Parla la primadonna dell’apertura della stagione bergamasca Maria Agresta

Potresti presentarti ai lettori del blog?

Prima di tutto, ti posso dire che questa passione, che io considero una passione e non una professione, ce l’ho da quando ero piccolina. All’età di undici anni ho ascoltato (magari con l’attenzione più consona alla circostanza) la banda musicale che veniva a suonare nel mio paese [Vallo della Lucania, SA] in occasione della festa patronale varie ouverture di opere diverse. Mi ricordo che, ascoltando “La forza del destino”, cominciai a avere la pelle d’oca; successivamente ho ascoltato “Cavalleria Rusticana” e c’è stato proprio un momento di commozione estrema, pur avendo soltanto undici anni. Da lì ho cominciato a frequentare il coro della parrocchia, dove ho scoperto di avere “una voce”, come diceva l’organista, “interessante”. Ne ho parlato poi con i miei genitori (soprattutto con la mia mamma, perché era lei la parte forte della famiglia), la quale mi disse “Aspetta… sei troppo piccola… quando sarai grande si vedrà…” finché non vide che ero determinata in questa mia richiesta. Allora sono andata, sempre con l’aiuto dell’organista della parrocchia, a farmi sentire da un tenore, che era anche clarinettista. Lui parlò con mia madre, disse che dovevo assolutamente studiare canto, che sarebbe stato un delitto non farmelo studiare. Avevo sedici anni. Poi sono entrata in conservatorio, e da lì ho cominciato a studiare con un tenore, il maestro Carraturo, che purtroppo morì dopo un anno, al quale succedette un’insegnante donna. La mia formazione più importante, però, è avvenuta dopo, quando ho vinto la sessantesima edizione del concorso Belli di Spoleto e ho incontrato Raina Kabaivanska e Renato Bruson. Mi hanno detto che cantavo benissimo, che avevo una voce bellissima ma… non ero un mezzosoprano. Poi ho continuato con Raina Kabaivanska ad approfondire questo repertorio, c’è stato il mio debutto da soprano e, a seguire, tutto quello che sta venendo adesso.

In riferimento alla tua vocalità, quali sono le maggiori difficoltà della scrittura donizettiana?

Ti parlo di “Gemma di Vergy”, così stiamo sullo specifico. Gemma ha una scrittura estremamente complicata, dal punto di vista tecnico, perché ha un’estensione veramente estrema. Resta e persiste sulle note dal passaggio in su, quindi, a mio avviso, è una tipica scrittura da soprano drammatico di agilità. Io ho cercato, con la mia voce, di rendere al meglio e di rispettare quello che Donizetti ha cercato di dire con questo tipo di scrittura. Certo è che la parte è veramente difficile. Non lo dico perché la canto, ma perché lo è veramente, anche perché Gemma non smette mai di cantare. Nel secondo atto, entra e non esce più; quando sembra che l’opera stia per finire, canta un’altra aria, poi un’altra ancora, poi un duetto… non si ferma più. Diciamo che la difficoltà è stata proprio quella di adattare la mia voce ai dettami donizettiani.

Ci racconti della prima recita di Gemma di Vergy andata in scena ieri?

È stata entusiasmante. Tutta la compagnia, con l’adrenalina e la carica della prima, ha dato il meglio di sé. E, secondo me, è stata una recita che ha dato un’emozione al pubblico; l’ho riscontrato anche nella gente che è venuta a salutarci con un affetto enorme. Questo fa molto piacere, perché quello che mi fa stare meglio è sapere di aver lasciato un’emozione a chi mi ascolta.

In tema di inaugurazioni, vuoi dirci qualcosa della tua partecipazione all’apertura della Scala, dove sarai Donna Elvira nel secondo cast?

Per la verità, è una scrittura arrivata da pochissimo. Ti posso dire soltanto che sono emozionatissima, al pensiero di cantare nel tempio dei templi. Quando si comincia a studiare canto, ci si chiede sempre se, prima o poi, si arriverà alla Scala… Il resto, magari, te lo dico a cose fatte. Sono solo tanto felice.

Sei una delle cantanti più in voga, al momento…

Beh… non saprei…

…se ti chiedo tre nomi significativi di tue colleghe, quali mi dici?

