Intervista a Valentina Vitti, alias Sandrina nella “Cecchina” del Teatro Donizetti

Uno dei personaggi più gustosi della “Cecchina” di Piccini è Sandrina, una delle serve che sputano veleno sulla povera protagonista.
Ho scambiato due chiacchere, in camerino, con l’attrice che l’ha interpretata la settimana passata al Donizetti, Valentina Vitti.

Cominciamo con una presentazione amichevole per rompere il ghiaccio.

Sono Valentina Vitti, ho ventott’anni e vengo da Palermo. Sono un soprano lirico leggero, e ho compiuto gli studi presso il conservatorio Vincenzo Bellini della mia città. Mi sono diplomata in canto nel 2007, e il prossimo spero di concludere la mia specializzazione in canto barocco sempre presso il Dipartimento di Musica Antica del conservatorio della mia città. Sto perfezionando i miei studi in un repertorio completamente diverso dal melodramma ottocentesco, ma ugualmente interessante, che sta avendo un certo sviluppo negli ultimi anni anche in Italia.

La risposta ci ricollega a questa domanda: come ti trovi nel repertorio che affronterai in questo spettacolo?

Diciamo che quest’opera, “La Cecchina, ossia la buona figliola” di Piccini, è ideale per la mia vocalità e per il tipo di studi che sto perfezionando, per cui mi trovo molto a mio agio. Anche con questo direttore d’orchestra, il maestro Montanari, che proviene da questo tipo di repertorio, ed è uno dei più importanti violinisti barocchi degli ultimi anni. Mi sono trovata benissimo, quindi penso sia il tipo di repertorio che vorrò approfondire, che mi porterà, spero, a un certo tipo di lavoro.

Tra dieci anni ti vedi a fare barocco?

Devo dire di sì. Sto cercando di mettere in repertorio molto Handel, Vivaldi… in modo da poter prossimamente, magari, debuttare in opere barocche.

C’è un ruolo, di questo repertorio o altri, che ti è piaciuto fare o vorresti fare?

Nel repertorio barocco, mi piacerebbe debuttare come Morgana nell'”Alcina” di Handel e, poi, magari, come Romilda nel “Serse”. In generale, il mio sogno sarebbe quello di fare Gilda nel “Rigoletto”, un ruolo che, finora, ho solo studiato.

Pensi che la tua voce si evolverà verso quel colore?

Sicuramente la voce avrà un cambiamento, ma penso sempre sul lirico leggero… Gilda ci sta.

Tu hai fatto le recite per le scuole ma…

…con un altro ruolo, il ruolo della Marchesa Lucinda. Un ruolo più di coloratura rispetto a Sandrina, che interpreterò stasera. Devo dire la verità, imparare due ruoli della stessa opera comunque abbastanza diversi, forse opposti, è stata una bella prova, sia per la mia memoria che per la mia resistenza… che si è dimostrata di buon livello. Svegliarsi molto presto per una settimana, essere già in teatro alle sette e trenta di mattina per iniziare alle nove, con una seconda recita subito dopo, alle undici, con solo cinque minuti di pausa tra l’una e l’altra… insomma, è stata una bella prova. L’avevo già sperimentato anni fa nel Circuito Lombardo, con la As. Li. Co., dove avevo debuttato come Despina nel “Così fan tutte”, quindi avevo già provato questa esperienza nel teatro con le scuole, con tanti bambini e tanti ragazzi che vengono in teatro. Devo dire la verità, è sempre una bella sorpresa, ed è una gioia trasmettere un po’ di teatro, un po’ di Opera Lirica, ai giovanissimi… ai più giovani di me…!

Non so se farti questa domanda, visto che gran parte dell’intervista insiste sulla tua giovane età, ma c’è un lavoro musicale a cui pensi al di là del cantare in teatro?

Negli ultimi tre anni ho vinto una borsa di studio presso il Conservatorio di Palermo, e, quindi, insegno canto lirico in dei corsi propedeutici per l’ingresso in conservatorio. Devo dire che, negli ultimi anni, ho sperimentato l’insegnamento nel mio lavoro, con dei buoni risultati perché molti dei miei alunni sono stati ammessi ai corsi accademici e sperimentali del conservatorio. Devo dire che la mia soddisfazione più grande è quella, appunto, di aver saputo trasmettere un po’ della mia tecnica, del mio modo di vedere il canto a questi miei alunni. Sono molto fiera di loro e del mio piccolo operato in questo settore. Per il futuro, spero di continuare la carriera all’interno del teatro.

