“Notre-Dame de Paris” celebra i suoi dieci anni all’Arcimboldi

Il cast di domenica 2 ottobre:

Quasimodo: Lorenzo Campani
Esmeralda: Federica Callori
Gringoire: Luca Marconi
Frollo: Marco Manca
Clopin: Emanuele Bernardeschi
Febo: Oscar Nini
Fiordaliso: Serena Rizzetto

Sono recentemente andato a dare un’occhiata al nuovo tour di “Notre-Dame de Paris”, quello del decennale.
Va detto prima di tutto che “del decennale” è un’espressione che non regge; quello che ho visto sabato all’Arcimboldi è uno spettacolo che non ha nulla di celebrativo, com’era prevedibile. L’opera, per quanto meravigliosa, è, al momento, troppo inflazionata perché se ne possa parlare con sincero entusiasmo.

Considerandola come una qualsiasi produzione di “Notre-Dame”, posso affermare di non aver visto un brutto spettacolo, ma uno spettacolo poco codificato sì. Difatti, se mi sono appena lamentato di quanto si è abusato di questo titolo negli ultimi dieci anni, non è stato per lamentarmi del fatto che è stato presente sulle scene, ma del fatto che ci si è illusi di poterlo parassitare. Sembra, difatti, che non si sia fatto tesoro di quanto si poteva imparare in anni di repliche.
Qual è la differenza tra codificare un genere e riprodurre uno spettacolo sempre uguale a sé stesso? Qual è la differenza tra tentare nuove strade e tradire ciò che si sta facendo? Qual è la differenza tra uno spettacolo inflazionato e uno spettacolo acquisito? Credo che la risposta vada cercata nelle cause di ciò che si vede accadere.
Ho sentito spesso accennare alle novità di questa edizione, specie quelle che riguardano la regia, ma mai formulare teorie sulle motivazioni che possono aver portato a queste scelte.

Guardando la nuova produzione di “Notre-Dame”, si è continuamente nel dubbio circa le differenze tra questa versione e le precedenti. Lo spettatore, che è stato messo in guardia contro il rischio di sottovalutare ciò che andava a vedere paragonandolo a ciò che aveva visto (“Voci nuove per un nuovo inizio”… “Ragazzi giovani e formidabili”…), non sa mai se si trova di fronte a un oggettivo errore della produzione o a qualcosa che, semplicemente, non incontra i suoi gusti. Per intenderci, non si capisce mai se gli autori scherzano o dicono sul serio.
Il fatto che, nel corso delle varie date, a Federica Callori, siano stati assegnati entrambi i personaggi femminili dell’opera, ad esempio, è un errore o una cosa che non ha incontrato i miei gusti? Il fatto che ne siano stati affidati tre a Lorenzo Campani, ossia Quasimodo, Clopin e Gringoire è un’audace sperimentazione o una boiata? Sono vocalità diverse, a volte anche tessiture diverse.
Me lo domando perché non è che il tenore in questione non abbia cercato di creare un Quasimodo “suo” (lontano da quello di Fiorello, per capirci), ma è stato ovviamente limitato dal ruolo.
Si è insistito per anni sull’essere un’opera di “Notre-Dame”, e io ho difeso chi lo ha fatto. Ora bisogna anche agire come chi sta producendo un’opera. È questa la differenza tra parassitare un titolo che fa grandi numeri e studiarlo a fondo.
Per restare su questo esempio, io il cast di un buon “Don Carlo” in cui un cantante fa una sera Don Carlo e un’altra il Grande Inquisitore non riesco a immaginarmelo.

È sempre ostico parlare dei cantanti, perché è un po’ come sparare sulla Croce Rossa; nondimeno, dal momento che sono la principale novità di ogni versione dello spettacolo, questa mia riflessione non può non toccarli.
I protagonisti sono relativamente giovani, forse troppo. Contrariamente a quanto ho sentito affermare, un testo come “Notre-Dame” non può essere “una fucina di talenti”. Al massimo una vetrina. Se è vero che non si può arrivare a uno spettacolo del genere (che deve avere il fascino della novità, per funzionare) essendo troppo radicati nel proprio modo di lavorare, è altresì vero che bisogna arrivarci con una certa padronanza dei propri mezzi.
Per dirla con il regista, “Esmeralda non è Carmen, ma non è neanche Lady Gaga”, per dirla con un detrattore “Un’opera moderna annoia i melomani, che vorrebbero uno spettacolo più intenso, e annoia gli amanti del Musical, che vorrebbero uno spettacolo più vivace”. Fare un buon “Notre-Dame” significa rompere questo dualismo.