Sono tanti… Al momento, magari, mi verrebbero tre nomi, ma sarebbe solo perché ieri ho sentito quella, o ho letto di quell’altra. Credo che si possa imparare da tutti gli artisti che sono in auge adesso, soprattutto perché hanno un grande bagaglio di competenza e di carriera. In realtà, vado poche volte a teatro, per mancanza di tempo, però ogni volta torno a casa arricchita e sempre emozionata come se fosse la prima volta. E sarò felice finché andrò a teatro e tornerò a casa con questa sensazione.

Hai interpretato ruoli importanti, considerati dei punti di arrivo. Qual è stato lo scoglio più duro?

Tutti i personaggi, in realtà, sono stati degli scogli difficili da superare, perché sono una persona che non si ferma alla musica, ma va alla ricerca di quello che c’è dietro, del personaggio dal punto di vista storico, psicologico… Diciamo che tutti mi hanno dato delle preoccupazioni, anche perché erano un nuovo passo per la mia carriera. Un’emozione forte l’ho provata quando ho avuto la scrittura per “Attila” a Macerata, l’anno scorso, in quanto ho sempre pensato che quello di Macerata fosse un grandissimo festival, una vetrina importantissima. Lì ho avuto la prima forte emozione, il primo forte senso di impegno, di responsabilità. Poi un’altra grande gioia è venuta con “I Vespri Siciliani” a Torino. La duchessa Elena la vedevo come un punto di arrivo, però l’ho studiata e mi sono detta: “Ce la posso fare.”. Infatti accetto i ruoli solo quando, guardato lo spartito, vedo che ce la posso fare, altrimenti rinuncio. Poi, ovviamente, “Norma”… prima di studiare “Gemma di Vergy” la consideravo l’apice, per un soprano. È un’opera dai mille colori, dalle mille sfaccettature musicali, che ti creano emozioni continue… lei è una sacerdotessa, è crudele, ma è madre, innamorata ed alla fine si rivela perfida con sé stessa, ma non con gli altri. Poi ero emozionata perché dovevo lavorare con Daniel Oren, altro sogno che si avverava, dopo Gianandrea Noseda.

Hai detto “prima di studiare ‘Gemma di Vergy'”…

Sì. Tempo fa mi arrivò una telefonata con la quale mi dicevano di avere un’opera adatta a me, per la mia voce. “Bene.” ho detto “Mandatemi lo spartito.”. Quando mi è arrivato, mi sono detta: “Qui c’è un bel da fare.”, ma mi è piaciuto subito. Mi è piaciuto quello che sentivo, sia nella musica che nel testo, così mi sono detta: “Ci provo”. Più studiavo Gemma di Vergy più capivo che era difficilissima, ma che poteva essere un personaggio che poteva arricchire me in prima persona. Mi sono buttata a capofitto, e devo dire che sono molto contenta di averlo fatto.

Un personaggio per il futuro, invece?

Prima o poi, spero di poter cantare Manon Lescaut e Madama Butterfly, perché li ritengo ruoli difficili ma anche in grado di dare molte soddisfazioni a chi li interpreta.

Un repertorio su cui potresti stabilizzarti?

Per il momento, sul lirico puro. Partire dal belcanto per arrivare a un primo Verdi (l’anno prossimo farò una “Giovanna d’Arco”)… un lirico che tende al drammatico di agilità.

Vuoi dirmi qualcosa sui tuoi prossimi impegni?

Sono molteplici. Adesso sarò a Salerno, diretta da Daniel Oren, per “Il Trovatore”, poi sarò alla Scala; l’anno prossimo di nuovo “La Bohéme”, prima a Modena, poi al Regio di Torino. “La Traviata” a Salerno, in seguito sarò a Valencia per “Il Trovatore”… ci saranno anche una “Bohéme” alla Bastille, una nuova produzione di “Simon Boccanegra” a Dresda con Christian Thielemann… Insomma, non mi lamento.

Perfetto. Allora ci vediamo per una di queste date. Grazie per il tempo che mi hai dedicato.

Grazie a te! Arrivederci.

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Parla la primadonna dell’apertura della stagione bergamasca Maria Agresta

Un pensiero su “Parla la primadonna dell’apertura della stagione bergamasca Maria Agresta

  1. Voce interessante in prospettiva futura, quella della Agresta. Però, e mi spiace constatarlo, già sta cantando un repertorio troppo oneroso per la sua vocalità.
    Ciao Francesco.

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