Ti trovi meglio a recitare o a cantare in un concerto? Lo chiedo anche perché qui c’è un repertorio (e un regista) che esige una certa recitazione.

Penso che nell’Opera Lirica uno riesca ad esprimere in toto la propria vocalità e la propria personalità. I concerti sono sempre un banco di prova molto più difficile, perché non hai coperture come la regia o i movimenti scenici. Io, personalmente, mi trovo meglio sul palcoscenico, col trucco di scena. Forse è anche una protezione… l’abito di scena, il trucco… diventi molto più personaggio mentre, nel concerto, devi aprirti. Sei tu davanti al tuo pubblico, senza nessuna maschera. È un po’ più difficile.

Come ti sei trovata al Donizetti e a Bergamo in generale?

Non voglio fare piaggerie, ma mi sono trovata benissimo sia in città che in teatro. Ho scoperto dei colleghi, da tutta Italia, veramente straordinari. Anche l’ambiente stesso del teatro, a partire dal direttore artistico (e regista dell’opera), ma anche parrucchiere, truccatrici, addetti alla scena, macchinisti, attrezzisti, comparse…

…giornalisti…

Soprattutto giornalisti! Ma tu non sei di Bergamo…

Io sto qua dal ’97, ma perché buttarla sul caso personale?

Eh, sì… comunque ho trovato delle bellissime persone che mi hanno fatto sentire a casa. Il Teatro Donizetti è stata una grandissima sorpresa, penso di portarlo nel cuore nelle mie prossime esperienze.

E di tornarci!

Anche di tornarci, certo!

Un saluto. Vuoi dire qualcosa su quello che farai prossimamente?

Intanto, appena torno a casa, un concerto di musica sacra per la Settimana di Musica Sacra di Monreale, che è una rassegna molto importante giù al Sud. Canterò delle arie dalla cantata n. 51 di Bach. Poi c’è un progetto su Mozart in un grande teat… non so se dirlo, perché ancora non… bhé, comunque è un’altra cosa per i giovani, a Palermo. Poi spero in altri debutti.

E noi speriamo insieme a te. Grazie, è stato un piacere.

Grazie a tutti!

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Intervista a Valentina Vitti, alias Sandrina nella “Cecchina” del Teatro Donizetti

“La Cecchina” di Piccini del Teatro Donizetti raccontata dai due protagonisti, Gabriella Costa e Matteo Falcier

Ecco un’intervista ai due protagonisti (Cecchina e il marchese) della recente produzione de “La Cecchina, ossia la buona figliuola” di Piccini.

Prima di tutto, per rompere il ghiaccio, una presentazione.

FALCIER: Prima le signore…

COSTA: Io sono Gabriella Costa, un soprano. Sono qui al teatro Donizetti perché stiamo mettendo in scena “La Cecchina” di Piccini, in cui io canto il ruolo di Cecchina. Ho iniziato già un po’ di anni fa, ho qualche decina d’anni d’esperienza sul palcoscenico, un po’ in tutti i repertori, perché ho una voce abbastanza versatile. Ho cominciato cantando “Rigoletto”, poi ho fatto anche “Un ballo in maschera”… però mi piace molto anche il repertorio settecentesco, il repertorio barocco… e ho avuto tante esperienze anche nel repertorio contemporaneo, perché ho cantato in prima assoluta musiche di Marco Betta, Rendine, Giorgio Battistelli al teatro dell’Opera di Roma… quindi mi sono anche misurata con la scuola di compositori italiani di questa generazione che sono di maggior prestigio, di maggior valore musicale e anche umano.

FALCIER: Io, invece, sono Matteo Falcier, tenore. Interpreto, in questa rappresentazione, il Marchese della Conchiglia, innamorato di Cecchina. Per me c’è poco da dire, perché è praticamente il mio debutto in assoluto come ruolo principale. Io inizio da qui, arrivo, mi presento e…

COSTA: …io ti tengo a battesimo.

