per cui non erano proprio all’oscuro di tutto) hanno una capacità critica molto diversa dalla nostra, ma ugualmente acuta, per cui percepiscono la bontà o la cattiveria dei personaggi ed in base a questo partecipano in maniera unanime. Quando uscivamo per gli applausi finali, la loro reazione era applaudire i buoni e buare i cattivi. Infatti Cecchina aveva un grandissimo successo. Ricordo che l’altro giorno si è levato il coro spontaneo “Cecchina… Cecchina…” verso di lei.
Mi ha fatto molto piacere partecipare a questa iniziativa, i bambini sono il pubblico del futuro ed è molto positivo che la scuola ed il teatro collaborino alla loro formazione.

Vuoi parlarci un po’ del lavoro di ricercatore che porti avanti parallelamente a quello di cantante d’Opera?

“Ricercatore” lo mettiamo tra virgolette, perché non sono all’altezza di quelli che lo fanno come musicologi o come esperti… io lo faccio a titolo

  personale e mirato esclusivamente al repertorio da camera. Ho iniziato documentandomi su alcuni compositori umbri, sfruttando le tecniche moderne (internet, archivi online, ecc.) e ho reperito molto materiale che sto studiando per una mia personale conoscenza.
Adesso, nello specifico, sto lavorando al repertorio da camera di un compositore ternano: Stanislao Falchi. Insieme ad una musicologa/musicista ternana, Silvia Paparelli, vorremmo preparare un lavoro discografico per rivalutare la figura di questo compositore che ha prodotto un corpus non vastissimo, in confronto ai compositori più blasonati suoi coevi, ma secondo noi di grande qualità.

 

Una domanda che mi sta a cuore, come aquilano. So che hai fatto un concerto per L’Aquila. Secondo te quali utilità possono avere certe iniziative?

Si, ho partecipato alla prima assoluta di una composizione scritta da Antonello Neri che si chiama “Tre notturni per la città de L’Aquila” ed è stata eseguita per l’anniversario di quel maledetto terremoto.
Iniziative del genere possono servire non certo a racimolare fondi, ma a ripristinare quella normalità che comprendeva anche le l’attività musicali, da sempre fiorentissime in questa città attraverso la Società Barattelli, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese, il Teatro Stabile, ecc… i quali attualmente svolgono la loro attività tra mille difficoltà sia economiche che logistiche.
Io mi sento mezzo aquilano ormai, dato che vivo lì per ragioni sentimentali, mi trasferii proprio pochi mesi prima del terremoto, ma conoscevo già la città, i punti di incontro, gli spazi culturali. Spero che queste attività contribuiscano a conservare ed incrementare quel senso di appartenenza sociale.

Beh, ci salutiamo con questo messaggio di speranza. In bocca al lupo per stasera e per domenica.

Grazie a tutti, un saluto a tutto il pubblico.

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