In questo caso, parlare dei cantanti è ancora più ostico, visto che il grande amore per il primo cast italiano dello spettacolo rende impietoso ogni confronto. Dopo dieci anni e decine di interpreti, però, credo che un confronto si possa azzardare.
Non voglio parlare di quanto siano più o meno bravi i cantanti di oggi rispetto a quelli di ieri. Voglio solo far notare che tutte le voci di dieci anni fa erano impostate, in maschera; ogni voce dava quello che si chiede ad un cantante d’Opera.
Nel corpo da stallone di Matteo Setti, ogni nota girava per ore producendo effetti meravigliosi; il cantante cantava facendo vibrare ogni osso del corpo. A Luca Marconi, con tutto l’impegno che ci mette, manca questa caratteristica. Durante le prime battute della canzone di apertura si pensa che il proprio orecchio si debba semplicemente abituare a una voce diversa a quella che è abituato a sentire nel CD e nel DVD (Mattia Inverni, Sabrina De Siena, Ilaria De Angelis e altri interpreti efficaci ringraziano), ma non è una scusa che regge a lungo. Dopo un po’, ci si accorge che manca qualcosa in quello che si sta cantando sul palco.
È chiaro che non si può pretendere di trovare una rivelazione per ogni cantante che si sente, ma neppure è accettabile che si senta cantare in maniera bidimensionale dove si sta cantando Opera.
Ho sentito solo due cantanti soddisfacenti, a riguardo: Marco Manca e Serena Rizzetto.

Marco Manca (Frollo) ha regalato la migliore interpretazione della serata. Peccato solo che una carriera che promette bene minacci di essere ostacolata da un difetto di pronuncia; lo dice uno che ha il suo stesso identico difetto (si tratta della zeppola). Nonostante questo, il cantante non fa cadere una nota, a differenza di altri colleghi più applauditi. Tanto per fare qualche esempio, togliere il microfono a Federica Callori significa ucciderla, perché la sua voce (per quanto interessante) non si muove, e Oscar Nini pronuncia come un (pur bravo) cantautore. I commenti tra parentesi non sono per edulcorare le critiche, ma per tenere il filo del discorso. Il punto è che i più grandi cantanti di musica leggera non possono essere messi su un palcoscenico a cantare un’opera, perché la loro voce soddisfa altre esigenze.
Tornando a Marco Manca, per “Mi distruggerai”, con la sua sfiza di rotacizzanti e sibilanti, mi ero preparato a sentire uno scempio, invece è stato il momento migliore dello spettacolo.
Da quello che avevo visto nei provini, mi era parso di capire che si cercasse un baritono molto scuro per il ruolo di Frollo, e mi ero aspettato di sentire un Raimondi. Viceversa, la voce di Manca è chiara (lui stesso sostiene di essere un tenore), ma manca purtroppo di squillo. Risolvere questa piccola pecca gli farebbe guadagnare un’ottava in alto e un’ottava in basso, quanto a espressività. La messa di voce di “Un prete innamorato”, le note più lunghe di “Bella”, o il “Sì” de “La tortura” potrebbero essere molto più espressive, cosa che renderebbe più espressivi anche i movimenti. Risolvere questi due sormontabilissimi difetti (peraltro collegati tra di loro) regalerebbe al pubblico un Frollo impeccabile. A parte questo, ricordo che Frollo è effettivamente “il personaggio più difficile dello spettacolo” (Paola Neri).