FALCIER: …e la signora Costa mi tiene a battesimo. Sono molto felice di debuttare con un ruolo importante, ma soprattutto con un cast di persone che hanno tutte una grandissima esperienza e una grande professionalità. Ho solo da imparare, qua.

Eravate già stati in questo teatro? Come vi ci trovate?

COSTA: Io no. Ho fatto qualcosa a Bergamo l’anno scorso, ma non al Donizetti, bensì al Teatro Sociale in Città Alta. Ho fatto uno spettacolo con voce recitante col maestro Piero Rattalino e la pianista Ilia Kim. Questa è la mia prima volta al teatro Donizetti e a Bergamo. Mi sto trovando benissimo, perché è un teatro pieno di persone che hanno voglia di lavorare, passione, che ci mettono il cuore in quello che fanno, con gentilezza e gioia.

Tu [Falcier] mi dicevi di aver avuto una buona impressione riguardo a Bergamo!

FALCIER: Io Bergamo l’avevo già vista dalla parte del palcoscenico, in quanto io ero nel coro nella produzione dell’As. Li. Co. di “Nabucco”. Però, sai… calcare il palcoscenico all’interno di un gruppo, di un coro, e calcarlo da solo sono due cose diverse. Quando senti il teatro che risuona intorno a te, inizi a cantare e, a fianco, non hai nessuno… è diverso.
Mi sento un bambino che tutti pre

ndono per mano e a cui tutti insegnano qualcosa. Non posso dire nient’altro. Sto benissimo. Ci metto la firma a trovare solo teatri così.

Domanda più per Falcier che per Costa, dato che lei ha già in parte risposto. Come vi trovate in questo repertorio?

COSTA: Per quanto mi riguarda, questo repertorio l’ho sempre frequentato, è uno di quelli che preferisco in assoluto. Se sono a casa, in un momento di riposo, e desidero ascoltare musica, la prima cosa che metto è il “Giulio Cesare” di Handel. È il repertorio che mi si addice di più nell’animo e nel gusto, per cui, nella “Cecchina”, mi sento a casa.
Inoltre devo dire che questa è una produzi

one bellissima oltre che per l’ospitalità del teatro anche perché c’è un cast che è sempre stato omogeneo, unito… ha dato quasi una sensazione familiare. Nessuno screzio.

FALCIER: A parte il tenore…

COSTA: Certo… (melodrammatica) A parte il tenore da consolare, da sostenere nelle sue tra

versie…

FALCIER: Un giovane Holden!

Ma l’abbiamo superata insieme!

COSTA: Eh, sì!

FALCIER: Si impara a cantare con questo repertorio e, di solito, se ne ha un brutto ricordo, perché riguarda i primi anni. Viene presentato come un repertorio facile, ma il repertorio facile non esiste! Bisogna sempre cantare con gusto, per cantare bene le note, porgerle. Iniziare con questo repertorio è un modo per dire “Iniziamo ma iniziamo bene, senza grilli per la testa, pensando ogni nota”.

Quali ruoli preferite? Anche con nomi e cognomi (personaggi).

COSTA: Konstanze nel “Ratto del serraglio”. Devo dire anche Gilda e Cleopatra.

FALCIER: Io che posso dire? Per le poche produzioni che ho fatto all’interno del conservatorio… un ruolo che mi piacerebbe debuttare è Ernesto nel “Don Pasquale”, mentre un altro ruolo sempre donizettiano è Toni de “La figlia del reggimento”.

COSTA: Lì c’è da divertirsi!

FALCIER: Vero! Se, invece, vogliamo parlare di canto più serio, “La Favorita”, sempre di Donizetti. Caratterialmente, invece, Alfredo… ma solo caratterialmente, non mi sognerei mai di cantarlo.

La tua aspirazione è di donizettiano? Di romantico?

FALCIER: Bhè, penso di sì… tecnicamente penso che sia il mio repertorio. Non lo so… c’è qualcosa di donizetti che mi piace molto. Lo trovo estremamente più romantico dello stesso periodo romantico. Mi commuovo quando lo canto. Senza nulla togliere alle pagine che sono venute dopo (all’ingresso di Mimì, ne “La Bohéme”, viene da piangere), quelli non sono ruoli che mi piacerebbe fare. Non mi viene da fantasticarci su.

