Apertura trionfale per il Festival Donizetti

 Qualche giorno fa, si è aperta la stagione lirica bergamasca con l’opera “Gemma di Vergy”, affidata alla regia di Laurent Gerber e Alfonso Liguori e alla bacchetta di Roberto Rizzi Brignoli.

Il taglio molto classico dato allo spettacolo è stato, sia pur blandamente, criticato, parlando di “regia che non osa”, ma io mi sento di difenderlo completamente, poiché è meglio allestire una regia di alabardieri e dare l’impressione di avere poco da dire piuttosto che allestirne una di nazisti e togliere ogni dubbio.

È vero che quell’idea molto carina della scena delle ombre su telo bianco mi aspettavo sarebbe stata sfruttata un po’ di più, dopo averne sentito parlare con entusiasmo alla presentazione dello spettacolo. È vero che i movimenti di scena sono stati (lo si vede chiaramente nel quartetto del secondo atto e nella scena che lo precede) forse limitati dalle scelte registiche, ma si è comunque dato un taglio chiaro e preciso allo spettacolo.

Si trattava, tra l’altro, di presentare un titolo non notissimo al grande pubblico (se per “notissimo al grande pubblico” intendiamo “Lucia di Lammermoor” o “Lucrezia Borgia”), e la chiarezza nell’esporlo era fondamentale. Detto titolo, che parla di una contessa ripudiata dal marito perché sterile, venne a suo tempo criticato per il modo in cui ammunticchiava situazioni drammatiche quasi a casaccio, per il semplice gusto, pretestuoso, dell’orrido. In effetti, non tutti i torti avevano questi detrattori, perché la “Gemma di Vergy” si presenta effettivamente come una allegra scazzottata tra amici; se questa “letteratura da cortocircuito” (Paolo Fabbri) non è degna di un film di Tarantino, però, neppure è all’altezza di un film di Muccino. Insomma, non parlerei di gusto “pretestuoso”, soprattutto considerato il gusto teatrale dell’epoca. Anche questo è un merito dello spettacolo a cui ho assistito: il soggetto, non vicinissimo al pubblico odierno, è stato reso perfettamente fruibile. Considerato che è questa una delle dichiarazioni di intenti del Festival, direi che possiamo dirci soddisfatti.

Per quanto riguarda il cast, il titolo necessita prima di tutto di una primadonna di prim’ordine, che il teatro ha trovato in una deliziosa Maria Agresta. Gli applausi, per lei, sono piovuti a pioggia, insieme a qualche richiesta di bis (troppo flebile per essere accolta). Devo dire che la sua voce, che recentemente avevo sentito ne “I Vespri Siciliani”, non è di quello che “mi girerei a guardare” (come si suol dire), ma è sostenuta da un’intelligenza tecnica capace spesso di stupire, uscendo a testa alta da cimenti ora difficili in assoluto, ora che lasciano qualche perplessità al momento in cui la cantante sceglie il ruolo. Qui questa intelligenza si è vista, nel contenersi in alcuni parti dell’opera (specie verso la fine) e nell'”avanti tutta” di altre.

Il pubblico bergamasco ha avuto anche occasione di rivedere Kunde, già incontrato l’anno scorso nella circostanza non proprio felice del “Poliuto”. Il ruolo, questa volta, era più semplice, e la professionalità quella di sempre; è il mezzo quello che dà, vuoi per l’età, vuoi per il passaggio da un repertorio all’altro, i problemi. Il discorso da fare riguardo a questo tenore, più che altro, riguarda il modo in cui ci si aspetta che uno spettatore risponda alla sua presenza. Io personalmente ho sentito Kunde in registrazioni di tempi molto più felici, ne ho seguito l’evoluzione e posso considerarlo un vecchio leone; suppongo che anche la situazione di buona parte degli altri loggionisti sia come la mia. Il problema è che la maggior parte del teatro ragiona in tutt’altro modo: sente che quello lì vestito da arabo non lo soddisfa e  tanto gli basta, è per questo che, dopo la cavatina di Tamas, appena si sono spenti gli applausi, ho sentito distintamente un “Io l’ho trovato orrendo”. “Orrendo” potrà essere un commento un po’ troppo duro, ma di certo il confronto con un coro eccellente (si veda la seconda scena del libretto) e con la già citata protagonista femminile è impietoso. Non ha cantato male, ma una grande performance, nel personaggio interessantissimo, passionale e incazzereccio (forse l’unico che, col suo punto di vista “orfano, straniero, senza difesa” farebbe contenti anche i detrattori della “letteratura da cortocircuito”) di questo schiavo innamorato della protagonista avrebbe dato vita a tutt’altra opera.

Mario Cassi, nei panni del conte che ripudia la moglie, è stato applaudito, devo dire, meno di quanto meritava (anche lui vittima del magnetismo della protagonista?), tanto che anche il suo brano centrale “Ecco il pegno ch’io le porsi” viene accolto freddamente. Io l’ho trovato apprezzabile, anche se devo dire che, dopo aver scambiato qualche parola con lui, gli consiglierei di ascoltare maggiormente le sue stesse parole. Nell’intervista che mi ha rilasciato, si è definito un cantante donizettiano, ed ha ragione, perché la voce c’è tutta; alle volte sembra però non crederci e lascia cadere alcuni suoni. Quelli che appoggia completamente sono sublimi e perfettamente in linea col personaggio, ma non sono tutti. Scenograficamente credibilissimo, comunque.

Quanto ai comprimari, devo dire di averli graditi, specialmente per quanto riguarda la rivale di Gemma, Kremena Dilcheva, in un ruolo piccolo ma non troppo, e protagonista di un duello soprano-mezzosoprano gestito con stile. Bravi anche Leonardo Galeazzi, con una parte ugualmente piccola ma ugualmente necessaria, e Dario Russo, che muore a pagina 1, ma che il pubblico ricorda dopo le tre ore di spettacolo.

Insomma, un’apertura di cui spero sarà all’altezza anche tutto il resto della stagione lirica, il secondo appuntamento della quale prevede una rappresentazione di “Maria di Rohan”, dello stesso Donizetti, il 7 e il 9 ottobre.

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