La soddisfacente Fiordaliso di Serena Rizzetto permette di parlare di un altro argomento scottante, ovverosia le basi musicali. “‘Opera’ significa canto dal vivo e musica dal vivo, sennò è un’altra cosa”, mi disse un melomane una volta. Ebbene, dopo dieci anni devo fare una rivelazione shock: “Notre-Dame de Paris” aveva musiche dal vivo.
Mi spiego meglio. A parte il fatto che queste basi sono controllate da una serie di mixer e robe varie, quindi non parliamo di un semplice karaoke, una base registrata gestita come si deve è una scelta più felice di un direttore d’orchestra che non guarda i cantanti. Nello spettacolo che ho visto domenica, le basi tiravano i cantanti per la gola. Ho molto apprezzato, in Serena Rizzetto, il fatto di essere padrona della situazione. Attacchi precisi, respirazione adeguata, sa quanto tempo ha a disposizione, sfuma con precisione… quando canta lei la base registrata ce la dimentichiamo. Non si tratta, naturalmente, di un limite dei cantanti, che danno il meglio, appena sono liberi. Prendiamo ad esempio i due acuti di Clopin, quel finale de “I clandestini” e quello de “La corte dei miracoli” che sono di fatto due coronati. Il povero Emanuele Bernardeschi, impegnato per tutto lo spettacolo a rincorrere una base che si lascia raggiungere ma non cavalcare, nel finale de “La corte dei miracoli” ci regala un bel momento di musica. Chi s’è mai sentito abbastanza specista da darsi all’equitazione sa che cavalcare è un’operazione che prevede che si instauri un rapporto tra fantino e cavalcatura.
È quindi fondamentale che un cantante d’Opera Moderna sappia leggere uno spartito “in negativo”, cioè sappia gestirsi le pause.
Potete dirmi che il personaggio richiede una voce rantolante, ma sta di fatto che il Quasimodo di Campani non è e non può essere espressivo, se il cantante non ha alcun tramite tra la musica e i propri polmoni.
Non di rado ho sentito i microfoni rivelare come molti cantanti buttassero via il fiato, cantassero aria. Il microfono è un amico che non rimane fino alla fine, per il cattivo cantante d’Opera Moderna, così come il peggior nemico di quello bravo è il fonico.

Infine vorrei aggiungere che, per quanto riguarda le vocalità dei tenori, ho l’impressione che si sia buttato via tutto quello che si era cercato di costruire. L’arrivo, tramite “Notre-Dame”, delle vocalità francesi nella nostra Italia dalla grande tradizione cantautoriale ma digiuna di grandi voci maschili, dieci anni fa, fu una boccata di aria fresca. Adesso? Bernardeschi si fuma un pacchetto di Lucky Strike nel tentativo di farsi venire una voce nera e tutti vanno verso un giovanilistico tenore di qualche cosa (non so se dire “di leggerezza”). L’esempio di Galatone, Patrick Fiori o Bruno Pelletier sembra non essere molto importante.
Un tentativo di cercare strade nuove che non sono riuscito a capire? E la celebrazione? Il coronamento di una storia lunga dieci anni?

Questo discutere delle risorse dei cantanti mi spinge ad una interessante riflessione. Sembra che, in una pantomima di grupie esaltate messe a tutela dei commenti di YouTube e produzioni zoppiccanti, i cantanti siano i soli a crederci veramente. Su di loro si possono fare valutazioni e considerazioni; si possono mettere a confronto, si può aspettare l’aria successiva per controllare che genere di performance offrirà questo o quell’interprete rispetto ad un altro.

Per concludere, credo che sarebbe stato meglio astenersi per qualche anno dal fare “Notre-Dame de Paris”, concentrandosi su altri spettacoli, e limitandosi a studiare lo spettacolo. In questo modo, si sarebbe potuto oggi mettere insieme uno show non semplicemente “bello” o “gradevole”, ma all’altezza della celebrazione di un decennale.
Se ci si rifiuterà di studiare una tradizione lunga dieci anni, come si potrà pensare di riproporre quella secolare del melodramma?

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“Notre-Dame de Paris” celebra i suoi dieci anni all’Arcimboldi

3 pensieri su ““Notre-Dame de Paris” celebra i suoi dieci anni all’Arcimboldi

  1. Slap ha detto:

    Solo per precisare, Lorenzo Campani svolge due ruoli e non tre: Clopin e Quasimodo; il ruolo di Gringoire è affidato a Luca Marconi e Riccardo Maccaferri.
    Mi dispiace che non abbia potuto assistere all’interpretazione di Angelo Del Vecchio nel ruolo di Quasimodo….
    Le posso assicurare che Marco Manca non ha il difetto della zeppola, probabilmente ha assistito ad una serata in cui tale presunto difetto era dovuto ad un artizio legato alla posizione del microfono! Comunque ricordiamoci che in Italia c’è chi ha fatto di questo “difetto” un successo ( vedi Jovanotti….)

    1. Ringrazio per la precisazione. Dispiace anche a me di non aver visto Angelo Del Vecchio in quest’opera.

      Tenderei a respingere l’obiezione sulla zeppola di Marco Manca, ma preferisco non entrare in argomento. Su YouTube c’è materiale sufficiente perché ognuno decida per conto suo.

      Jovanotti canta alla radio, non in teatro. E aggiungerei che la gente che canta alla radio ha già fin troppo spazio! “Notre-Dame”, in un certo senso, dovrebbe porsi come una cosa che riprende la tradizione dei cantautori e tutto il resto, ma anche come un’alternativa per quella grossa fetta di pubblico che, come me, non è entusiasta dei vari Jovanotti.

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