Altra domanda rivolta più a Falcier, visto che so che Gabriella Costa non ha cantato nelle recite per La Scuola all’Opera. C’è una differenza tra le recite che farete adesso e quelle recite? C’è una differenza tecnica? Rappresentano una sorta di banco di prova?

COSTA: Io non ho fatto le recite per le scuole, ma certamente cantare la mattina alle…

FALCIER: …otto…

COSTA: …deve essere tragico, perché il cantante lavora con il corpo, come un atleta. Alle otto il corpo deve essere pronto, al massimo dell’energia, come non è nel bioritmo normale di un essere umano. Per cantare alle otto, io dovrei svegliarmi almeno alle cinque del mattino. Immagino che così sia stato anche per i colleghi.

Lo è stato?

FALCIER: Purtroppo sì… ahimè! Le parole non rendono la fatica psicologica e fisica… Ehy! Non ridere! (a Gabriella Costa) È la verità! Non è il semplice alzarsi alle otto per andare a lavorare… è veramente come muovere i macigni alla mattina! È pesantissimo!
Nella partitura ci sono state delle differenze, rispetto allo spettacolo serale, in quanto, per i bambini, doveva essere più snello, più corto… anche noi ci siamo sciolti un pochino di più con i bambini, nel senso registico del termine… ci si divertiva tantissimo!
Per me era bello strappare un sorriso in più a un bambino, perché c’erano di quelle cose… non riuscivi a non voler far ridere! C’era quel continuo “Oooh…” di meraviglia che, con gli adulti, non si sente. Sentivi di far parte di qualcosa di magico.
I bambini commentavano, nella scena tra me e Tagliaferro [quando i due bevono insieme]: “Ma cosa bevono? Sarà vino? Sarà thè freddo?”… lì come fai a restare concentrato?

Una ultima domanda. Riguarda il vostro lavoro fuori dal semplice cantare in teatro.

COSTA: I concerti. Ho appena fatto una tournée con l’Academia Montis Regalis, con De Marchi; abbiamo fatto quattro tappe in Canada. Adesso vengo da una tappa a Palazzo del Quirinale andata in diretta su Radio3. Poi concerti per il Teatro Politeama di Palermo, per gli Amici della Musica… una tappa dello stesso concerto a Firenze…
Quando non canto, faccio la moglie, riesco finalmente a coccolare mio marito, [presente all’intervista] mi diletto in cucina, coltivo le amicizie, visto che non riesco a farlo, stando tanto fuori casa. Faccio un po’ di tutto… tinteggio i muri di casa, faccio lavori di carpenteria… Faccio cose che mio marito non fa! (rivolta a suo marito)

FALCIER: Io non ho ancora un famiglia, quindi faccio la vita di un qualsiasi ragazzo di ventotto anni. Studio, cerco di divertirmi… mi godo mamma e papà e mi spupazzo le nipotine…
Finora mi sono descritto come un debuttante, ma le cose che ho fatto come studente erano comunque di alto livello. Parliamo di uno Stresa Festival con Noseda, con De Carolis e la Frittoli che ci seguivano… solo che non chiedono quello che chiedono in ambito professionale. Ventiquattro giorni di prove, dalla mattina alla sera, con un cast solo, pianista personale… si arriva a un livello tale in cui sei un registratore da mettere su on e off. Qua abbiamo avuto dieci giorni!

COSTA: Sì, anche meno. Siamo stati chiamati a un lavoro veramente stressante, in questa produzione, essendo composta da due cast. E anche essendo compreso il periodo delle recite per i bambini nel periodo di prove. Son venuti a mancare dei giorni… il maestro è arrivato una settimana dopo… è stato un lavoro abbastanza duro.
Comunque, al di fuori dell’attività professionale, quando sono a casa, faccio anche altre cose. Sto elaborando una forma personale di studio sulla tecnica vocale che non riguarda più la tecnica vocale in sé. Sto perfezionando un tipo di concezione dello studio del canto, che mi auguro sia mirato all’insegnamento. I miei studi mirano all’ottenimento di una resa vocale scenica di un certo livello senza però studiare troppo la tecnica vocale. Cioè, sono arrivata alla conclusione, dopo questi anni di attività che, per un professionista, la tecnica vocale non dovrebbe più esistere. Ogni professionista ha un suo limite vocale che conosce benissimo. Questi limiti sono mentali, non tecnici. Se non riesco a ottenere il risultato che voglio ma sento che potrei avere, è perché ci sono dei problemi relativi al mio vissuto che tengo dentro e si traducono in tensione muscolare.

