“Maria di Rohan” al Donizetti di Bergamo

Domenica 9 ottobre è andata in scena al Teatro Donizetti di Bergamo la seconda opera della stagione lirica bergamasca, ossia la donizettiana “Maria di Roahn”. Come avvisa il programma di sala, si tratta di un’opera che può essere apprezzata appieno solo da chi ha avuto Storia tra le proprie materie preferite, negli anni di scuola. Si incentra, difatti, intorno alla figura di una celebre cortigiana dell’epoca di Luigi XIII, abile manipolatrice di un periodo storico in bilico tra i disordini della Francia seicentesca e il pugno di ferro del cardinale Richelieu. Audace, proprio per questo motivo, la scelta registica di costruire una scena simbolica e poco realista, forse proprio sulla base di una rinuncia ad assumere per lo spettatore un ruolo di guida che risulterebbe comunque troppo faticoso. La scena si presenta difatti come un immenso vortice all’interno del quale vengono risucchiati i personaggi. L’idea chiarisce perfettamente il taglio che l’autore a voluto dare all’opera, ma, mancando ai più l’argomento della narrazione, non è comunque semplice assaporane tutti gli aspetti. Tanto vale abbandonarsi ai colori dello spettacolo senza cercare di decodificarlo oltre il possibile.

Dal punto di vista vocale, la data del 9 ottobre non è stata entusiasmante. Vuoi per l’oggettiva difficoltà della partitura, vuoi per la sonora buca del teatro bergamasco, vuoi per il cambio di stagione poco favorevole al mestiere di cantante, solo la voce di Marco Di Felice mi ha comunicato qualcosa. Mi sento di smentire chi lo definisce un tenore che non si sforza appieno e finisce per fare il baritono. Delle altre voci, il più delle volte. non so che dire perché non le sentivo. Non si tratta di una semplice battuta; mi fido, infatti, della professionalità degli interpreti, in generale (specie della primadonna Majella Cullagh, di cui ho sentito registrazioni di buon livello), ma il fatto è che non stiamo parlando di un CD. Il passaggio più bello del mondo, se non viene sentito dal pubblico, vale quanto il passaggio più brutto del mondo. C’è da precisare, a ogni modo, per onestà, che il tenore Salvatore Cordella è stato catapultato sul palcoscenico, come sostituto, all’ultimo momento.

Gregory Kunde, recentemente Tamas nella “Gemma di Vergy” messa in scena in questo stesso teatro, si trovava domenica nelle vesti di direttore d’orchestra. Di lui ho sentito dire da uno spettatore, che aveva avuto evidentemente le mie stesse impressioni quanto a volume delle voci, “Come cantante sa bene quale volume” (e, aggiungo io, ritmo) “è meglio tenere per l’orchestra”.

Nel complesso, uno spettacolo che ha fatto un po’ di fatica ad arrivare al pubblico, ma sostenuto da buone idee, specialmente per quanto riguarda la parte visiva.

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