Mente e corpo che collaborano?

COSTA: Esattamente. Emozioni che, se non elaborate, si sedimentano nel corpo sottoforma di tensione. Le emozioni del periodo che va della nascita fino ai primi sei anni di vita, ma anche più tardi.
Quanto riusciamo a perdonare, a perdonarci, ad amare… la tensione si scioglie e i limiti scompaiono.

Bhè, ora vi saluto! Ci vediamo domenica.

FALCIER: Saluti!

COSTA: Passa a salutarci!

“La Cecchina” di Piccini del Teatro Donizetti raccontata dai due protagonisti, Gabriella Costa e Matteo Falcier

“La Cecchina” del Teatro Donizetti raccontata da Leonardo Galeazzi, alias Tagliaferro

Gran parte del successo de “La Cecchina” andata recentemente in scena al Teatro Donizetti si deve al comico personaggio di Tagliaferro, interpretato da Leonardo Galeazzi. Ci ho scambiato due chiacchere nel bar del teatro.

Una breve presentazione per i lettori del blog.

Sono Leonardo Galeazzi, nato a Terni in un anno che non dirò! Cantante lirico, baritono buffo, brillante per vocazione.
Attualmente mi trovo a Bergamo per La Cecchina di Piccinni. Per rompere il ghiaccio va bene questo?

Va benissimo. Ci parli del tuo personaggio?

Faccio la parte di Tagliaferro, un personaggio che entra in scena nella seconda parte dell’opera, dopo una prima parte in cui si capisce l’antefatto della storia di questa “povera ragazza” e il carattere dei personaggi che ruotano intorno a lei. Tagliaferro è un soldato tedesco che si esprime in un buffissimo italiano maccheronico. Apparentemente dovrebbe essere un personaggio tutto d’un pezzo, ma in realtà è un simpatico soggetto  che parla solo di guerra, donne e… trinche vain.
È grazie a lui che si scopre la reale identità di Cecchina. La maestria di Goldoni sta nell’utilizzo della classica tecnica dell’agnizione: Cecchina è una “trovatella” che non ha mai conosciuto i suoi genitori; attraverso Tagliaferro si scopre che in realtà è figlia di un barone tedesco. Da questo momento in poi la vicenda prende un’altra piega che prelude al lieto fine.
Non ho mai affrontato un personaggio così, sono sempre rimasto nei ruoli mediamente comici. Lui è caricatissimo, a partire dal linguaggio che utilizza. Ho cercato di metterci la mia impronta personale tramite gag, improvvisazioni… il risultato è estremamente divertente. È uno di quei personaggi che non mi dà nessun’ansia da…esibizione!

Visto che hai detto “baritono buffo brillante per vocazione” e adesso sei qui per “La Cecchina” di Piccinni, dicci come ti trovi in questo repertorio.

Il repertorio buffo è quello che prediligo, sia per le mie caratteristiche vocali che per una propensione caratteriale. Mi offre lo spunto per una recitazione più accentuata e mi permette di sfruttare al massimo le mie capacità attoriali.

Non solo repertorio buffo, l’ultima volta eri in un’opera dal peso vocale abbastanza deciso. Come ti ci sei trovato?

Amo affrontare anche ruoli più cantabili, sempre che siano adatti alla mia voce, perché il repertorio buffo obbliga a un esercizio costante sul canto d’agilità e il sillabato veloce, per cui a lungo andare si rischia di perdere la capacità di fraseggiare, di cantare sul fiato, che è estremamente importante per consolidare la propria tecnica.

C’è un personaggio preferito, tra quelli che hai interpretato?

Un personaggio preferito? Adesso come adesso, quello che sto facendo ora.
Viceversa, ci sono dei personaggi che, col senno di poi, ho capito di non aver affrontato nella maniera migliore. Magari per immaturità personale, anche tecnica…

Diciamo il peccatore ma non i peccati?

No. Infatti non dico quali. Però, per alcuni personaggi… so di aver dato il massimo, ma quel massimo non era sufficiente.

Uno che vorresti fare, invece?

Don Giovanni. È un’opera, in generale, che amo tantissimo.
Uno che vorrei rifare è il Conte de “Le nozze di Figaro”.
La mia è una vocalità piuttosto versatile che si presta anche ad alcuni ruoli nobili del repertorio settecentesco.

Non sei nuovo in questo teatro…

No. Sono stato già qui per “L’elisir d’amore”, “La Traviata”, “Gemma di Vergy”… Ho trovato sempre un ambiente molto professionale, preparato e familiare… c’è uno spirito di squadra molto costruttivo, rassicurante, che rende il nostro lavoro molto più facile.

Non sei nuovo neanche alle regie di Bellotto…

Già. Ho fatto l'”Elisir” del 2002 nella parte di Dulcamara, facevo una divertente parodia della Wanna Marchi (dato che era l’epoca dello scandalo)… un Dulcamarchi…compreso il famoso D’ACCORRRRDOOOO??
Poi, nel 2009, qui a Bergamo e in tournée in Giappone, nella parte di Belcore.
Quello che mi piace delle regie di Francesco Bellotto è che oltre a dare il giusto risalto ai personaggi, riesce a far vivere il palcoscenico come se fosse un mondo in cui degli elementi, apparentemente semplici, di vita quotidiana arricchiscono la vicenda e la completano. Detto così sembra troppo banale, come se mettesse lì quattro comparse a fare controscene, invece ti assicuro che le sue idee sono molto originali, frutto di una ricerca e grande competenza in campo teatrale e non solo. Te ne accorgerai assistendo a questa Cecchina.

Questo spettacolo fa parte del progetto La Scuola all’Opera. Qual è la differenza tra una recita per tutto il pubblico e una per le scuole? È una difficoltà cantare di prima mattina? Fare queste recite è stato come fare una settimana di prove generali?

 Fisicamente, vocalmente e psicologicamente affronto alla stessa maniera sia un pubblico di adulti che di bambini. Praticamente nella versione per le scuole l’opera è stata ridotta per esigenze di orari scolastici. Infatti sono stati tagliati alcuni da-capo delle arie, alcuni recitativi, il finale del secondo atto… dovevamo portare l’opera a durare un’ora e mezza circa e fare due spettacoli ogni mattina.
La cosa bella che ho notato cantando per un pubblico così giovane è che i bambini (che hanno preparato l’opera coi loro insegnanti prima di venire a teatro, per cui non erano proprio all’oscuro di tutto) hanno una capacità critica molto diversa dalla nostra, ma ugualmente acuta, per cui percepiscono la bontà o la cattiveria dei personaggi ed in base a questo partecipano in maniera unanime. Quando uscivamo per gli applausi finali, la loro reazione era applaudire i buoni e buare i cattivi. Infatti Cecchina aveva un grandissimo successo. Ricordo che l’altro giorno si è levato il coro spontaneo “Cecchina… Cecchina…” verso di lei.
Mi ha fatto molto piacere partecipare a questa iniziativa, i bambini sono il pubblico del futuro ed è molto positivo che la scuola ed il teatro collaborino alla loro formazione.

Vuoi parlarci un po’ del lavoro di ricercatore che porti avanti parallelamente a quello di cantante d’Opera?

“Ricercatore” lo mettiamo tra virgolette, perché non sono all’altezza di quelli che lo fanno come musicologi o come esperti… io lo faccio a titolo

  personale e mirato esclusivamente al repertorio da camera. Ho iniziato documentandomi su alcuni compositori umbri, sfruttando le tecniche moderne (internet, archivi online, ecc.) e ho reperito molto materiale che sto studiando per una mia personale conoscenza.
Adesso, nello specifico, sto lavorando al repertorio da camera di un compositore ternano: Stanislao Falchi. Insieme ad una musicologa/musicista ternana, Silvia Paparelli, vorremmo preparare un lavoro discografico per rivalutare la figura di questo compositore che ha prodotto un corpus non vastissimo, in confronto ai compositori più blasonati suoi coevi, ma secondo noi di grande qualità.

 

Una domanda che mi sta a cuore, come aquilano. So che hai fatto un concerto per L’Aquila. Secondo te quali utilità possono avere certe iniziative?

Si, ho partecipato alla prima assoluta di una composizione scritta da Antonello Neri che si chiama “Tre notturni per la città de L’Aquila” ed è stata eseguita per l’anniversario di quel maledetto terremoto.
Iniziative del genere possono servire non certo a racimolare fondi, ma a ripristinare quella normalità che comprendeva anche le l’attività musicali, da sempre fiorentissime in questa città attraverso la Società Barattelli, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese, il Teatro Stabile, ecc… i quali attualmente svolgono la loro attività tra mille difficoltà sia economiche che logistiche.
Io mi sento mezzo aquilano ormai, dato che vivo lì per ragioni sentimentali, mi trasferii proprio pochi mesi prima del terremoto, ma conoscevo già la città, i punti di incontro, gli spazi culturali. Spero che queste attività contribuiscano a conservare ed incrementare quel senso di appartenenza sociale.

Beh, ci salutiamo con questo messaggio di speranza. In bocca al lupo per stasera e per domenica.

Grazie a tutti, un saluto a tutto il pubblico.

“La Cecchina” del Teatro Donizetti raccontata da Leonardo Galeazzi, alias Tagliaferro

Il Donizetti di Bergamo torna a brillare con “La Cecchina” di Piccini

Eravamo rimasti alla “Maria di Rohan” del 7-9 ottobre. Uno spettacolo che non era stato affatto brutto ma, a dirla tutta, non era stato neanche chissà quanto bello. Normale, diciamo. Non se n’è parlato troppo fuori dal teatro. Questa produzione della “Cecchina”, invece, si è fatta onore.

“Finalmente” ho udito dire a uno spettatore all’alzarsi del sipario “una bella scenografia!”; frase un po’ ingiusta verso le due regie precedenti, ma che esprime bene la soddisfazione del pubblico nel trovarsi davanti a qualcosa dotato di una certa comunicativa. L’ambientazione scelta da Bellotto per queste recite è stata quella di un film muto, da anni ’20 (“Che scena lugubre!” recita un altro commento carpito in galleria), adeguata per descrivere la natura della storia narrata, che è un po’ da romanzo d’appendice. Come per molte regie di questo regista, abbiamo assistito a un grosso lavoro di comparse, impegnate a inscenare scenette che facevano da cornice al lavoro dei cantati.

Esiste anche l’altra faccia della medaglia (il discorso si amplia a tutto il teatro lirico di oggi), perché il rischio che quella comunicativa tanto faticosamente acquisita crolli nel momento in cui allo spettatore sfugge qualcosa della storia c’è. Per fare un esempio, una terza citazione raccolta in galleria: “Eh… se è giardiniera, dovrebbe curare il giardino!” esclama quasi indignata una signora. Cecchina, difatti, è stata messa a capo di una sorta di chioschetto da fioraia che fa molto anni ’20, ma storce un po’ la trama.
In effetti l’obiezione della signora, per quanto appaia ingenua, non è proprio una stupidata. Che succede se uno si perde il pezzo in cui Cecchina dice di essere una giardiniera?

Il successo dello spettacolo è da imputare anche al cast, costituito da elementi molto versatili, capaci di adattarsi a tutte le sfumature volute dal titolo.
In particolare, ricevono un certo apprezzamento i momenti di comicità, durante i quali cala un silenzio dovuto a un sincero interesse, e in seguito ai quali arrivano applausi spontanei.

Una buona ripartenza dopo quasi due mesi di pausa, dunque. Il prossimo appuntamento sarà il 25-27 novembre (questo weekend) con tutt’altro repertorio.
Andrà in scena “Madame Butterfly” di Puccini.

Il Donizetti di Bergamo torna a brillare con “La Cecchina” di Piccini